LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

4 Giu

LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

Riflessioni di lettura su IL CONSIGLIO D’EGITTO di Leonardo Sciascia

Di

Alphonse Doria

Vi sono libri che vanno letti almeno due volte, come: Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia  edizione Mondadori – De Agostini, I Grandi Bestsellers – Novara 1986, prima edizione è stata Giulio Einaudi nel 1963. Mio figlio Federico lo ha trovato, abbandonato e solo, chissà dove e lo ha adottato per farmene uno specifico regalo, visto che era stato oggetto di diverse discussioni.  Certe sfumature, certe grandezze letterarie si possono percepire con una certa vita vissuta, dopo l’accumulo di pagine e pagine di letture d’ogni genere e maniera.

Leggendo questo romanzo storico mi è sembrato di assistere ad uno spettacolo teatrale dove l’ambientazione è immersa nel buio e i  personaggi entrano in scena emergendo nella luce. Un plauso particolare va ad Emidio Greco che ha diretto nel 2002 il film omonimo. E’ stato riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano. Il regista ha saputo operare non tradendo minimamente il romanzo di Sciascia, mettendo il suo ingegno e la sua arte a servizio della letteratura. Questa è una tradizione tutta italiana iniziata con i film di Blasetti e continuata in seno alla Rai con i romanzi adattati alla televisione, ponendo così opere di grande letteratura a milioni di telespettatori.

Le ambientazioni sono diverse, spesso i salotti dei nobili, di grande effetto la sala delle torture ed infine il patibolo. Sciascia non descrive, accenna, concettualizza questi posti, vi è solo buio e luce ben distinti. Il buio è il periodo storico di un Popolo assoggettato tramite alcuni che percepiscono dei privilegi a spese di tutti gli altri: nobili e clero. La luce è la Ragione che permette l’accesso all’azione, alla messa in scena della storia.

A questo punto si deve riflettere su cosa è il concetto di Storia per Leonardo Sciascia. A pagina 59, il lettore viene violentato mentalmente con un assioma netto, crudo: “La storia non esiste.”! Ma non è così, perché la storia esiste come esiste la ricerca e lo studio del passato. Poi è un fatto di coscienza ciò che viene trascritto, visto o non voluto vedere, del curatore, storico mestierante o appassionato. Insomma anche qui è una questione di ragione e sentimento. Cancellare le prove del già accaduto non significa condannare i protagonisti di quel passato, anzi promuoverli ad un nuovo apparire senza prove di contrasto, perché, appunto, sono state distrutte. Ciò che intendeva l’abate Vella nel romanzo è il concetto di storia come verità che non esiste, tanto così risponde al suo aiutante all’impostura frate Camilleri a pagina 59:

“(…) il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri (…)”.

Continua il Vella con la similitudine della “storia dell’albero e delle foglie”, dove le foglie sono gli uomini di ogni strato sociale e che un giorno voleranno via dall’albero e scompariranno, marciranno, anche l’albero scomparirà e lo storico non avrà mai l’orecchio così fine per ascoltare il gorgoglio degli stomaci per la loro fame subita. Il punto di domanda, che tantissime altre volte mi sono posto, è: lo “storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende” rinunzierebbe a ciò per il sentimento della verità? L’abate Vella questo chiede a frate Camilleri a pagina 59; 60:

Forse che lo star bene vi mette prurito alla coscienza?”.

Per chi è alla ricerca del passato, quando i documenti vengono distrutti, il compito diviene arduo. Come è quasi impossibile il ricostruire gli anni e gli eventi tragici delle stragi in Italia, perché documenti prima segretati, poi sono fatti sparire. Così il marchese Geraci, nel Capitolo III del libro, denunzia, con animo contemporaneo, quasi sembra Sciascia stesso a lamentarsi, la distruzione dell’archivio del Santo Tribunale dell’Inquisizione del viceré Caracciolo, “è un danno enorme, irreparabile”. A pagina 22:

bruciare così tre secoli, come niente; tre secoli che ci vuol altro che una fiammata per cancellarli; un patrimonio, una ricchezza che apparteneva a tutti”.

Così quella del Caracciolo, oltre a definirla una delle sue “caracciolate”, la chiamarono anche una “vastasata”. Prende le difese, il vero protagonista del racconto, l’avvocato Francesco Di Blasi:

Non è stata una vastasata: il marchese Caracciolo ha voluto dare a tutti il senso preciso, il preciso avvertimento che i tempi stanno per mutare; e che di un certo passato bisogna fare come della roba appestata: un rogo…”.

Questo pensiero, che Sciascia ha fatto esprimere al suo personaggio, non è assolutamente condividibile, perché il passato non si può distruggere in nessun modo, quello è stato e quello rimarrà con tutte le sue conseguenze, si può solo analizzare, e se si vuole, graziare o condannare. Il distruggere documenti, monumenti e mettere al rogo libri è quello spirito della rivoluzione che tradisce se stessa divenendo solo tirannia. Il corso del romanzo darà testimonianza della finezza intellettuale del Di Blasi, come lo è stato in vita, quindi il pensiero arrogante meno si ci addice, magari in forma figurata e con toni accesi ha espresso lo spirito che animò il Caracciolo in questa nefasta operazione.

Il 20 Maggio 1795 a Palermo al piano di Santa Teresa, oggi Piazza dell’Indipendenza, fu decapitato l’eroe della Nazione Sicilia, Francesco Paolo Di Blasi, nato a Palermo il 1753. Di Blasi era anche un grande intellettuale, scrittore, uno dei rari esempi di illuminista massone, repubblicano e indipendentista. E’ stato giudice della Gran corte pretoriana. Nipote degli abati benedettini e grandi uomini di cultura del tempo, Salvatore Maria e Giovanni Evangelista Di Blasi. Per le sue idee che diffondeva al popolo per la riscossa nel 1795 è stato arrestato, processato reo di congiura per l’istituzione di una repubblicana siciliana. E’ stato torturato con atrocità ma non svelò mai i nomi dei suoi fratelli di congiura. Una targa marmorea nel muro della caserma Garibaldi ricorda il suo fervente patriottismo siciliano. La congiura giacobina di Di Blasi è un primo esempio dell’interesse della massoneria siciliana per la politica indipendentista della Nazione Sicilia. Dopo questo fallimento pure il viceré di Sicilia Francesco D’Aquino, principe di Caramanico, gran maestro della Loggia palermitana, si suicidò, perché a quanto sembra era coinvolto nella congiura. A questo punto è giusto citare il romanzo storico di Leonardo Sciascia  Il consiglio d’Egitto (…) dove è appunto protagonista l’avvocato Di Blasi. La Sicilia del romanzo è solo metafora della Sicilia di oggi e nella storia di sempre, dove ogni verità è facile preda della menzogna. Questo accade, mi preme aggiungere, alle nazioni prive della loro sovranità, caduti in una forma qualsiasi di colonialismo. Quello che, infondo, ha voluto significare Sciascia. Francesco Paolo di Blasi lasciò tante opere significative per il Popolo Siciliano: “Sopra la egualità e diseguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità” (1778),  e “Sulla legislazione della Sicilia” (1790). Inoltre era promotore dell’Accademia della Lingua Siciliana di Palermo come “lingua nazionale[1].

Pur dando un quadro critico ed ironico del periodo storico il lettore non può sottrarsi di mettere a confronto la Sicilia di quell’epoca con quella di oggi. Quando a pagina 13 i personaggi criticavano le azioni intraprese dal Cracciolo contro alcuni nobili,  il poeta Meli esprime:

“-I nobili: il sale della terra di Sicilia(…).

-Potete ben dirlo – disse don Gaspare Palermo.

-Il privilegio, la libertà della Sicilia – incalzò don Vincenzo.

-Quale libertà? – domandò l’avvocato Di Blasi”.   

Viene spontaneo sostituire la casta dei nobili con la casta dei politicanti, che vantano di garantire l’Autonomia ed invece l’unico privilegio che hanno garantito è stato solo a loro favore svendendo il Popolo e la Sicilia, senza alcuna retorica. Basta sfogliare qualsiasi giornale e leggere con occhio attento per scoprire la fine dei pozzi petroliferi, il debito dovuto dello Stato italiano alla Sicilia, eccetera, per poi leggere anche tutti i privilegi che un deputato regionale ha e che non rinunzia con sfacciataggine sventolando lo Statuto.

-Quale Autonomia?- Si domanda il Di Blasi di oggi. Se ci fosse…

Un’altra riflessione sull’argomento la si trova a pagina 37 dove si legge che il viceré Caracciolo voleva che i nobili pagassero le tasse su i feudi “come i borghesi”, Di Blasi:

“-E non vi sembra logico (…) e più che logico giusto, che chi ha mezza salma paghi per mezza salma e chi ha mille salme paghi per mille?

-Logico, giusto? … Ma io dico che è mostruoso! I nostri diritti sono sacrosanti: giurati da tutti i re, da tutti i viceré … Voi che state occupandovi delle prammatiche dovreste saperlo … La libertà della Sicilia, santissimo Iddio!– Levò in alto le mani congiunte, a riconsacrarla.

-Lo so, infatti: e so delle usurpazioni, degli abusi… Ma, a parte quel che c’è da discutere sul privilegio, all’interno, per così dire, del privilegio stesso, resta da considerare il fatto che il privilegio in sé, cioè quella che voi chiamate la libertà della Sicilia, non si regge più: è una enorme usurpazione che ne contiene altre, infinite altre”.

In questo dibattito sul censimento del Caracciolo, oltre ad accentuare ancor più la metafora della Sicilia di oggi, vi è la precisa presa di coscienza che quella cosiddetta “libertà della Sicilia” è solo un insieme di privilegi ai nobili “oggi politicanti” per la fattiva colonizzazione, quindi presa d’atto dell’intellettuale di ieri (Di Blasi)  e di oggi l’azione  reale per l’indipendenza.

Il Di Blasi, da intellettuale, pur se la rivoluzione francese non aveva passato lo Stretto, con la sua cultura creò un ponte dove passò il concetto di “Patria”, come Nazione in senso romantico. Quindi non si chiude nella rassegnazione, ma opera per una autentica rivoluzione. Ecco il Di Blasi impegnato nell’Accademia degli Oretei per la lingua siciliana, e la sua passione lo porterà sul patibolo, promovendo una rivoluzione contro coloro che non avrebbero mollato i propri privilegi. A pagina 128 leggiamo in merito:

E di fatto, l’idea di far sorgere L’Accademia, di cui suo padre era stato un tempo promotore, era venuta a Di Blasi appunto in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana: e la morte del Cramanico, col conseguente andar  su  del Lopez, lo spingeva all’azione”.

La Storia gli nega l’attuazione di tale insurrezione perché un prete (parroco Pizzi, della chiesa di San Giacomo alla Marina di Palermo) non è stato fedele al suo Dio ed ha tradito il segreto della confessione  del giovane Giuseppe Teriaca.

Il merito dei sanculotti è stato quello di aprire ad idee che sovvertirono la storia ad un idea romantica di patria, di organizzazione sociale e non di territori delineati dal potere. Tutto ciò è stato assolutamente lontano dalla Sicilia tormentata da sempre dall’occupatore di turno.  Un contributo abbastanza pregevole è quello di Giuseppe Bentivegna[2]:

[3]“E’ certo che all’inizio degli anni ’90, con le notizie dei movimenti rivoluzionari europei, si radicalizza la lotta all’Illuminismo, la monarchia blocca i tiepidi movimenti di riforma e molti intellettuali legati all’assolutismo intellettuale si confondono dentro schemi inadeguati e si attestano su posizioni conservative. Ad esempio Domenico Crocenti, dell’Ordine dei predicatori, scrivendo nel 1792, attacca il giacobinismo, ritenendo una conseguenza dell’Illuminismo e della massoneria, un fenomeno che in Sicilia, tolta l’esperienza di Francesco Paolo Di Blasi, non sembra avere una consistente diffusione intellettuale e sociale. Sono gli anni in cui in Sicilia la stagione dell’Illuminismo dei Gregorio, degli Scinà e dei De Cosmi, volge al termine, sconfitta dalla crisi politica europea e dalla monarchia borbonica e che sostanzialmente non ha saputo guidare la Sicilia verso la modernizzazione capitalistica e borghese. Il blocco intellettuale della tradizione vincente nella lunga durata e il fallimento della  esperienza costituzionalista del 1812 lascia in eredità del nuovo secolo e dei nuovi ceti dirigenti il nodo irrisolto dell’abolizione della feudalità e del riassetto ‘democratico’ dello stato”

Quinti il giacobinismo in Sicilia non ha avuto modo di attecchire, questo motivo si deve anche perché l’esercito napoleonico salta la Sicilia, pertanto diviene solo un fenomeno di elite e non di popolo. I giacobini sempre più furono integrati nelle logge massoniche cambiando così il ruolo dell’attività della Massoneria da speculativa a politica. Benedetto Croce scrive: [4]“… gli ingegni napoletani … sul cadere del Settecento, primi in Italia, cioè fin dal 1792, … si misero in corrispondenza con le società patriottiche francesi, e i più giovani e ardenti riformarono le loro Logge massoniche in club giacobini…”

(…)

Anche l’Abate Vella (Consiglio d’Egitto) a suo modo attua la sua rivoluzione trascinando quel mondo falso dei viceré nella falsità storica, ma anche la sua fallisce. A mio avviso, Sciascia nel suo vero storico interpone la luce dei pensieri dei personaggi con le ombre del falso e paradossalmente vince il falso. (…) il romanzo storico del verismo siciliano è strutturato in una base “vera” storica dove i personaggi possono vivere e svilupparsi liberi nella fantasia dell’autore, insegnamento che risultò fortunato ne Il consiglio d’Egitto di Sciascia, così anche, per esempio, in 7 e Mezzo di Giuseppe Maggiore, come in maniera particolare ne I vecchi e i giovani di Pirandello. Questo per quanto riguarda il lato letterario. Per quello politico abbiamo potuto notare come la massoneria incominciava ad avere interesse nel progetto politico risorgimentale, riuscendo in una seconda fase a predominare l’azione[5].

Il Di Blasi non era un pazzo solitario, un Don Chisciotte contro i mulini a vento, semplicemente una lotta dura e pericolosa, soprattutto quando si vuole il popolo protagonista.

Il Di Blasi è un personaggio vero, ma entra in quella sicilitudine sciasciana, perché i personaggi se pur realmente esistiti vengono rimessi e quindi scelti dall’autore per rivivere nei loro scritti.

La sicilitudine di Sciascia, non è la sicilianetà degli altri scrittori è un sentimento di sconforto, che nasce dalla sicilianetà. Mentre la sicilianetà è un sentirsi senza identità, il non riconoscere il sistema, una forma di autismo politico, perciò l’esigenza di lasciare segreta la propria riserva, non territoriale, ma di pensiero. La sicilitudine è vivere questa sicilianetà soffrendone il disagio[6].

Il Consiglio d’Egitto è un romanzo storico, diverso dagli altri libri che sono  dei “gialli senza soluzione”, ma anche qui i personaggi fanno degli itinerari della mente, in una scrittura dove si percepisce il pessimismo storico degli eventi, per il lettore diviene spontaneo che alla fine questi personaggi non riusciranno il loro scopo. L’avvocato Di Blasi e “lo smorfiatore di sogni, numerista” abate Vella sono accomunati dal loro ineluttabile destino. Pur se l’abate Vella aveva vinto, il suo cammino mentale, non più la ragione, ma il sentimento, un sentimento nuovo, lo ha portato a confessare la sua impostura. Poteva benissimo, trarre i suoi vantaggi di quella storia e mettere punto, ma il fatto di portare ancora quella maschera era una costrizione che limitava il suo essere, il godere nel dire che quell’opera, se pur una impostura, era ad arte, tanto di avere imbrogliato tutti, il seguire la volontà dell’Autore, hanno spinto il personaggio a confessare ed essere un perdente. Di Blasi e il Vella accomunati nel loro fallimento perché vincere era solo una utopia. Si avverte che in fondo vale la pena la lotta, è una esile speranza che quei pochi “uomini per bene” tra tanti “malvagi” alla  fine c’è la faranno. Quindi pur se la Storia afferma il contrario, Sciascia non infonde rassegnazione ma speranza nel continuare ad appartenere a quei “uomini per bene”.

L’italiano utilizzato degli scrittori siciliani è una caratteristica comune, come una traduzione del loro pensare in siciliano e quindi diviene strano, con termini che solo forzandoli stanno al loro posto. Un italiano artificioso ma tale è che hanno reso grande  in tutto il mondo la letteratura italiana. Verga, Pirandello, De Roberto, Sciascia tutti criticati aspramente, rimproverati per il loro aspro italiano. In realtà sperimentatori di un nuovo uso della lingua italiana come strumento d’arte, come uno scultore adopera il martello e lo scalpello e il pittore il suo pennello. Aggiungo che in fine è un marchio di autenticità dello scrittore, il quale più vuole essere vero, autentico, più il loro pensiero si scontra con la lingua di adozione. Arrivando in fine ad adoperare dei solecismi, e ancor più delle insostituibili parole della lingua siciliana. Quest’ultima caratteristica ancor più marcata nella scrittura del Camilleri è divenuta, diciamolo pure, moda. Ma in Sciascia vi ancora una sottile differenza: il suo italiano è una lingua “ragionata”, creata con maestria dal suo ragionamento.  Per Sciascia la letteratura viene vista da intellettuale qual è, quindi non deve mai essere propaganda politica, pur se la letteratura può dimostrare l’innocenza e la colpevolezza del potere tramite un percorso d’indagine, lui riesce a mantenere quel distacco ironico, visto da alcuni come qualunquismo.

Sottolineature

Il libro inizia con l’epigrafe di Paul Louis Courier  scrittore francese (1772 – 1825), in lingua originale tratte da Lettres de France et d’Italie, si trova a Reggio Calabria e scrive appunto  “al termine di Italia”, continua in questa lettera “Tutta l’Italia è niente per me, se non conosco la Sicilia”. Ha il forte desiderio di visitare la Sicilia così conclude: “Voglio vedere la patria di Proserpine e conoscere un po’ il motivo per cui il diavolo ha preso donna in quel paese”. (“Je veux voir la patrie de Proserpine et savoir un peu pourquoi le diable a pris femme en ce pays-là.”).

Pagina 11: “Ibn Hamdis, poeta siciliano”

Ibn Hamdis al-‘Azdī al-Ṣīqillī nato a Siracusa nel 1056 e morto nel 1133, il più grande poeta siciliano di lingua araba. Ecco alcuni versi dedicati alla sua patria perduta (la Sicilia):

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato l’anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno….

Viva quella terra popolata e colta, vivano anche in lei le tracce e le rovine!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consumate le membra e le ossa dei miei avi.

Le sollecitudini della canizie bandiscono l’allegria della gioventù. Ahi! la canizie abbuia quand’essa risplende!

Nel fior della gioventù fui destinato a viver lungi [di casa mia] quando quella fosse declinata e scomparsa.

Conosci tu alcun conforto della gioventù? Perché chi sente il malore brama la medicina.

 

Pagina 13:

“Abdallah Mohaned ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli, (…) non conosceva il francese , non conosceva nemmeno il napoletano”.

Pagina 16

“la croce gerosolimitana” di Gerusalemme, uno dei più antichi simboli cristiani d’oriente.

Pagina 19

“Se la Sicilia fosse di fatto regno, come lo è di nome, avremmo operato di tutto per avere a Palermo come ambasciatore il nostro… Come si chiama?”

Quanta è siciliana questa frase, quanta è attuale!

In questa descrizione dell’abate Vella di Sciscia vi è molto delle pennellate essenziali pirandelliane, pagina 20:

“alto e robusto, lento e solenne nel passo, grave il volto olivastro, gli occhi assorti”.

Pagina 28:

“Veniva ora la parte più delicata del lavoro: la totale corruzione del testo, la trasformazione dei caratteri arabi in caratteri che lui aveva deciso di chiamare mauro-siculi e non era poi che il maltese, il dialetto di Malta, trascritto in alfabeto  arabo”.

Il mauro siculo è vera, è la lingua maltese ufficiale tutt’oggi. E’ l’arabo parlato nel X secolo che si estinse in Sicilia ma ha resistito fino ad oggi a Malta, ora sempre più contaminato da altre lingue, come l’inglese.  E’ veramente esistito anche l’abate Vella straordinario artista del falso, nato nel 1749 a Malta e deceduto nel 1814 a Mezzomonreale (Palermo).

Pagina 29:

“Ibrahim ben Aalbi l’ordine di invasione della Sicilia che invece era stato dato da Ziadattallah”.

L’abate Vella compie questo grossolano errore di attribuire al padre la missione del figlio, gli costò un richiamo del suo committente, ma lui costruì dei pezzi d’appoggio come medaglie e carteggi continuando così l’impostura imperturbabile. Riscontro si trova, dove sicuramente Sciascia trovò le sue fondi, su: Biblioteca italiana ossia giornale di letteratura scienze ed arti liberali, Agosto 1828 – PARTE I – Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII dell’abate Domenico Scinà, regio storiografo. Volume 3°, ed ultimo. – Palermo, 1827, tipografia reale di guerra, in 8°, di pag. 494. Articolo secondo ed ultimo (V. il primo nel tomo 50°, p.16). (pagina 148).

Pagina 33:

“(…) il veto a riscuotere i fiori di stola nera”

In realtà è la famosa “cutra” che i preti affittavano per coprire la cassa funebre e che dovevano pagare gli eredi e che Caracciolo appuntò vietò questa “tassa” e questo lucro ai preti.

Pagina 40:

“Santa Cristina”

Martire cristiana a tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312)  di famiglia ricca, viene infamata dal padre e torturata con mille supplizi, nella passio del IX secolo, di nessuna valenza storica, vi sono descritti proprio tutti. Le reliquie vengono trovate a Sepino (Campobasso), dove è rimasto solo il braccio le altre reliquie vengono traslate a Palermo nel 1154 (1166), dove è stata proclamata patrona della città, fin quando i palermitani volta faccia non scoprirono le reliquie di santa Rosalia nel XVII secolo.

Pagina 41:

“un grano al venerdì”

Il grano è il prezzo che pagava il nobile al siciliano che necessitava di assistenza, doveva umiliarsi a bussare alla sua porta e un suo servo porgeva una moneta di un grano. E’ rimasto un modo di dire a significare quanto può essere “irrisoria” la benevolenza di coloro che in realtà godono dei privilegi di una nazione a spese degli altri. Il valore attuale più o meno corrisponde ad un euro.

Pagina 43:

“(…) re Ruggero e i suoi baroni erano stati, nella conquista della Sicilia, come soci di una impresa commerciale, il re qualcosa di simile al presidente di una società; che i vassalli dovevano ai baroni la stessa obbedienza che al re; e così via;”.

Da evidenziare la forma espressiva molto tortuosa che adopera Sciascia, ma anche il concetto di guerra come “una impresa commerciale” è molto moderno e fa riflettere, e si ha il dovere di rifletterci su.

Pagina 44:

“(…) costituzionalismo siciliano (…)”

Pagina 45:

“(…) fisicamente antipatico: gracile ma con una faccia da uomo grasso, (…). Trasudava sicurezza, rigore, metodo, pedanteria. Insopportabile.”

Pagine 46:

“(…)tu non vuoi né mangiare né lasciar mangiare, sei un cane d’ortolano, un rognoso, impestato, arrabbiato cane d’ortolano”.

Questo modo di dire popolare proviene dalla favola di Esopo “Di un cane, ed un Ortolano”, narra che il cane dell’ortolano era caduto in un pozzo, e che per tirarlo fuori lui discese il fosso, ma la bestia si ci avventò contro e lo morsicò, pensando che lo volesse affogare. Tornò sopra dispiaciuto lamentandosi che lui lo voleva salvare ed in cambio gli fece male. Quindi la favola sentenzia contro gli ingrati e non riconoscenti.

Pagina 49:

“La banda che suonava in placo, dava voce al sentimento dell’ora.”

Pagina 53:

“(…) in quel momento a Palermo si poteva esprimere senza rischio qualsiasi idea, ma al pensare. “I pensieri che attingono alle idee sono come tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (…) il sentimento come elemento dell’uguaglianza, come elemento della rivoluzione …”

Quante volte nel libro ritroviamo la parola “sentimento”, eppure diciamo che è stato un elogio di Sciascia a quell’esile illuminismo siciliano. Cos’è mai la ragione senza sentimento?

Pagina 54:

“(…) la nostra  plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla (…) sapete  che Diderot è morto?”.

Pagina 58

“Astenersi dalle cose diaboliche è facile; il difficile è astenersi da quelle che Dio stesso ha fatto e che, per suo amore, ci chiede di non toccare. (…) lodiamo la donna in quanto bellezza, in quanto armonia; la esaltiamo come genitrice… (…) Della fede, nell’oscurità della sua mente, del suo cuore, baluginavano cocci di superstizione”.

Pagina 62:

“Francoise Boucher: boucher, boucherie, vucciria. Vucciria“.

“un uomo che si sveste ha qualcosa di ridicolo”.

Pagina 71:

“pasquinate”

Le pasquinate nei romanzi di Gabriel García Márquez.

Pagina 72:

“Quel che era riuscito a fare, stretto in tale condizione, poneva nella storia di Sicilia le premesse di una possibile rivoluzione.”

“(…) i gangli paralizzati della vita siciliana”.

“uno Stato ordinato, giusto, civile si sostituisse al privilegio e all’anarchia baronale, al privilegio ecclesiastico”.

“sembra un cucco”.

Pagina 74:

“Come si può essere Siciliani?”

Pagina 91:

“(…) si guardarono per un momento negli occhi, negli occhi dell’altro ciascuno lesse la misura di sé”.

Pagina 95:

“biscotti al sesamo”

Biscotti regina (‘nciminati): kg.3 farina grano tenero, Kg. 1,050 zucchero, Kg. 1,050 strutto animale, g. 15 armonico, aroma di limone, giallo colorante, latte 0,800 l.. Si prepara sesamo s’impasta con acqua e si avvolge l’impasto dei biscotti. 

 

Pagina 100:

“una di quelle feroci e numerose comitive che nel territorio non mancavano e di cui gli sbirri di tanto in tanto, dimostrativamente e senza sortirne alcun successo, si occupavano”.

Pagina 109:

“la malerba dei libri”.

Pagina 117:

“Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità…”.

Pagina 118:

“siete così abituati, voi avvocati, a mutare menzogna e verità, a dare all’una le vesti dell’altra, che ad un certo punto non le distinguete più… Come il Serpotta, che impreziosiva di vesti le baldracche e ne ritraeva immagini delle Virtù.”

Giacomo Serpotta (Palermo, 1656 – 1732), ritenuto il più grande tra gli stuccatori. La famiglia Procopio è stata la più grande tra gli stuccatori di tutta Europa. Il capostipite fu Gaspare (1634-1670), ha avuto due figli Giuseppe (1653-1719) il quale non ha avuto figli e appunto Giacomo ha avuto un figlio naturale Procopio  il quale non hanno avuto un rapporto molto buono tanto che alla fine ha diseredato il figlio. I Serpotta con un materiale, diciamo umile, come lo stucco hanno saputo realizzare “capolavori di decorazione plastica in cui echi classicheggianti e rococò si fondono in un linguaggio leggiadro ed elegante”(Palermo web).

Pagina 119:

“La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita. (…) E crediamo che la verità era prima della storia, e che la storia è menzogna. Invece è la storia che riscatta l’uomo dalla menzogna, lo porta alla verità: gli individui, i popoli…”

Il rapporto conflittuale qui è di più con la verità che con la storia. Il pensiero siciliano stesso è basato sul sofismo di Gorgia inteso come la verità creata dalle parole, dalla forza del ragionamento e del discorso. Mentre la storia può essere strumento di riscatto politico quando ha la forza della verità. Mentre può divenire strumento di colonizzazione con la menzogna.

Pagina 122:

“E il bagno era una piccola morte: il suo essere vi si scioglieva, il corpo diventava una spuma di sensazioni. Deliziosamente avvertiva di peccare. (…) Se proprio non potete fare a meno di immergervi nudi nell’acqua, diceva il padre della Chiesa, non toccate però il vostro corpo mentre state a mollo”.

Pagina 126:

“ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice”.

“La crisi, diceva il principe (Trabia), ha come causa l’ignoranza dei contadini…”

Pagina 127:

“Il diritto  del contadino ad essere uomo… Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo… Una campagna ben coltivata è immagine della ragione: presuppone in colui che la lavora l’effettiva partecipazione alla ragione universale, al diritto…”.

Il bravo capitalista questo lo sa, ma preferisce schiavizzare solo per il male per il male e godere così di più.

Pagina 128:

“(…)Accademia siciliana degli Orotei(…) Di Blasi (…) in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più  avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana”.

Pagina 129:

“(…) per tentare di abbattere con la violenza il vecchio ordine”.

“l’esercito della Francia rivoluzionaria come speranza di un pronto e fraterno aiuto alla futura repubblica siciliana”.

Pagina 130:

“il popolo invocava Madonna e santi a tener lontani i francesi come già i turchi (…) Di Blasi stava tendando una rivolta  giacobina (…). Non un tumulto sarebbe scoppiato il 5 aprile, ma una rivoluzione mossa da una grande idea; e non solo nella città di Palermo, ma anche nella campagna”.

“gli esempi lontani dello Squarcialupo e del D’alesi”

Gian Luca Squarcialupo è stato il promotore della rivolta nella città di Palermo il 23 e 24 luglio 1517 contro l’occupatore di turno rappresentato da Ettore Pignatelli luogotenente generale spagnolo. Questa rivolta di popolo ha avuto una contro reazione dei nobili siciliani, quindi siciliano contro siciliano. La rivolta fu acquetata e Squarcialupo venne ucciso l’8 settembre 1517 nella chiesa dell’Annunziata. Anche Squarcialupo voleva una repubblica siciliana.

Giuseppe D’alesi, detto il Masaniello siciliano nato a Polizzi Generosa nel 1612, artigiano (battiloro) trasferitosi a Palermo molto giovane, bravo nell’utilizzo delle armi e di fisico prestante. Già nel maggio 1647 seguì Nino La Pelosa in una rivolta, fu un insuccesso e fu arrestato, riuscì ad evadere ed fuggire a Napoli dove ha conosciuto Tommaso Aniello (Masaniello). Tornò a Palermo dove organizzò una rivolta che fu tradita ma nonostante riuscì a fare liberare gli arrestati e continuare la lotta. Risparmiò di accanirsi contro i nobili, ma non appena riuscì a togliere la pesante gabella ai contadini, i nobili lo attaccarono appoggiati anche da alcune maestranze. Riuscirono a catturare D’Alesi e ucciderlo il 22 agosto 1647.

Pagina 137:

“Le nostre mamme che hanno presentimento di tutto, che sanno tutto: e non fanno che complicare le cose”.

“il destino, il dolore e la morte cui la sua vita è stata sempre legata”.

Pagina 138, 139:

“-I libri, i tuoi libri- si disse Di Blasi (…) Ed ecco Diderot, cinque volumi, Londra 1773-. Allungò il piede verso la pila più vicina, a farla crollare. Il Damiani (…) si allarmò, insorse di diffidenza; e ordinò agli sbirri di sfogliare pagina per pagina i libri che Di Blasi aveva fatto cadere. –Imbecille- pensò Di Blasi –e non capisci che sto cominciando a morire?-“.

Pagina 142:

“l’ispirazione a confessare la sua colpa è venuta direttamente da Gesù (…) Questa era una finezza propagandistica di monsignore Lopez; ché aveva gran paura il popolo si sollevasse, e perciò aveva inventato una favola che ne colpisse il sentimento”.

Pagina 143:

“un cuore nero”.

Pagina 144:

“Senza l’intervento della Provvidenza a quest’ora le idee giocherebbero a bocce con le nostre teste. (…) un’idea delle idee. (…) le idee vengono quando le rendite se ne vanno.  (…) Le idee per cui scorre tanto inchiostro non sono poi tanto lontane da quelle dei ladri di passo… Solo che il ladro di passo non ha idea di avere delle idee(…) Se avesse idea che le azioni che commette vengono fuori da un’idea, e che di una tale idea si fa apologia nei libri, e che una nazione intera, una grande nazione come la Francia, si è messa a farne pratica… Ebbene: che differenza ci sarebbe tra il brigante Testalonga e l’avvocato Di Blasi?

-Nessuna: l’uno e l’altro tiravano per il mio – disse il marchese Geraci.

Pagina 146:

“Nella tortura l’uomo perde la nozione del proprio corpo (…). Il tuo corpo non ha più niente di umano: è un albero di sangue… Bisognerebbe farla provare ai teologi, ché finalmente capiscano che la tortura è contro Dio, che devasta l’immagine di Dio che è nell’uomo…”

Pagina 147:

“-Non accecarmi la mente- pregò: diceva alla buia natura del sangue, dell’albero, della pietra; al buio di Dio”.

Pagina 159:

“il dolore e il lutto sono solitudine”

Il sentimento  della morte.

Pagina 159:

“Davvero puoi ancora pensare all’anima, se la tortura ti ha dimostrato che il suo corpo è tutto?”. (Pagina 168) L’anima non ha pensieri. (Pagina 169) –Le vastasate dei vivi… O il niente che è niente.

Tra ragione e sentimento, pagina 164:

L’abate Vella “Inseguiva i fatti della vita, il passato e il presente, a cavarne sentimenti e significati come un tempo dai sogni degli altri estraeva i numeri del lotto (…) per la ruota di Dio o per la ruota della ragione… (Pagina 173) come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”.

Pagina 172:

“le orecchie gli vibrarono”.

Pagina 182:

“Ricordo il giorno di primavera in cui a Monreale avevano accompagnato quel Goethe: un uomo che si commuoveva su un coccio di Selinunte, su una moneta di Siracusa; ed era rimasto impassibile, quasi infastidito, a Monreale.”

Il boia, pagina 183:

“Si chiamava Calogero Gagliano, era un capraio di Girgenti (…)

–Vuscenza mi perdoni.

-Pensa alla tua libertà.

(…)Pregava il suo Dio, il Dio delle capre e del malocchio, che gli desse mano ferma a recidere la corda, che la mannaia cadesse bene. Fu esaudito.”!

 

[1] Almanaccu Sicilianu – Maju di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.  – Aprile 2016

[2] Padre Giuseppe Bentivegna, gesuita e patrologo di fama internazionale, insegna Teologia all’Istituto di Scienze umane e religiose presso l’Ignatianum di Messina. È autore di numerosi testi tradotti anche in Paesi di lingua francese e inglese. Collabora alla rivista La Civiltà Cattolica. Fa parte del Rinnovamento dal 1976

[3] Dal riformismo muratoriano alle filosofie del Risorgimento: contributi alla storia intellettuale della Sicilia Di Giuseppe Bentivegna Pubblicato da Guida Editori, 1999 Pagina 135 e 136

[4] STORIA DEL REGNO DI NAPOLI B.CROCE 1944 LATERZA -Bari

[5] L’ULTIMO DEGLI UZEDA

[6] Almanaccu Sicilianu – Marzu di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – Febbraio 2016

IL CACCIATORE DI FARFALLE Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

7 Mag

IL CACCIATORE DI FARFALLE

Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

Di

Alphonse Doria

Viaggio in India di Hermann Hesse, Sugar editore & C., Milano, gennaio 1973, lire 1.800, mi è stato portato da uno dei miei figli, forse Federico. Il fatto sta che era lì che giaceva, anno dopo anno. E’ l’ennesima opera che leggo di questo grandissimo Autore, premio Nobel per la letteratura 1946. A casa ho sempre avuto una copia in più di Siddhartha da fare dono a qualche giovane visitatore per iniziarlo alla buona lettura.

Come ogni intellettuale Hesse anticipa, percepisce l’animo della storia. In questo  libro di viaggio, prima edizione Berlino 1913, vi è una prima testimonianza del declino  dell’uomo europeo, che sarà sempre più deviato dalle forti  ideologie tecniche, con la perdita di quel sentimento scaturito dalla genuinità atavica della propria natura di essere. Quando si ci mette in cammino si è sempre mossi da una ricerca. L’oggetto di questa ricerca potrà essere materiale o spirituale. E l’uno contenere l’altro. L’oggetto del viaggio di Hesse è stato quello di ritrovare la spiritualità percepita e mitizzata dai ricordi dell’infanzia, che non trova in Occidente. Ma alcune immagini gli rimarranno dentro e daranno il loro frutto. L’opera Siddhartha è la testimonianza che l’Autore ha trovato quel Mondo perduto.

Bisogna fare della propria vita un viaggio, dove ogni immagine è un seme che nel tempo germoglia nel giardino che ognuno dentro ha.

In futuro negli anni ’60, il disagio della perdita di sentimento, si allargherà in tutto l’Occidente.  E molti giovani si illuderanno di intraprendere la ricerca affidandosi a gli effetti dei stupefacenti. E’ un modo di prendere delle scorciatoie risultate terribilmente sbagliate, dei veri dirupi dove perdersi, invece di trovarsi. Altri intrapresero il cammino segnato da Hesse verso l’India. L’India come l’intende l’Autore, più che luogo geografico, zona/dimensione/spirito/origine. Così, se pur il titolo parla d’India in realtà lui ha visitato i territori dell’Indonesia. Così scrive a pagina 44:

“(…), partivamo per l’Asia, che non era parte del mondo, ma un posto ben preciso e pur tuttavia misterioso tra l’India e la Cina. Da lì avevano avuto origine i popoli, le loro dottrine e le loro religioni; lì erano le radici di ogni saggezza, l’oscura sorgente di ogni vita umana, le immagini degli dei e le tavole delle leggi. (…) pensavo al drago d’oro, al nobile albero bo, al serpente sacro. (Nota: Fico che avendo protetto con la sua ombra le lunghe meditazioni di Buddha, divenne sacro con il nome di “albero della chiaroveggenza”, bodbirukkba, o più brevemente, albero bo. Pagina 45 …) ero in partenza per l’Asia, per vedere l’albero sacro e il serpente, per ritornare alla sorgente della vita, dalla quale tutto aveva avuto origine, e che rappresenta l’eterna unità dei fenomeni”.

Pagina 49: “Mi sentivo amato dal padre e dalla madre, guidato dal guru, purificato dal Buddha, redento dal Salvatore; qualunque cosa  ora mi fosse accaduta, mi avrebbe lasciato completamente indifferente. (…) rumoreggiava l’eternità e profondamente, nella notte della sacra ombra, risplendeva dorata l’antichissima porta del tempio”.

Ogni Terra ha il suo Spirito che condivide con gli abitatori tanto da farne un Popolo e insieme Nazione. A volte questi popoli vengono colonizzati da altri prepotenti e arroganti così il Popolo Malese, ecco che scrive Hesse in una semplicità sconvolgente la disgraziata colonizzazione malese, pagina 59:

“Questi poveri malesi, non potranno mai diventare come fanno invece gli europei, i cinesi e i giapponesi, padroni o imprenditori di questi lavori, ma saranno sempre costretti ad eseguirli come taglialegna, uomini da fatica e segatori, e ciò che essi guadagnano, lo restituiscono, quasi tutto, ai commercianti stranieri, in birra, tabacco, catene per orologi e cappelli per la domenica”..

Farfalle catturate da Hesse

Lo Scrittore ha un altro motivo che lo spinge a viaggiare, ed è quello di catturare farfalle per la sua collezione. Dal mio punto di vista, non sono solo le farfalle insetti che cerca e cattura, ma tutti quei momenti particolari, quelle immagini che scaturiscono sentimento. Quegli attimi dove si incrociano il Cielo verso la Terra e la Terra verso il Cielo in una spinta da ambo le parti. Due triangoli che si incrociano come le ali di una farfalla. Ed è proprio in questo incrocio che avviene la metamorfosi dell’uomo vecchio che muore e dell’uomo nuovo che nasce. Come la crisalide di una farfalla pronta a morire per rinascere splendente a nuova vita.

Emblematico l’episodio del capitolo Vita di società dove in un circolo di europei Hesse vide una farfalla grande quanto una mano dai colori stupendi e decise di catturarla per la sua collezione prima di ritornare in albergo. Ma arrivato il momento, ecco cosa succede, pagina 64:

“La gigantesca farfalla attratta più volte dalla luce si era ormai bruciata le ali”

Perché le belle occasioni si prendono al volo. Ma lui è un abile predatore e la farfalla non è solo l’insetto che sorvolava quell’ambiente, è anche un immagine, un sentimento, un momento, così continua:

“Presi a cercarla e la trovai sul pavimento priva di vita. Quando la sollevai, il suo corpo, già in parte rosicchiato brulicava di quelle minuscole e grige formiche nane, che qui si ritrovano nello zucchero, nelle scarpe, nelle calze, nella scatola di sigarette e nel letto, e sulla cui selvaggia avidità di preda si impara presto a scrollare le spalle, come sulla crudeltà dei cinesi, sulla falsità dei giapponesi, sulla mania di rubare dei malesi e su altri piccoli e grandi mali dell’Oriente”.

Vi è solo una differenza che vorrei aggiungere, che la crudeltà animale è innocente, mentre quella umana è sgradevole e dolosa. Nell’Autore non sussiste pregiudizio razziale, almeno credo. Nell’episodio del capitolo Notte sul ponte narra della piccola malese ingioiellata che l’osserva. Hesse descrive il più terribile, forse vero pregiudizio sull’occidentale, sull’uomo bianco, che ha schiavizzato e distrutto migliaia di nazioni in nome della religione e del progresso, con una crudeltà infame e terribile, pagina 69:

“(…) mi osservava attentamente, con i suoi occhi belli e calmi e con interesse reale, quasi potesse spiare nel sonno che razza di animale è l’uomo bianco. (…) i begli occhi curiosi di una cavalla o di un vitello”.

Quegli occhi sono intellettivi e intelligenti, eppure innocenti, come quelli di un animale.

Ecco di seguito altre delle tante farfalle che ha catturato Hesse e che mi hanno colpito particolarmente.

Hesse, spettatore di uno spettacolo teatrale, analizza questi attori nella loro essenza, notando intanto quanto possono essere vulnerabili ed ingenui nel loro sentimento, pagina 16:

“(…) i poveri malesi mi apparvero come cari e deboli bambini, senza possibilità di salvezza, in balìa dei  più malefici influssi europei. Recitavano e cantavano con superficiale abilità, con aggressività napoletana, talvolta improvvisando, al suono di un moderno armonico.”

Sembra che stia descrivendo una anticipazione di Bollywood. Anche perché se sono malefici gli influssi europei immaginiamoci come sono quelli americani…

Pagina 20, 21: “L’intenso traffico delle strade (Singapore) ricorda molto da vicino quello delle città italiane; e pur tuttavia assolutamente privo del folle rumore con il quale in Italia ogni fiammiferaio propaganda la sua mercanzia”.

Pagina 24: “La piccola gracile fanciulla ha un dolce viso infantile, (…), ma i suoi occhi sono abili e freddi; è forse il viso cinese più disperato e scaltro di tutta Singapore”.

Queste altre immagini rappresentano il paesaggio, l’uomo e la natura si incontrano nella storia, ma ecco cosa avviene quanto la storia di un popolo viene deviata.

Pagina 35: “Il clima distrugge con grande rapidità ogni lavoro umano, per cui le abitazioni non sono ispirate a criteri di durata e stabilità, ma soltanto a una esigenza momentanea di ombra e di riparo dalla pioggia”.

Pagine 37: “(…) le costruzioni sono colorate, per lo più di un violento colore turchino, che nella forte luce dei tropici, risulta fresco e nobile”.

Pagina 38: “(…) guardando da un bosco di palme, bello e silenzioso, o da un vicolo di un grazioso e lontano paese della Malesia oppure da una strada cinese blu scura, discreta nella sua uniformità, una chiesa, che, eretta, su uno spazio isolato, in stile gotico inglese, irrazionale e assurdo, dichiara apertamente l’impotenza culturale dell’Occidente (…). Una casa malese, appena (pagina 39) terminata, dopo tre mesi, sarà perfettamente integrata nel paesaggio, come se fosse stata costruita da cinquantenni; invece un palazzo residenziale olandese, una chiesa inglese o un edificio scolastico cattolico di stile francese non potranno mai rallegrare il nostro sguardo, fintanto che non avranno posto termine alle loro esistenza carica di colpe e non avranno restituito alla natura le singole parti di cui sono composte”.

Pagina 50: “(…) lo stanco chiarore delle stelle”.

Pagina 62: “Multatuli (NOTA: Pseudonimo dello scrittore olandese Eduard Douwes Dekker. (…) Egli prese decisamente le difese degli indigeni che venivano sfruttati senza riguardo, ma venutosi a trovare in contrasto con i suoi superiori per questo atteggiamento, ritornò in Europa)”.

La farfalla più bella e suggestiva Hesse la cattura tra sogno e realtà a pagina 74:

“Ero un bambino che stava per piangere, cullato da una madre, che mi cantava una antica nenia in malese; stavo per aprire gli occhi, pesanti come il piombo, per guardarla, quando riconobbi il volto millenario della foresta vergine, che china sopra di me mi parlava in un sussurro. Ero proprio nel cuore della natura; (…) lì marciscono e muoiono i popoli, e dal mucchio delle loro carogne risorge rapidamente un’altra  razza umana, esuberante e invulnerabile”.

Cosa dire di questa icona potentissima? La vergine madre che tiene in braccio il bambino, sintesi del sentimento religioso. Di fronte alla ciclicità di Madre Natura quale confronto può tenere l’arroganza del misero uomo, o di un popolo, o di tutto il genere umano? Lo stesso genere umano che non riconosce la grande fortuna e il grande amore che questo pianeta ha per le proprie creature. E allora la ricerca di Hesse continua allargando lo sguardo in posti lontani, immensi orizzonti, pagina 76:

“(…) osservare con stupore l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile e l’irrazionale dentro di me. (…) non con il desiderio di chiarire queste cose, ma soltanto con l’esigenza di essere presente e di non perdere neppure uno degli straordinari attimi, nei quali la grande voce mi avrebbe parlato e nei quali io, e con me, la mia vita e la mia sensibilità sarebbero svanite e avrebbero perso di valore, poiché sarebbe stato soltanto un insignificante tono armonico rispetto al profondo tuono e all’aurora più profondo silenzio dell’incomprensibile avvenimento. (…) e rabbrividire per una profonda angoscia mortale”.

Leggere queste righe di prosa mi è sembrato di riscontrare la sublime poesia di Leopardi L’infinito. Mi viene spontaneo che questa Anima Mundi è percepibile al di là del tempo, basta lo spirito pronto al sentimento, poi la strada ognuno scelga la propria: l’arte, la religione, la sapienza, l’amore o ciò che vuole.

Pagina 85: “Qui le persone che litigano sono rare e non si vedono mai ubriachi, e di fronte a ciò il viaggiatore che viene dall’Occidente si vergogna di provarne stupore”.

Pagina 91: “(…) ma si prova uno stupore maggiore sentendo che, qui, secondo un’antica leggenda di Palembang, sarebbe sepolto Alessandro Magno”.

Pagina 95: “ In Europa non abbiamo nessuna idea di come possa essere scura la notte ai tropici”.

Pagina 96: “(…)una gabbia di scimmie vive”.

Pagina 100: “Un piacere atavico e un sentimento patriottico, che con mia grande delusione, non avevo mai provato di fronte al tipico paesaggio tropicale, lo sentii quella volta osservando questa gente così naturale, primitiva e spensierata; questi, infatti, vivono qui in India, in maniera ancora più bella e seria che, per esempio, in Italia, dove normalmente siamo abituati a cercare la “innocenza del Sud””.

Pagina 104: “Noi siamo giunti lontano ed è bello, che per noi, piccola e insignificante parte dell’umanità, non siano più necessari né il crocifisso sanguinante e neppure il liscio e sorridente Buddha. Noi vogliamo superare questi e altri dèi per imparare a farne a meno. Ma sarebbe bello, se un giorno i nostri figli, che sono cresciuti senza dèi ritrovassero il coraggio, la letizia e lo slancio degli animi, per erigere  monumenti e simboli alla loro interiorità, così luminosi, grandi e inequivocabili”.

Pagina 108: “I sacerdoti indicavano gli antichi libri del tempio, sontuosamente rilegati in argento e i cui testi sacri, scritti in sanscrito e pali, presumibilmente non riuscivano più a leggere, e ciò che essi, in cambio di pochi soldi, scrivevano su foglie di palme non era un bel verso o un nome, bensì la data del giorno e la denominazione della località, una insipida e meschina quietanza. (…) Il buddismo di Ceylon (…) non è nient’altro che una delle solite forme, commoventi e dolorosamente grottesche, nelle quali l’inconsolabile dolore dell’uomo si evidenzia per la sua mancanza di spirito e di forza”.

Pagina 119: “Tutti hanno gli stessi occhi belli e supplichevoli e un residuo di selvaggia innocenza e di mancanza di senso di responsabilità in un’anima estremamente sensibile”.

Pagina 120: “Hanno tutti, dal ricco proprietario edile fino al misero coolie paria, una religione. La loro religione è povera, corrotta, esteriore, imbarbarita, ma è potente e onnipresente come il sole e l’aria, essa è flusso vitale e atmosfera magica ed è l’unica cosa per la quale noi invidiamo seriamente questi poveri popoli sottomessi. (…) la consapevolezza di trarre forza da una fonte magia ed inesauribile, che noi nord-europei, nella nostra intellettualistica e individualistica cultura, proviamo solo raramente, per esempio ascoltando la musica di Bach, viene sentito ogni giorno dal maomettano, che nell’angolo più lontano del mondo esegue pregando le sue genuflessioni e dal buddista nel freddo atrio del suo tempio. E se noi, europei non riguadagneremo questo sentimento in una forma superiore, non avremo più diritto all’Oriente. Gli inglesi, che, nel loro sentimento nazionalista e nella gelosa cura della propria razza, possiedono una specie di religione sostitutiva, sono infatti anche gli unici occidentali, che hanno saputo ottenere qui un potere effettivo e un certo peso culturale”.

Conclusioni

Possiamo intuire che in questo viaggio in “India”  ha trovato l’occidentale/europeo  ormai in declino, perché ha perso il suo sentimento della magia, quello atavico e quindi se lo vuole ritrovare deve ritornare alle origini, dove tutto ha avuto inizio.

Sembra preannunciare sentimenti devianti che nasceranno appena dopo come il nazismo nel 1920. Il sentimento di nazione è ben diverso  da una religione. La quale prima viene suscitata con la propaganda e poi viene imposta.

Ormai il cambiamento è vicino, nonostante le ideologie tecniche, nazionalsocialismo, comunismo e democrazia elettorale, nonostante, la chiamata a quel sentimento spirituale delle apparizione mariane, l’uomo occidentale è ancora disperso senza sentimento per la propria Terra, senza sentimento per il proprio interiore, non avvertendo più quel sentimento della magia dei cieli sopra e dove ne è immerso avviandosi sempre più ad una inevitabile catastrofe esistenziale. I figli dei fiori, gli Happy hanno cercato l’Oriente, dentro di loro, portando un filo di speranza nell’Occidente, solo per poco, perché questa speranza in parte diventa facilmente spazzatura e in parte muore come religione.  Gli uomini delle certezze, sono coloro che credono di essere felici dentro un’ampolla di vetro opaco. Mentre il pensiero debole relativista lascia l’uomo europeo in balìa di tutte le trappole capitalistiche.

FANTASTICHERIE – Novelle

29 Apr

Vi invito alla lettura della mia ultima pubblicazione

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/327956/fantasticherie/

 

 

 

 

      Nove novelle dove è in scena la fantasia senza camicia di forza. Al limite dell’immaginabile. Accadde. Chi potrà mai immaginare un essere minuscolo invisibile proveniente da un altro universo parallelo penetra nel nostro ed incomincia a divorare galassie cambiando le regole della fisica? Citrullus lanatus. Scoprirete che si potrà essere convinti che chi ha creato questo Mondo è stato solo per burla. Oppure di potere vivere una  Giornata kafkiana ad Agrigento. Possibile che tutti i cornuti vanno a finire all’Inferno? Il diavolo è un povero cornuto. La paura di Camilleri & La profezia di Fifì. Penso che molti hanno tentato di scimmiottare un episodio di Montalbano, così anch’io. L’ardimentoso amore del maestro Giuseppe Addamo. Lo sguardo di Venere ha colpito ancora ed a farne le spese è stato il giovane Peppuccio di Favara.  Non volare alto. L’immagine diventa carne e prende vita lasciando sconcertati tutti coloro che vedono, ciò che vogliono vedere. Profumatamente. Tra sogno, realtà ed ipocrisia sociale. Carmelo Rosano. A volte la storia, scritta dai vincitori, presenta tante ombre, solo vivendo con passione quel tempo si può distinguere le ombre dalle sottili verità.

 

FANTASTICHERIE – NOVELLE

29 Apr

 

Vi invito alla lettura della mia ultima pubblicazione

SINOSSI

 

      Nove novelle dove è in scena la fantasia senza camicia di forza. Al limite dell’immaginabile. Accadde. Chi potrà mai immaginare un essere minuscolo invisibile proveniente da un altro universo parallelo penetra nel nostro ed incomincia a divorare galassie cambiando le regole della fisica? Citrullus lanatus. Scoprirete che si potrà essere convinti che chi ha creato questo Mondo è stato solo per burla. Oppure di potere vivere una  Giornata kafkiana ad Agrigento. Possibile che tutti i cornuti vanno a finire all’Inferno? Il diavolo è un povero cornuto. La paura di Camilleri & La profezia di Fifì. Penso che molti hanno tentato di scimmiottare un episodio di Montalbano, così anch’io. L’ardimentoso amore del maestro Giuseppe Addamo. Lo sguardo di Venere ha colpito ancora ed a farne le spese è stato il giovane Peppuccio di Favara.  Non volare alto. L’immagine diventa carne e prende vita lasciando sconcertati tutti coloro che vedono, ciò che vogliono vedere. Profumatamente. Tra sogno, realtà ed ipocrisia sociale. Carmelo Rosano. A volte la storia, scritta dai vincitori, presenta tante ombre, solo vivendo con passione quel tempo si può distinguere le ombre dalle sottili verità.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/327956/fantasticherie/

 

UN PARADISO PER TUTTI Riflessioni di lettura su Viaggio in Paradiso di Mark Twain

13 Apr

UN PARADISO PER TUTTI

Riflessioni di lettura su

Viaggio in Paradiso di Mark Twain

di

Alphonse Doria

Il titolo originale of this libro E  Visita del capitano Stormfield al cielo prima edizione 1909, quindi POSSIAMO dire Parola di marinaio. Libro che ho pagato, se non ricordo male, 1 € Perché un gadget del quotidiano Repubblica, Gruppo Editoriale L’Espresso SpA anno 2011, la Traduzione e Di Maria Celletti Marzano e l’Introduzione di Michele Serra. Peccato! This Introduzione Che etichetta la letteratura dando substantially dei Parametri di Parte, Appartenenza politica rovinando, Cio che in Realta e l’Arte: il superamento delle etichette e delle meschinità partitiche di Tutti i Tempi e di Tutti i Luoghi. This aldilà Non E assolutamente democratico E costituito da Una rigidissima Monarchia (Il Regno dei Cieli) e solista il Merito acquisito nella vita crea il Grado sociale. Il Merito VIENE measured in Relazione alla potenzialita. Venite insegna Il Vangelo di Marco nell’episodio dell’Offerta della vedova povera dei due spiccioli E che in Realta erano Tutti i Suoi averi. Quindi E grande l’atto della povera vedova. MENTRE (pagina 92) i Quindici Dollari Offerti da Andrew, il Che nonostante erano Una piccolezza in confronto Ai Suoi averi, vagliato il Che era il sordido Più uomo bianco per lui Quella veniva considerata in Paradiso Una grande rinuncia Più della vita di diecimila anime nobili! Quindi this Paradiso ha un metro di misura racconto da concedere l’ingresso veramente alla stragrande Maggioranza delle “persone”. In Quanto DOPO morti si Rimane PERSONE (pagina 25). La persona VIENE valutata per Cio che Realmente E Nelle proprie potenzialita. For example Il Più Grande Generale di Tutti i Tempi e di Tutti I Pianeti Che Non ha Avuto in vita possibilita di espletare la SUA arte Perché veniva Continuamente riformato causa ALCUNI Difetti Fisici in this Paradiso VIENE acclamato al Suo passaggio e Cesare, Napoleone al Suo confronto Sono solo degli aiutanti di campo. Così grandissimi Profeti Che nella vita erano solista degli Anonimi barristi, ciabattai. E’ forse this Il Concetto di democrazia americana? Il sogno dell’oppresso di potersi riscattare. Non vieni Il Vangelo insegna nel Discorso della montagna di Matteo: Beati Gli Afflitti, Perché Saranno Consolati. Ma Come Il mito di Superman Che vive in ognuno di Che non ha quella forza di reagire alle angherie Quotidiane della Società Così basta all’imbranato e beffeggiato Clarke Kent togliersi Gli occhiali per divenire il Più forte con Super Poteri. Così Il Povero barista Che Si sente un grande profeta ma la vita, Il Sistema non Gli dalla possibilita di ESPRIMERSI, in this aldilà trovera il riscatto della giusta considerazione.

Nell’introduzione si legge della amicizia con il grande scienziato Nikola Tesla che secondo il mio punto di vista ha influenzato e non poco la stesura of this romanzo. Di Viaggiatori nell’aldilà ve ne Sono un bizzeffe illustri e meno, Religiosi e letterati, di Tutti i Tempi, ma il Capitano Stormfield E singolare Perché scomoda la Scienza per il Suo racconto, Quella scienza Che Ancora non has been del tutto svelata. E’ un Paradiso fisico pur se con distanze astronomiche, Anche con la Presenza delle Rocce (pagina 55). Ad Un certo punto VIENE da Pensare Che il Capitano Abbia Visitato Visitato Il Paradiso di Giordano Bruno. Proprio per this Motivo la Chiesa ha abbrustolito IL FILOSOFO. Perché AVEVA asserito Che l’universo, il Mondo, era pieno di galassie, sistemi solari e Pianeti Simili al nostro. La Chiesa, vieni ha Fatto sempre da Pietro in poi, ha visto Le cose Con gli occhi Umani e il metro Umano e non Quello divino, Così si e posto il Problema se in QUESTI mondi fosse Stata possibile, e In quale maniera, la Missione del Salvatore? Quindi e Stato meglio bruciare IL FILOSOFO che dare Risposta Una.

Ognuno ha il Paradiso Che Si Merita, ed appunto in this di Twain e presente in maniera massiccia la burocrazia Con gli acciacchi ei Difetti Terreni, forse Sarà Stato per this che Serra lo ha Definito  Uno dei padri della letteratura Democratica una pagina 7. La maggior parte dell’elettorato democratico Sono Dipendenti Pubblici. Nel mio aldilà Tutti i burocrati Vanno a finire all’Inferno Direttamente e nessuno VIENE risparmiato né per pietà e neanche per misericordia. Hanno Già tanto in vita …

La chiave di lettura of this Opera e l’umorismo, quindi non bisogna cercare Nozioni né teologici né Politici. For example nel racconto non vi e la differenziazione Tra creatura angelica e persona beata, tanto Che Si Può Essere nominati Angeli, MENTRE in teologia l’angelo Non E Umano ma creatura spirituale. Come a pagina 55 su l’uso delle ali, spiegato dall’anziano angelo Sandy, E grande letteratura umoristica when in fine concludere Che le ali Sono soltanto un Aggeggio da parata. E sempre per la fisicità of this Paradiso continua a pagina 58 Che le ali Non Sono Strumento di Trasporto, Per tutta la DISTANZA astronomica per giungere alla Verruca (Terra). Una meta strada le ali sarebbero fuori combattimento, si staccherebbero perfino le piume nascenti e l’ossatura apparirebbe nuda venire Il Telaio di un aquilone prima dell’applicazione della carta.

This Paradiso molto fisico con Patriarchi, Profeti, Arcangeli (di cinque metri! Con tanto di spadone), angeli e beati E L’esagerazione dell’aldiquà Fatto di finti Desideri propinati dal capitalismo E che da solo DOPO Essere STATI raggiunti ci si accorge di Quanto fossero vani

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CINQUANTA E PIU’ SFUMATURE DI IDIOZIE

24 Mar

 

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CINQUANTA E PIU’ SFUMATURE DI IDIOZIE

Riflessioni di lettura su Cinquanta sfumature di Grigio di E L James

DI

Alphonse Doria

Mi vergogno un po’ a confessare che ho letto questo libro, non per l’argomento che tratta, ma per la sua stupidità. E siccome prima di argomentare su tale testo il dovere è conoscerlo, così in una di quelle tante offerte dei Club di libri mi è stato proposto ad un prezzo convenientissimo, a meno di 3 euro spedizione compresa, l’ho acquistato e messo in biblioteca, ora è venuto il suo turno.

Non mi meraviglio più di tanto del suo successo planetario, ma di tutte quelle recensioni di nomi e testate giornalistiche con esagerato entusiasmo.

Cinquanta sfumature di Grigio di E L James Arnoldo Mondadori Editore – Milano 2012.

Sarò molto breve. L’idea del contratto tra Christian Grey ed Anastasia mi ha fatto molto ridere, perché in primo luogo mi ha ricordato il fortunato protagonista della serie tv The Big Bang Theory, Dr. Sheldon Lee Cooper, che appunto per ogni relazione ha pronto un contratto da fare firmare, anche per la sua fidanzata. Secondo luogo, un contratto del genere in mano sbagliate sarebbe stata un arma micidiale per la reputazione di uomo d’affari e per la sua azienda, entrando nel Mondo del libro e volendo ragionare con il suo metro.

Anastasia è poco credibile, scusatemi ma non ho trovato altre metafore, una cagna in calore pronta ad ogni palpito di ciglia. In realtà il fascino principale del psicopatico Christian sono solo i suoi soldi. Vorrei vedere l’Anastasia davanti un signor Grey venditore di panini e panelle tutta la sua eccitazione e la sua disposizione a farsi sculacciare…

L’argomento sesso è stato trattato, dal mio punto di vista, in maniera poco educativa e piacevole. Capisco che forse il lettore di riferimento è la donna, ma personalmente non ho trovato nemmeno un rigo interessante. Primo punto, la differenza che si pone tra il “fottere” e il “fare l’amore” è che nel primo il partner cerca il suo godimento non curandosi dell’altro, mentre quando si fa all’amore si tiene soprattutto al godimento del partner. Quindi l’autrice ha fatto un po’ di confusione perché il protagonista visto che era molto attento al godimento di Anastasia faceva all’amore e non viceversa.  A pagina 113 Christian dice ad Anastasia: “(…) io non faccio l’amore; io fotto”. Il rapporto tra dominatore  e sottomessa in quanto gioco sessuale non doveva estendersi al di là del sesso, invece basta che la sottomessa alza gli occhi o risponde in maniera poco garbata per guadagnarsi all’istante sculacciate e in fine anche cinghiate. Mi è sembrato uno di quei rapporti maschilisti e offensivi alla dignità delle persone. Questo libro l’ho trovato offensivo verso la donna e verso il sesso. Il suo successo? il mondo ha tante cose brutte che piacciono alla gente.

UN OTTIMO COMPAGNO DI VIAGGIO

29 Gen

UN OTTIMO COMPAGNO DI VIAGGIO

Di

Alphonse Doria

Dall’11 al 25 gennaio sono stato in vacanza e quindi per valore della sorte l’ultimo libro rimasto dei tanti che mi portai quando partii per la Germania è stato: 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato di Daniela Gambino  Newton Compton Editori, Ariccia – Roma 2015 costo 5.90 € copertina rigida. In copertina recita: “La magia di una terra attraverso i suoi personaggi e le sue leggende”. E’ stato un ottimo compagno di viaggio. Daniela Gambino con la sua freschezza affabulatrice, come il bisnonno, è riuscita a rappresentare la Sicilia ammaliante nelle sue mille sfaccettature. Certo si leggono tanti primati che il Popolo Siciliano annovera a se, ma è altrettanto vero che ogni Popolo della Terra ha i suoi primati ed è giusto che ne sia orgoglioso. Questo orgoglio dimostra l’attaccamento alla propria identità di Popolo. E i Siciliani siamo Popolo, siamo Nazione, pur se il nostro Stato politico non ci consente di autodeterminarci.

L’Autrice come primo Capitolo mette il mito di Scilla e Cariddi, sembra proprio il libro del viaggio del Siciliano e quindi si stacca dalla sua Terra con tutte le paure e le ansie che un viaggio ha nel suo insito. Mi ha colpito al Cap.3 il puparo del 421 a.C.. A Cap.8 sorprendente scoprire l’invenzione del cannolo. E Cap.9 il senso della morte dei Siciliani, personalmente lo intento come il sentimento della Morte, con la tradizione del 2 novembre. A Cap.11 si legge della fata Morgana trasferitasi in Sicilia. Ed a Cap.12 si scopre che la parola “caramella” e i suoi derivati proviene dalla “cannameli” della Sicilia dove veniva chiamata in questo modo la canna da zucchero importata dagli Arabi nell’827 e dalla Sicilia Colombo la portò nel Sud America dove ha subito dei cambiamenti e divenne la risorsa per quei Popoli, ma soprattutto dei loro colonizzatori e schiavisti. Cap.24 “la santa a l’addritta” santa Estochia è stata la modella per l’Annunciata di Antonello da Messina. Una Madonna con un libro davanti è stata una modernità esemplare. La bellezza di questa donna è sorprendente e così narrano per la santa i biografi. Cap.40 Il primo pazzo di Sicilia: il barone Pisani che realizza La Real casa dei matti, mettendo le proprie risorse e la propria vita a servizio dei malati mentali. Si! è stato sicuramente un pazzo: pazzo d’Amore. Cap.42 si legge dell’esilio volontario a Parigi di Michele  Amari indipendentista rivoluzionario siciliano contro i Borboni che grazie al sostegno ed alla solidarietà, tutta siciliana, è riuscito a continuare gli studi su gli Arabi lasciandoci uno strumento culturale eccezionale. Cap.43 mi informa delle favole siciliane ricercate e scritte dalla svizzera Laura Von Gonzebach, opera che devo leggere a più presto. Cap.47 la storia di Petronio Russo, una grande occasione mancata per la Sicilia con l’invenzione dell’auto, per mancanza di finanziatori. Ho dovuto riflettere su una frase scritta a pagina: “In molti lo osteggiarono perfino da morto, opponendosi all’idea di dedicargli una targa ricordo. Forse perché davanti a tanta intelligenza e freschezza di spirito avvertivano, più forte e insopportabile, la loro mediocrità”. Questo uno dei grandi problemi del sistema politico, quello che risultano vincenti i mediocri, mentre pergli altri resta solo accodarsi alla maggioranza.

Cap.49 Giuseppe Pitrè “avvertiva l’inadeguatezza dello stato unitario (…)” (pagina 139) La scrittrice si chiede: “ Fu solo amore per le tradizioni? O un modo per riconoscere ai bisogni del popolo, alle sue icone, la giusta dignità?”.

Cap.57 veniamo a conoscenza della fantastica storia del cinema siciliano. Lo spettacolo, in tutte le forme, da millenni è stato sempre la passione dei Siciliani. Ovunque vi è un Siciliano, nel suo esprimersi a parole e gesti vi è teatro. Ovunque in Terra di Sicilia vi sono teatri in pietra, pupari e anche cinema, drammaturghi che hanno rivoluzionato il teatro (Pirandello). Così come Giovanni Rapazzo fu l’inventore nel 1921 della pellicola a impressione contemporanea di immagini e suoni. Mentre Cap.67 si legge la storia della PANARIA film l’avanguardia della cinematografia tutta siciliana. Uno dei suoi più noti film “Vulcano”, poi straordinarie le riprese subacquee proprio all’avanguardia. Come la Panarea è stata propulsore di sviluppo anche economico mettendo alla luce ed al turismo internazionale un paradiso terrestre come le Isole Eolie. La Panarea è stata la prima in Europa a girare un film in technicolor: “La carrozza d’oro”, considerato uno dei capolavori della cinematografia mondiale. Scoprire a Cap.73 che la voce del computer di Odissea 2001 Hal è siciliana, dell’attore palermitano Gianfranco Bellini. E a Cap.76 che il volto caratteristico del cinema americano di molte pellicole come Ghost dove era il fantasma della metropolitana che spiegò al protagonista come passare i muri e Star trek è di un originario di Polizzi Generosa, dove dopo il successo si venne a ritirare fino all’ultimo dei suoi giorni,            l’attore Vincent Schiavelli. Cap. 78 la storia del film “Matar es mi destino” quando nel 1970 un funzionario  del Banco di Sicilia diventa produttore di questo documentario. Cap.97 il grande regista del cinema americano Frank Capra è nato a Bisacquino  nel 1897.

Cap.61 Daniela Gambino descrive la famosa “punciuta” con una spina di arancio amaro e la santuzza che brucia in mano durante il giuramento, l’effetto che suscita a chi viene “combinato”. Sembra in ogni modo un rito satanico. Così testimonia il pentito Grigoli: “Ho visto subito che la gente mi guardava in un altro modo. Mi rispettavano quasi per un miracolo divino”. Costui è stato l’assassino di un santo: don Giuseppe Puglisi.

Cap.66. Meravigliosa ho trovato la storia sulla rivolta delle gelsominaie. Cap.70 come la Lapa sostituì il carretto siciliano ed entrò nel costume del Popolo Siciliano. Quindi è facile incontrare una Lapa agghindata come un carretto siciliano e nelle sponde magari disegnate gesta di Orlando e Rolando. Cap.82 il toro di Wall Street è opera voluta e realizzata dal siciliano Arturo Di Modica, solo la dea Fortuna ha voluto che restasse in quella piazza. A Cap.87 scopro che “u pallunaru” del 2 maggio a Siculiana si chiamava Petru Sazizza ed è morto nella strada statale tra Palermo ed Agrigento. Ricordo come era bello vedere alzare verso il cielo, il testone del soldato e tante altre fantasie aerostatiche inventate dal Sazizza. Cap.88 la storia che fa incavolare non solo gli Inglesi ma anche gli Italiani, che Shakespeare in realtà è il siciliano Michelangelo Florio Crollalanza. In merito sto rileggendo tutte le opere del grande drammaturgo e le sorprese sono tante, come ad esempio nel Racconto d’inverno, dove si mette in scena il dramma delle corna del Re di Sicilia Leonte. A lettura completa presenterò un resoconto personale su questo oggetto di discussione. Il libro cui regala tantissime altre sorprendenti storie di questa Terra di Sicilia così meravigliosa.

OBBIETTIVI DEVIANTI DI Alphonse Doria RIFLESSIONI POST LETTURA DEL SAGGIO DI STORIA “LA SICILIA DELLE STRAGI”A CURA DI GIUSEPPE CARLO MARINO

21 Gen

 

 

La lettura di un libro da parte mia comporta sempre di più un impegno emozionale. Potrà sembrare strano ma è proprio con i saggi (soprattutto di storia) che mi capita di surriscaldarmi parecchio, come il testo in questione.  “La Sicilia delle stragi” a cura di Giuseppe Carlo Marino  edito dalla Newton Compton Editori, Roma il 05 novembre 2015 – 512 pagine, costo 5,99. Quindi un prezzo super accessibile a chi si tormenta con dei punti interrogativi che lo inseguono e lo punzecchiano da sempre venuto a conoscenza dei fatti di storia siciliana. Questo libro ormai introvabile spero vada in ristampa.

La storia siciliana appare sempre di più opaca, come l’acqua di uno stagno che rimane sempre tla-sicilia-delle-stragi_7132_x1000orbida, nonostante da secoli non viene molestata, e non lascia vedere il fondo. Ora leggendo questo testo su alcune stragi ho avuto la conferma delle mie impressioni e motivazioni il perché la nostra storia deve essere così attanagliata da tanti misteri.

Non è la prima volta che m’impatto con qualche scritto del curatore di questo libro. Proprio sul mio L’ULTIMO DEGLI UZEDA a pagina 90 e 91 scrivevo:

(…) quando leggo le asserzioni di un certo Giuseppe Carlo Marino[1], inorridisco leggendo nel capitolo La mafia come forza originaria del potere la conclusione: (pagina 15)[2] “Come definire questo perverso rapporto tra ceti alti della tradizione aristocratica e la mafia emergente dal “popolo”? Una scomoda alleanza? E’ più corretto evidenziare una complicità. Essa è senz’altro la matrice storica di un originario rapporto omertoso stabilitosi tra il baronaggio politico e la sua base mafiosa ed anche del comune e strumentale orgoglio di difendere e valorizzare la cosiddetta sicilianità. Ecco spiegato come e perché la mafia e le classi egemoni siciliane avrebbero trovato, fino ai nostri giorni, il loro comune denominatore culturale nel sicilianismo. Per questo signore bisogna eliminare qualsiasi residua della cultura siciliana e qualsiasi rivendicazione identitaria siciliana per sconfiggere la mafia… Sterminare un Popolo, nel senso identitario, per eliminare un male che non fa parte della sua cultura ma di una alterazione di potere colonizzante della politica di Cavour e di tutto ciò che ne seguì fino ad oggi. Più razzista antisicilianista di così caro professore Marino non si può? Ma il professore Marino è un Siciliano…   Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.[3] Con questo teorema che sicilianismo e mafia hanno il loro comune denominatore culturale viene legittimo accusare qualsiasi iniziativa e attivista sicilianista di mafia, o simpatizzante della mafia. In parole pratiche con questa accusa viene criminalizzata qualsiasi azione e movimento di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Sappiamo benissimo da gli atti giudiziari che la mafia è stata a servizio delle forze politiche che hanno le segreterie di partito a Roma. L’elettorato suscettibile di influenza mafiosa è stato messo a disposizione ora a l’uno, ora a l’altro, facendo così proprio la mafia ha permesso la colonizzazione clientelare del Popolo Siciliano, ed è stata contraria ed in opposizione a qualsiasi forza politica sicilianista. Proprio a fine della seconda guerra mondiale il M.I.S., che aveva ottenuto il consenso del Popolo Siciliano, con tutte le sfaccettature variegate, ha visto il volta faccia immediato, di quegli elementi cosiddetti mafiosi per la Democrazia Cristiana.

 

Prima di acquistare questo libro leggendo il nome del curatore ho avuto delle remore, così l’ho aperto e letto qualche nome e come veniva trattato, allora mi sono detto: il solito testo di divulgazione omologata. Ma occorre sentire il suono dell’altra campana. Proprio nella copertina leggo: “UN MOSAICO NARRATIVO IN CUI I VERI EROI SONO LE VITTIME DELLA MAFIA”. Questa asserzione stabilisce una linea divisoria tra “eroi” resi vittime dalla forza nemica: la “mafia”. Quindi una linea divisoria con i nemici del Potere istituito e tenuto in vita, legittimato a caro prezzo con il loro sangue dagli eroi. Ma le conclusioni stesse di questo libro, che saltano sotto gli occhi di un lettore ben attento, sono ben altre, perché questa linea tra Potere istituito e Mafia non è per niente divisoria, è solo illusoria. Troppo fili di contatto vi sono stati nella storia da una parte e l’altra per definirle opposte e contrarie. L’unica vittima è la Libertà, l’Autodeterminazione del Popolo Siciliano. Testimoniata dalle uniche vittime  quasi tutte Siciliani uccisi, fatti saltare in aria, mentre cercavano di scoperchiare la cloaca dello Stato Italiano e i suoi maldestri e malefici interventi nella storia della propria Isola.

Passiamo all’analisi del testo in questione. La PREFAZIONE non andrebbe letta in quanto ha la pretesa di essere il volantino per le modalità d’uso, un condizionamento di opinione del lettore. Il professore Marino mette subito le mani avanti a pagina 8, chiarendo che l’obbiettivo di questo saggio è quello di “contrastare con un rigore storiografico professionale”, “la gamma delle molteplici interpretazioni alle quali è esposta largamente la storia siciliana”, “i voli pindarici e le improntitudini di una certa pubblicistica dilettantistica che va costruendo con successo sulle cose e su gli eventi di Sicilia “teoremi” (…) scientificamente inaffidabili”. Quindi vi sono i storici, come lui, che lo fanno per mestiere, e quindi pagati e omologati dal Potere istituito, e gli altri i pubblicisti dilettantistici, chiamiamoli non omologati, diciamo pure liberi di dire la verità così come è.

Mentre lo storico di mestiere ha spesso un bruttissimo vizio di non dire. Quindi non dando tutte le indicazioni il corso della verità storica se ne va a quel paese. Il rigore storiografico professionale se ne va a farsi fottere e quello di contrastare i teoremi scientificamente inaffidabili di una certa pubblicistica dilettantistica è un obbiettivo deviante. Il vero obbiettivo è quello di nascondere, infangare la storia del Popolo Siciliano anche negando le stesse affermazioni, negando l’evidenza storica.

Il curatore di questo libro ha sottaciuto su alcune stragi, pur essendo di una certa rilevanza storica. Ad esempio:

Il 3 gennaio del 1862 a Castellammare del Golfo (Trapani) dopo un processo sommario, sono stati fucilati: Angela Romano, una bambina di 9 anni (l’unica in tutto il mondo che viene processata e fucilata a questa età), un prete, due persone anziane e tre donne. Tutti sono stati accusati di essere familiari dei ribelli indipendentisti siciliani. L’inquisitore generale Pietro Quintino, ex garibaldino, dopo questo gesto infame  è stato decorato con la “Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro”. I Siciliani hanno compreso d’allora la vera faccia del nuovo occupatore: ITALIA! Ecco come recita il Liber defunctorum di giorno 3 gennaio 1862 posto negli archivi della Matrice di Castellammare del Golfo: “ (…) Romano Angela, figlia di Pietro e della sua consorte Giovanna Pollina, a l’età di 9 anni nell’ora 15,00 circa di oggi a Castellammare, ha dato la sua anima a Dio senza sacramenti, nella villa chiamata della Falconera, perché è stata uccisa dai soldati del Re d’Italia. Il suo corpo è sepolto nel nuovo camposanto”.[4]

 

Un fatto così crudele che mette in evidenza l’efferatezza dei Piemontesi contro il Popolo Siciliano viene così sintetizzato, in appendice a pagina 460:

-1862, gennaio. Rivolta di Castellamare (TP).

Giudizio storiografico. Segnò un cambiamento di rotta definitivo del governo di Torino verso le vicende siciliane e meridionali. Occorreva tutelare l’appena conquistata unità dei nemici del regno d’Italia, anche con l’invio massiccio di truppe militari nell’isola e con la proclamazione dello stato d’assedio (Riali).

 

Certo, mi si può rispondere che sono scelte, e che nel saggio, tutto non può essere riportato. In queste poche righe vi è la giustificazione storica politica di eccidi efferati perpetrati contro un Popolo che era stato letteralmente colonizzato e che non accettava il Regno d’Italia, altro che nemici, solo vittime. Ancora oggi non vi è assoluzione per il crimine Italia contro i Popoli meridionali e il Popolo Siciliano pur se gli storici di mestiere continuano a prostituirsi al Potere costituito in questo modo.

Il curatore del libro afferma a pagina 18 una dichiarazione di estrema importanza:

“(…) la Sicilia ha conosciuto un fenomeno stragista di lunga durata e di varia origine, riprodottosi in oltre due secoli come un’indomata e indomabile epidemia, con una sequela di tragici eventi che nell’insieme fanno pensare a un ininterrotto stillicidio di sangue del suo popolo. (…) In ciascuna di esse la violenza e la perfidia hanno spesso raggiunto il massimo della concentrazione, con una forza impietosa, dura come l’acciaio, tagliente come una spada: la violenza pura del puro potere.”

Chiarisce a scanso di equivoci che il potere quasi sempre è di natura mafiosa. Ma sa benissimo che la mafia è stato, e lo è  ancora, solo uno strumento del potere.

Il vero obbiettivo è trovare una giustificazione alla storia omologata, anche a sfiorare il ridicolo come a pagina 19, dove il Marino è costretto a scrivere che per alcune delle stragi non sono da imputare alla mafia ma ai nazisti nel 1943:

“per qualcuna (non per tutte) delle analoghe operazioni che gli anglo-americani, nel medesimo anno, si ritennero costretti a compiere per fronteggiare sbrigativamente spropositate emergenze di ordine pubblico o temute insubordinazioni nel corso della loro rapida avanzata nell’isola dopo lo sbarco del 10 luglio”.

Quindi gli angloamericani hanno commesso quei crimini, dal bombardamento indiscriminato su obbiettivi civili, o stragi su persone inermi e soldati disarmati e arresi, tanto da essere condannati da qualsiasi cultore di storia come autentici criminali, a detta dal Marino, perché furono costretti. E’ paradossale tale tesi. Trova così volta per volta delle giustificazioni ad ogni strage commessa in terra di Sicilia, pur se gli assassini sono palesemente le forze occupanti come dopo l’unità d’Italia l’esercito asserisce che i  mandanti sono siciliani. A pagina 19:

“Certo dall’unificazione nazionale in poi, non poche volte in Sicilia le forze dello Stato hanno sparato su inermi folle di dimostranti o di popolani in lotta ritenuti (quasi sempre a torto) minacciosi per il cosiddetto “ordine pubblico”. (…) Senza togliere alla responsabilità di uno Stato resosi complice  ed esecutore di un ignobile mandato, non sussistono dubbi circa l’apparenza dei veri mandanti ad un fondamentale circuito siciliano nel quale, ormai da tempo immemorabile, si attua la confluenza della “mala politica” regionale con quella nazionale”.

 

Quindi i mandanti delle efferate stragi italiane sono siciliani. Per quale ragione lo Stato italiano è stato l’esecutore di tali mandati così vili? Il professore Marino si risponde: “la confluenza della mala politica regionale con quella nazionale”. Cioè la prostituzione dei politici siciliani al potere istituito italiano, vendendosi il proprio Popolo come carne da macello. Perché il Popolo Siciliano non è rimasto inerme all’occupazione piemontese della propria Terra. A questo punto è doveroso precisare che cosa è il fenomeno dello stragismo in Sicilia? E il professore Marino puntualmente risponde:

“(…)manovrato da oscuri interessi di Stato”(pagina 19),

“(…) modo violento di fare politica” (Pagina 20),

“(…) la strage è di per sé un atto di “guerra civile””(Pagina 20).

Nonostante la palese certezza dei fatti delle “stragi di Stato” il professore Marino attesta con tutta la sua autorevolezza istituita dallo stesso Stato che ha commesso gli orrendi crimini contro il Popolo Siciliano che (pagina 21):

 

“(…) sono stati quasi sempre dei siciliani a sparare su altri siciliani: anche quando restavano nell’ombra dietro truppe in divisa, erano i potenti siciliani di turno (e di sempre, più o meno rimodellati dal mutare dei tempi!) i veri responsabili del fuoco e delle vittime; erano loro che se non premevano il grilletto, pretendevano di dar lezione” e conformemente “consigliavano”, aizzavano, imponevano e infine, ottenuto il risultato, benedicevano”.

 

Lo stragismo operato dal Potere istituito italiano perpetrato contro il Popolo Siciliano è stato voluto da (mafiosi e potentati del momento) Siciliani per assicurarsi la loro egemonia su i restanti Siciliani. Io non credo che questo teorema ipotetico del professore Marino si possa sostenere minimamente. Anche perché in ogni modo ciò dimostra che questo è lo status politico, quello di uno Stato italiano complice della mafia dei potentati del momento. Quindi è indiscutibile la linea di demarcazione tra le vittime e i sopraffattori criminali: vittima il Popolo Siciliano; criminale lo Stato Italiano con i compari mafiosi e potentati. I potentati, in passato nobili, oggi politici. Il ruolo tra mandanti ed esecutori si stabilisce in un secondo tempo, magari…

Ecco che qualsiasi istanza di autodeterminazione del Popolo Siciliano viene interpretata dal curatore del libro come un ricatto dei potentati nei confronti del Potere istituito, pagina 33:

“(…) un costante ricatto separatista (esercitato già all’indomani dell’unificazione nazionale e riemerso come subdola risposta al movimento dei Fasci dei Lavoratori di fine Ottocento) culminato nella vistosa azione del MIS di Finocchiaro Aprile e dei capi della mafia dopo il crollo del fascismo, con un contestuale uso della delinquenza organizzata e di bande efferate di malfattori del tipo di quella di Salvatore Giuliano; infine, per lunghi anni di cui non si sono affatto dissolti i veleni ai nostri giorni, l’uso improprio e strumentale della democrazia nell’azione di contrasto al comunismo, nel quadro della strategia nazionale e internazionale della guerra fredda”.

Si può rispondere solo con le parole di Milan Kundera:

“Per liquidare un Popolo si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è Stato. Ed il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta”[5].

Per portare avanti la tesi che l’istanza separatista è solo uno strumento di ricatto, bisogna cancellare la storia, ecco che la strage di Randazzo del 17 giugno 1945 viene liquidata con queste due righe in appendice a pagina 470:

“1945, 17 giugno. Misterioso eccidio consumato ai danni del capo militare dell’EVIS (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana), Antonio Canepa, in agguato sulla strada Etna-Catania”.

 

Vengono così occultate le morti dello studente ginnasiale Giuseppe Lo Giudice e dello studente universitario Carmelo Rosano, il ferimento di Nando Romano. Viene occultato che Antonio Canepa è un professore universitario, perché così la tesi dei separatisti mafiosi può continuare a reggersi. Visto che sono degli eroi “separatisti” il loro sacrificio attenta al potere istituito.

 

Tanto per avere una chiara visione dell’obbiettivo deviante del testo dichiarato del rigore storiografico professionale e l’obbiettivo reale che è quella di manipolare la storia per combattere qualsiasi aspettativa di autodeterminazione del Popolo Siciliano al prezzo modico di consenso istituzionale alla propria marchetta lavorativa. Ecco che allora il dato lascia il passo alla tesi storica ma con rigore, pagina 46:

 

“(…) nel caso di un mancato successo in sede nazionale del fascismo i ceti dominanti siciliani tornassero ad inalberare la bandiera separatista, come già avevano fatto all’indomani della formazione del regno d’Italia e poi, in modo subdolo e strisciante , ai tempi dei Fasci per sospingere Crispi alla repressione”.

 

Ogni atteggiamento di rivalsa sia sociale o di autodeterminazione del Popolo Siciliano per il Marino ha in se del torbido, del malefico. A nulla vale il risultato storico di una nefasta Italia con tutti i suoi ruffiani e ascari siciliani venduti (compreso gli storici di professione abilitati a tale mestiere, come lui).

 

In questo libro si nasconde volutamente la funzione della mafia come organizzazione armata del fronte occidentale in funzione della guerra fredda contro lo stalinismo sovietico, viene comodo a Marino lasciare la questione tra siciliani quindi la mafia a servizio dei potentati (baroni e latifondisti). A pagina 49:

 

“(…) i notabili siciliani spogliatisi della camicia nera avevano tributato agli americani, trascinandosi dietro folle plaudenti messe in movimento dai mafiosi, come già era accaduto ai tempi di Garibaldi”.

 

E’ oltretutto vergognoso il giudizio così negativo di quei Siciliani che aprirono le abbraccia alle forze militari antinazifasciste per primi in Europa (nonostante le bombe criminali che avevano subito nei mesi precedenti). Tra quei Siciliani vi erano i miei nonni e i miei genitori. Non vi fu nessun mafioso che spinse o trascinò nessuno. E i fascisti, convinti o meno di allora, tanti furono rimessi nei posti di comando. La mafia invece divenne istituzione insieme a quei partiti rigenerati a doc per una Italia americanizzata democraticamente controllata con misteriosi stragi (Portella delle Ginestre) fino alla caduta del muro di Berlino e il fallimento dell’Unione Sovietica (Borsellino).

Ed è oltretutto vero che il Partito Comunista Italiano guidato da uno stalinista come Togliatti ha avuto un comportamento del tutto misterioso e altrettanto pericoloso, tradendo continuamente soprattutto le forze di sinistra dal momento della lotta partigiana per tutta la durata della prima repubblica. Oggi raccogliamo i frutti di tale politica: diritti sociali dei proletari calpestati, annientati; il sistema bancario protetto agevolato con il furto legalizzato del sistema bancario di Stato.

 

In Sicilia nel dopoguerra abbiamo due personaggi: un certo Girolamo Li Causi, un funzionario di partito mandato dalla segreteria di Roma a guidare l’azione politica dei comunisti siciliani in maniera spregiudicata curandosi solo del fine da raggiungere. Il fine è stato estinguere la lotta indipendentista siciliana anche con l’eliminazione fisica di elementi dell’EVIS come è avvenuto a Randazzo. Distogliere dall’attenzione l’istanza indipendentista anche facendo di tutto che accadesse la strage di Portella delle Ginestre, ma sottraendosi fisicamente di tale pericolo. Questo è stato Girolamo Li Causi: un autentico criminale. Ecco che l’attentato a Togliatti dello studente di Canepa Pallante il 14 luglio del 1948 prende il significato di rivendicare giustizia al mandante del piombo della strage di Randazzo.

 

La segreteria palermitana del Partito comunista sapeva che vi era preparato un agguato a Portella delle Ginestre ed ha lasciato che succedesse. L’eroe Li Causi non si è presentato, il suo sostituto Renda gli si è rotta la moto ed è arrivato a cose fatte. Nessuno dei dirigenti comunisti era presente. Eppure era una celebrazione di vittoria comunista. Ecco come scrive il Marino a pagina 262; 263, chiarendone il motivo, magari senza volerlo:

 

-Non sarebbero stati tanto ingenui, i cosiddetti mandanti, da non prevedere che una strage di così evidente efferatezza avrebbe avuto nell’opinione pubblica conseguenze tali da rafforzare, piuttosto che indebolire, le potenzialità di azione e di propaganda del PCI, partito oltretutto dotato di un’assai forte organizzazione, quasi di tipo militare, e di una leadership astuta e agguerrita.

 

Mentre Andrea Finocchiaro Aprile un leader di tutto riguardo che rifiutò poltrone comode, che con coerenza ha portato l’istanza di autodeterminazione del Popolo Siciliano con il relativo consenso, viene definito “grottesco”[6].  Mentre Li Causi viene definito “mitico”[7]. Questo è il rapporto storico del servilismo politico di questo libro di storia.

 

Gli argomenti di questo testo sono stati trattati personalmente in precedenza in tantissimi altri scritti già pubblicati in rete. Voglio mettere all’attenzione che tanti autori sono stati coraggiosi a mitigare tra le menzogne di Stato alcune verità che fanno cortocircuito con le conclusioni del libro. Pertanto porto all’evidenza ciò che mi ha colpito in particolare.

 

Crisantino – Pagina 80:

-Nell’agosto del 1861 Massimo D’Azeglio si sfogava: “Agli italiani che restando italiani non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate”.

 

Crisantino a pagina 93 riporta le parole di Maniscalco:

-Il 2 ottobre 1862 (…) Maniscalco scrive da Marsiglia al Corriere Siciliano: “(…) nei tempi andati l’assassinio politico era sconosciuto a Palermo e che il primo atto selvaggio di tal natura fu deliberato nel 1859 nei conciliabili del vostro partito, e perpetrato sulla mia persona nel tempio di Dio”.

 

Chi era Maniscalco tanto odiato da tutto il Popolo Siciliano? E’ stato il primo sperimentatore in terra di Sicilia di convivenza con la consorteria delinquenziale dell’epoca. In poche parole, sostituì i funzionari di pubblica sicurezza napoletani con duecento uomini di malacarne arruolati qua e là. Così l’uomo d’azione politica, l’indipendentista siciliano, si trovò a combattere contro il delinquente comune, che in futuro con la colonizzazione piemontese sarà il mafioso. Ad esempio, la legge a Misilmeri fu affidata al famoso bandito Chinnici.  Ai Borboni non interessava il reato comune ma solo la repressione politica, il successo fu ottenuto a prezzo di soprusi di ogni genere sulla popolazione. La vicenda di Maniscalco è emblematica perché proprio il 27 novembre del 1859 mentre si recava a messa con la famiglia nel duomo di Palermo fu accoltellato e ferito gravemente da Vito Farina, uomo malacarne come i suoi sgherri. Garibaldi, poi, premiò il delinquente con un sodalizio. Ma il possesso dei duecento ducati d’oro del Farina fanno pensare bene ad un intervento prima dello sbarco garibaldino ad eliminare un ostacolo come il Maniscalco. Insomma una vera convivenza tra delinquenza e garibaldini guidata dalla massoneria inglese in Sicilia. Una storia, un sistema, che segnerà per sempre il destino della Nazione Sicilia.[8]

 

La mafia è esclusivamente unitaria! La mafia ha compiuto il suo primo delitto a spese di Giovanni Corrao, comandata dall’intelligence piemontese, ed ha continuato ancora e ancora, e ancora non si è fermata. Se la mafia fosse stata indipendentista, o separatista, al Parlamento Siciliano non ci sarebbero stati rappresentanti dei partiti italiani e derivati. La mafia lo sa che se la Sicilia raggiungesse l’indipendenza, l’autodeterminazione, il suo ruolo finirebbe. Potrebbe essere utilizzata dal Potere solo per destabilizzare, per causare eventi tali a giustificare una oppressione del Potere con gli strumenti ritenuti opportuni.

Noi Siciliani sappiamo da che parte sta la mafia nella linea di demarcazione tra la legittimità, (altri la chiamano “legalità”, ormai è una parola istituzionalizzata ed ha perso il suo significato) e la disonestà.

Il Potere ha oltrepassato questa linea di demarcazione quando ha deciso di colonizzare la Sicilia con tutti i mezzi disponibili compreso la mafia.[9]

 

Il 3 Agosto 1863 Giovanni Corrao cadde in un agguato mentre stava andando a Palermo con il suo calesse ancora si trovava nel suo podere San Ciro, da dietro una curva degli assassini gli spararono a lupara. (La notte del 13 marzo 1863 in una azione di polizia furono perquisite case e arrestati tutti coloro che avevano percepito la nuova colonizzazione piemontese. L’accusa: organizzazione eversiva e di attentato alla sicurezza dello Stato. Tra i mandati d’arresto uno era per Giovanni Corrao. Sono state le sue parole a convincere i reali carabinieri all’arresto. Infatti diceva che noi Siciliani non abbiamo fatto la rivoluzione per cambiare di tirannide! Corrao riuscì a fuggire quella notte dalle grinfia degli sbirri piemontesi. La sua figura era molto scomoda per il suo carisma popolare e quindi andava eliminato.  L’indagine viene chiusa con una  ipotesi: forse gli esecutori furono i vicini di terreno? oppure i “maffiosi”? Come il prefetto Gualtiero aveva etichettato lo stesso Corrao. Non vi è alcun dubbio sul mandante … Con questa pratica d’ufficio la malacarne locale divenne mafia come oggi s’intende. Ai funerali di Corrao partecipò commosso tutto il popolo di Palermo, si segnalarono più di 70.000 persone a dimostrazione di quanto sia stato carismatico. Questo può significare la valenza politica di leader in una ribellione verso il potere costituito piemontese, quindi la ragione di Stato ha fatto si di utilizzare la delinquenza locale sia per le accuse con il pentito Matracia che per la manodopera per l’eliminazione effettiva tramite l’agguato. Era così nata la terribile Italia ancora al potere, con quella mafia come oggi si conosce.[10]

 

Amelia Crisantino a pagina 73:

-Nel 1862 (…) Alla Camera di Torino i siciliani dichiaravano di non volere rinunciare alle loro “antiche leggi e istituzioni” (…) (la Sicilia per i Piemontesi rimaneva) una terra straniera ed ostile. Una terra infida, che rifiutava la gratitudine, che in molteplici modi ostentava di resistere al nuovo ordine portatore di progresso.

 

Da questa espressione già viene chiarito che la non strage degli accoltellatori di Palermo è stata ordita dalla massoneria di Stato.

 

La stella a cinque punte disegnata con il sangue nella “capitale” Palermo era la firma ben precisa, il numero tredici e il pugnale fanno parte del simbolismo rituale ed esoterico massonico, insomma questo fa pensare ancora oggi ad una lotta tra le massonerie, con precisione ad una minaccia dei “poteri forti”, che già si concretizzavano con l’unità delle massonerie nel Grande Oriente d’Italia. La minaccia era stata fatta a chi la poteva intendere: alle altre logge massoniche siciliane che resistevano ancora nella loro indipendenza e pertanto non si erano del tutto assoggettate negli intenti politici, soprattutto per l’aspettativa di alcuni muratori sull’autodeterminazione della Sicilia. Quindi queste logge accumunate facevano sorgere nell’interno un senso critico verso l’operato del Governo e del nuovo Stato, il quale aveva già definito che non avrebbe mai e poi mai concesso nemmeno una forma scialba di autonomia alla Sicilia. E’ l’inizio di una storia tutta italiana che lascia da allora una lunga scia di sangue innocente, soprattutto sulla nostra Isola.

La stessa stella a cinque punte è tutt’oggi l’emblema della Repubblica Italiana e del Movimento Cinque Stelle, la stessa delle Brigate Rosse, vi è forse un solo filo conduttore?

Nel pugnale troviamo il movente: “La violazione del segreto fatta da un massone ad un profano non lascia scampo, chiunque ne sia il colpevole. Più alta è l’autorità massonica che rivela il segreto, più eclatante arriva il “pugnale massonico”(32). E’ facile vedere nell’operazione di Garibaldi la profanazione massonica nell’iniziazione dei suoi luogotenenti. Per questo motivo il mio sospetto è ponderato sulla stranezza che l’autore Salvatore Mannino sia stato così a digiuno su informazioni riguardo la massoneria da non scriverne nemmeno un rigo nella sua opera in questione.[11]

 

Amelia Crisantino a pagina 73:

-(…) alla sera del primo ottobre, quando a piazza Vigliena, su un muro del palazzo del marchese di Rudinì, “una piccola candela di cera si vedeva accesa” e nessuno riusciva spiegarsene il significato.

 

Il significato è palese è massonico: la luce è stata svelata ai pagani.

 

La questione dei pugnalatori già ci affibbiò l’etichetta in ogni parte del mondo andassimo noi Siciliani di accoltellatori, oltre quella di afro di pelle bianca. Era così che:

Negli U.S.A. dove i Siciliani e i meridionali andarono ad occupare le piantagioni di cotone abbandonate dai neri, dopo la fine dello schiavismo, già allo sbarco Ellis Island (New York) gli Italiani venivano separati tra settentrionali nel reparto dei “bianchi e i meridionali in quello dei non bianchi[12]. I Siciliani venivano etichettati come: “white niggers”[13] oppure “black dagos”[14]. Questo comportò un linciaggio sistematico, un trattamento economico inferiore a quella dei neri e venivano perseguitati anche dal Ku Klux Klan.[15]

 

La questione dei Fasci Siciliani mette in crisi molti storici, mette in crisi lo stereotipo dell’immobilismo dei Siciliani, ecco cosa scrive M. Siracusa a pagina 109:

-I Fasci Siciliani (…) mettono in crisi il tradizionale ritratto di una “Sicilia immobile” al quale sono abituati certi appassionati interpreti dei fatti delle cose siciliane.

Uno sviluppo sociale, con una legittima lotta di popolo repressi col piombo e le catene “Stato d’assedio e tribunali militari”. I Fasci Siciliani non intrapresero una lotta di classe sociale, ma di evoluzione, di istanze di progresso. Ed è per questo motivo perché questo fenomeno non trova l’apporto storico da parte degli operatori culturali comunisti di partito. Anzi, spesso trovano l’ingiuria e la menzogna. Pur partecipando donne e bambini tra i manifestanti, pur a cadere a terra dal piombo di Stato sono stati i fascianti, quindi sono state le vittime, gli storici riescono ad intorbidire l’evento, dichiarando che la provocazione alla repressione sia partita dai manifestanti, magari con l’infiltrazione di mafiosi che hanno provocato le forze dell’ordine pubblico. Mentre tutto è chiaro, palese, elementare: lo Stato spara i Siciliani vengono colpiti. Poi che i campieri comunali, i carabinieri, l’esercito italiano oppure i mafiosi hanno sparato per prima poco ha importanza nell’evento storico, quello che contava era la repressione del fenomeno da parte del potere di Stato. Riuscendo così a negare il futuro ai Siciliani di ieri e di oggi. La nostra rassegnazione è la conseguenza di tali repressioni. E sangue siciliano se n’è dovuto versare così tanto per ridurci a degli esiliati volontari lontani dalla nostra Terra, dalla nostra Patria Sicilia. Penso che gli storici che si accodano ancora a queste tesi sono responsabili dei crimini storici perpetrati ai danni del Popolo Siciliano. E per la mia poca esperienza culturale non credo proprio che loro sono convinti di ciò che scrivono.

Siragusa – pagina 117:

-(…)la mafia è da supporre presente nelle manifestazioni popolari con il fine di farle volgere a risultati idonei a propiziare la repressione (…).

La storia siciliana spesso e volentieri viene scritta con le supposizioni. Comunque sia, poco cambia quando gli attori di un fatto sono gli esecutori di un solo mandante: lo Stato italiano.

Gonzalo Alvarez Garcia- pagina 134:

-Il 3 gennaio 1894 (…) la strage di Marineo (…) Quel giorno un reparto dell’esercito, fiancheggiato dai carabinieri e dalla mafia locale, sparò contro una folla di lavoratori armati soltanto di un impetuoso bisogno di giustizia.

Da precisare che i famosi campieri spesso venivano pagati dalle amministrazioni comunali. Come precisa Garcia la somma era di 500 lire annue.

Il mandante di ogni strage è stato e continua ad esserlo lo Stato italiano come la strage del pane Buscemi a pagina 187 riporta la circolare Roatta del 1943:

-Quella famigerata circolare, ricordiamolo, obbligava le truppe ad “agire contro il popolo senza esitazione (…) e di reprimere con le armi qualunque perturbamento dell’ordine pubblico (…) senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche”.

Buscemi a pagina 188 chiarisce che il governo ha cercato in tutti i modi di fare cadere la responsabilità su i “separatisti”.

Il separatismo è stato tradito dalle forze alleate, dagli Inglesi e dagli Americani. Il plebiscito per l’indipendenza della Sicilia da loro promesso è stato negato in maniera repentina, solo perché l’Italia ha messo la Sicilia sotto i loro piedi come uno zerbino. L’Autonomia è stata una farsa, un contentino. I politicanti siciliani complici terribili di tale conseguenze. I comunisti siciliani vengono allertati e fanno fronte a tale condizione, senza successo. Marino a pagina 271 così scrivendo di Giuliano e chiarisce:

-Il sicilianismo separatistico di cui aveva bene assimilato la lezione era la passione, forse autentica (…) di una ribellione a uno Stato ingiusto, “lo Stato italiano responsabile (…) di avere depredato la Sicilia, trattandola in 87 anni di unità nazionale come una misera colonia”. (…) I comunisti, fautori dello Stato unitario, avversari dell’America gli apparivano (…) come subdoli seduttori che ingannavano il popolo siciliano spingendolo a perseguire obiettivi contrari alle sue tradizioni e ai suoi interessi”.

Il mondo si era diviso in due fronti: occidentale e sovietico, Giuliano sognava una Sicilia confederata con gli Stati Uniti d’America e lottava già dal 1944 per tale causa. A pagina 272 viene riportato l’Appello al popolo inviato da Salvatore Giuliano al Giornale di Sicilia nel marzo del 1948, riporto alcuni pensieri alquanto riguardevoli di attenzione:

“(…) il mio pensiero (…) separare la Sicilia dall’Italia e farne uno Stato confederato all’America (…) il mondo si doveva dividere in due parti per come oggi ne abbiamo visto le prove (…) i miei consigli che debbono essere per voi la guida nella scelta tra la Democrazia e il Comunismo. (…) Ripudiate questi falsi dei comunisti che pur sapendo di essere in malafede hanno promesso e continuano a promettervi senza alcun scrupolo il paradiso terrestre. (…) La maffia come tutti ben sapete è tutta gente che proviene dalla malavita (…) ha cercato di aiutarsi (…), non sapendo zoticamente che quei signori che usano loro tali riguardi fanno il doppio gioco, che poi quando il mondo si riappacifica li manderanno in  galera per come li mandarono dopo l’entrata del fascismo”.

Forse sarò confuso mentalmente ma tale chiarezza nel trattare il fenomeno della mafia[16] non la trovo nemmeno oggi dopo la caduta del muro di Berlino, dopo l’omicidio Lima e le stragi Falcone e Borsellino, dopo l’arresto di Riina e Provenzano. La mafia viene vista da Giuliano come uno strumento di Stato. I comunisti erano stati loro in Unione Sovietica, avevano visto con i loro occhi cosa era lo stalinismo, eppure lo vendevano come “il paradiso terrestre”. Il PCI ha posto un obbiettivo deviante con il suo odio di classe facendo perdere il vero obbiettivo politico dell’Autodeterminazione, svalutando la stessa Autonomia come strumento idoneo a tale scopo. Quindi non una lotta di Popolo ma una di classe. Emblematico l’episodio del prefetto Sante Jannone, il quale fa cancellare la parola “popolo” dalla targa posta 8 giorni dopo l’assassinio di Turiddu Carnevale che portava questa scritta: “Qui nel 1955, Salvatore Carnevale fu barbaramente assassinato. I compagni e il popolo posero nell’ottavo giorno del suo sacrificio come impegno di più fiera battaglia per la giustizia, per la liberazione della Sicilia”.[17]

Così si normalizza la Repubblica italiana alle elezioni del 18 aprile del 1948 vinte dalla Democrazia Cristiana con il 48,5%. Pagina 311 Paternostro scrive:

-Ma un bel risultato anche per la mafia, che così poté definitivamente accreditarsi agli occhi dello Stato come “grande” e “braccio armato” di quei “valori occidentali”, su cui si sarebbe costruita  la storia d’Italia dei trent’anni successivi. Il frutto avvelenato di quella “lunga strage”, iniziata nel 1944, che già aveva mietuto decine di vittime e che ancora non era esclusa.

Le vittime di Stato hanno in comune l’oggetto delle loro indagini. Boris Giuliano, indagava sul traffico di stupefacenti “sui rapporti tra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona ed il suo falso rapimento”. Basile cadde perché stava continuando le indagini di Boris Giuliano. E così via. Proprio riguardo l’uccisione del giudice Borsellino la dichiarazione di Cancemi sembra importante (pagina 368):

-(…) un ordine emesso come se si dovesse dar corso ad un impegno assunto in sede esterna, da supporre superiore alla stessa organizzazione di Cosa Nostra.

Ciò fa pensare che vi è un capo al di sopra “il capo dei capi”. Lo stesso Potere che non ha voluto fermare la mafia con la “stagione delle assoluzioni” e che gli omicidi di Mauro De Mauro e Mario Francese non hanno permesso di rilevare ai Siciliani cosa stava ordendo Mafia e Potere di Stato. M. Testa scrive a pagina 402:

-(…) quando vari indizi convergenti fanno ritenere che da parte della magistratura e delle forze di polizia  non si volesse leggere nel libro aperto delle cose di mafia (…) fin dagli anni Sessanta era possibile leggere, ma che in seguito cominciò a chiudersi, quando anche i confidenti, fonte insostituibile di informazioni dirette prima dell’avvento del pentitismo, dovettero rendersi conto che in alto loco era stato decretato il divieto di leggere quel libro.

Così ancora oggi ad ogni istanza di Autodeterminazione viene risposto: “Ma in Sicilia c’è la mafia!”, no! La Mafia è stata voluta dallo Stato italiano. La Sicilia senza l’Italia sarà senza la Maffia. Così si esprime la Corte di Assise di Firenze, sul processo sulle stragi 1993 – 1994:

“(…) non si comprende, infatti, come sia potuto accadere che lo Stato, “in ginocchio” nel 1992 (…) secondo le parole del gen. Mori – si sia potuto presentare a “Cosa Nostra” per chiedere la resa; non si comprende come Ciancimino, controparte in una trattativa fino al 18-10-92, si sia trasformato, dopo pochi giorni, in confidente dei Carabinieri; non si comprende come il gen. Mori e il cap. De Duomo siano rimasti sorpresi per una richiesta di “show down[18]”, giunta, a quanto appare logico ritenere, addirittura in ritardo”[19].

Non si vuole comprendere, per tanti Siciliani è più comodo non comprendere, in un gioco di specchi tra i tanti obbiettivi devianti da raggiungere di volta in volta.

[1] Giuseppe Carlo Marino (Palermo, 1939) è uno storico e accademico italiano. Militante storico del catto-comunismo, mutuato da Franco Rodano.

[2] Storia della mafia di Giuseppe Carlo Marino Enciclopedia Tascabile Newton diretta da Roberto Bonchio Newton & Compton editori s.r.l.  Roma – 1997

[3] IL PREGIUDIZIO RAZZIALE E Mister Denis Mack Smith (dell’autore)

 

[4] Almanaccu Sicilianu – Jnnaru di Alphonse Doria stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – Dicembre 2015; Pagina 32

 

[5] Il libro del riso e dell’oblio di Milan Kundera, 1978  – Adelphi Editore – 1991

 

[6] Pagina 49

[7] Pagina 50

[8] L’ULTIMO DEGLI UZEDA di Alphonse Doria pagina 164; 165

[9] A SUD DEI TERRONI – Considerazioni su TERRONI di Pino Aprile – di Alphonse Doria

[10] Almanaccu Sicilianu – Austu “libro pubblicato dall’Autore” sul sito IL MIO LIBRO, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – Luglio 2016;  pagina 34

 

[11] LA NOTTE DEI PUGNALI recensione I PUGNALATORI DI PALERMO DEL 1862 di Salvatore Mannino – Alphonse Doria

[12] Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti nel 1911

[13] negri color chiaro

[14] Negro accoltellatore, dagos da dagger.

[15] L’ULTIMO DEGLI UZEDA di Alphonse Doria pagina 81; 82

[16] Giuliano scrive “maffia” sicuramente involontariamente usa il primo termine utilizzato nei rapporti di polizia piemontese per questo fenomeno.

[17] Pagina 322

[18] “Atto finale”

[19] Pagina 409

Scikenza e sichinenza

29 Mar

Etimologia SICILIANA
DI
Alphonse Doria

“Scikenza e sichinenza”

Scikenza e Una Positiva Parola, significa Più che tariffa Conoscenza, fare amicizia con Una Persona Incontrata. La SUA origine E dalla lingua inglese, Precisamente dal composto frullato – mani Tradotto letteralmente in italiano significa “stringere la mano”. This Termine Ormai è patrimonio linguistico siciliano e conseguentemente also italiano Leonardo Sciascia ne Gli zii d’America, tratto da Gli zii di Sicilia, SCRIVE “scecchenze” Dal mio punto di vista la “K” dovrebbe Restare Per una Corretta scrittura in siciliano, also Perché this lingua non E per niente estranea Nei termini di etimologia greca, anzi dovrebbe Essere recuperata Nelle Altre parole Ormai disusata. E il plurale E Meno appropriato.
Sichinenza E un altro Termine Che riscontriamo nel citato racconto del grande Sciascia, Il Quale Scrive “sichinienza”. La “e” ha Ricevuto l’appoggiatura in “i”, vengo E consueto Nelle Parlate locali di ALCUNE zona del palermitano, a Caltagirone e in ALCUNI comuni dell’agrigentino, for example: Casteltermini, Canicattì e Racalmuto (Il Paese dello scrittore) . Anche this Termine E un composto e TROVA origine dall’inglese seconda della mano letteralmente si traduce in “di Seconda mano”. E ‘un cartello Che NEGLI USA espongono per la merce usata, vieni auto, mobili eccetera. Nella lingua siciliana ha assunto un significato Più Esteso, dal sinónimo pirnenti, (anche this un composto delle parole pir e nenti) significa “costa poco”, assume significato di “poco valore”. A Volte VIENE utilizzato Anche per le PERSONE in maniera offensiva. Comunque in siciliano E ben Lontano dal significato originario dell ‘ “usato”, anzi Spesso E utilizzato per Cose costruite economicamente, con Materiale scadente e di pessima Fattura, E quasi un dispregiativo. For example: “Sta machina e Di sichinenza”, Tradotto (this Auto e di poco Valore). Quindi il prezzo di e secondario, pur se conveniente Allora si dice: “Spenni Picca Picca e trovi” (spendi poco e ti ritrovi con poco). La filosofica della sichinenza in Sicilia Si e introdotta con l’avvento del consumismo E allora Anche Il Termine E Iniziato ad Assumere un significato dispregiativo Meno e Più attinente al rapporto qualità / prezzo.
QUESTI dovuta termini Sono Recenti Nella lingua siciliana anche perchè non se ne TROVA traccia in Dizionari del XIX Secolo, quindi Si e incominciato a farne uso nei primi decenni del XX secolo, dal ritorno di ALCUNI Siciliani Dalla diaspora posta Unità d’Italia dall’America statunitense. ALCUNI Hanno date un Termine Preciso una this Fenomeno storico linguistico: “Siculish”. Intendono, per l’appunto, la sicilianizzazione di ALCUNE parole angloamericane, frasi e also toponimi Che Gli Emigrati Siciliani in America Hanno operato. Venite Brucculinu per Brooklyn, colomba la Presenza di numerosa Stata Siciliani E. I termini in Siculish Sono tanti da non confondere con Quelli di influenza inglese ma da altra datazione storica. Ecco ALCUNI Esempi Più noti: bissinissi da affari, “Commercio”, “giro d’affari”; Bossi, Bossu da boss, “capo”, “chi comanda”; cciànza da chance “buona Opportunità”, “Occasione”; ferribottu da traghetto “traghetto”; Giobba da lavoro “posto di lavoro”; beca da borsa “busta per La Spesa”; Storu da negozio “ambiente del negozio”. E tantissimi Altri termini Ormai comunemente in uso.
L’influenza inglese Nella lingua siciliana Si e avuta in Altre dovuta previous steps, Dalle radici anglosassone sveve e normanne e Un’altra Ancora Dagli Inglesi Arrivati ​​in Sicilia Chiamati in Aiuto da Ferdinando III DOPO Che i Francesi di Napoleone avevano occupato il Regno di Napoli. Il re Borbone con la regina Carolina si rifugiarono il 26 gennaio 1806 a Palermo, erano STATI Accolti freddamente Dai Siciliani Che non si aspettavano ALTRO CHE sciagure da Loro Ormai. Il Borbone pur se AVEVA promesso e rassicurato, all’apertura dei Lavori del Parlamento Siciliano nel 1802, il Che avrebbe mantenuto la corte e la sovranità Nella Capitale di Palermo, bastarono Pochi mesi e torno a Napoli, imporre al Popolo Siciliano ristrettezze e Stato di polizia , Tanto che la Rivolta e Stata di conseguenza nel 1812. Già Gli Inglesi avevano incominciato a curare i propri Interessi in Terra di Sicilia e avevano prestato Anche Orecchio Ai separatisti siciliani, tanto da favorire l’approvazione Presso il re la Costituzione Siciliana Del 18 giugno 1812. Amichevolmente Signore Bentinck tolse alla Sicilia Malta, pur se affermava di Governare in nome di Ferdinando III in Realta divenne Dominio (protettorato) Britannico Fino al XX Secolo. Il re Borbone l’8 dicembre 1816, con la SUA coscienza di tiranno, Cancello Il Regno di Sicilia con Tutti i Suoi 7 secoli di storia. ha fuso in un unico regno Quello di Napoli e di Sicilia fondando il Regno delle Due Sicilie, facendosi chiamare Ferdinando I delle Due Sicilie.
La sovranità siciliana era Stata sacrificata all’esigenza di sbocco nel Mediterraneo per Gli Interessi Inglesi, afferma Denis Mack Smith, ipotesi contrastante con la Spinta separatista dati ai Siciliani Dagli Inglesi in this Periodo in Sicilia. E ‘piu Probabile Che SIA scaturito Dalla scarsa considerazione verso il Popolo Siciliano da parte della regina e di Tutta la corte napoletana. In Realtà i Baroni siciliani avrebbero Facilmente Chiesto Una fattiva influenza politica britannica, un idea Rimasta sempre viva also Durante la Seconda Guerra Mondiale. Comunque Gli Inglesi Hanno Avuto in Sicilia un Ruolo Importante e dominante i rapporti si infittirono Tra Sicilia e Gran Bretagna per il maggiore afflusso di Inglesi Nell’isola Tra 1806 e il 1815, per poi Ancora perdurarono Anche dopo l’Unità d’Italia in diversificazione Aspetti Sociali, culturali ed Economici. Vi Sono tanti Esempi di incontro Tra Sicilia e Gran Bretagna, this non e Il contesto, però è SUFFICIENTE per Potere affermare Che cio Servi ad influire SIA nel costume venire La Coppola, SIA nell’estetica vieni I Giardini all’inglese con tante Varietà di piante esotiche originarie da Diversi Continenti venire le colonie Britanniche. La Coppola e divenuto emblema del siciliano costume, in Realta E un copricapo prettamente inglese, il Suo antenato si chiamava piatto cap “berretto piatto”, Molto usato Soprattutto nell’ambiente agricolo e pastorizio, MENTRE Tra Gli artigiani dell’epoca uso il piruli copricapo di origine francese. La Differenza Tra I Due copricapo e La visiera Presente Nella Coppola e assente nel piruli. Vi Sono Tanti Altri Esempi di influenza inglese in Sicilia, ma in this contesto INTERESSA la lingua e Termini Che Hanno Una datazione anteriore al XX Secolo e il Che Hanno subito l’influenza inglese Sono tantissimi. For example Il superlativo degli aggettivi in lingua siciliana, Oltre al raddoppiamento dell’aggettivo for example in this modo: beddu beddu, altre Volte Porta l’aggiunta del Termine veru, Così beddu “bello” diviene “bellissimo”, veru beddu sono disponibili in inglese molto bello. Assumere un significato rafforzativo venire dire E che “bello per da vero” e non per modo di dire. Una Differenza del prefisso inglese molto Che significa “molto” quindi si traduce “molto bello”.
Ecco ALCUNI termini venire Raggia da rabbia “rabbia” (VI IT Un’altra origine of this Termine ed e dal Rabbies latino, la rabbia); Tastari da qb “assaggiare” (dal latino tactari) e non tastiari Che significa “toccare, palpare”, assume il significato di also “VERIFICARE”; truppicari da to trip Che significa “inciampare”. Da venire Verificato QUESTI termini Hanno Anche Altre origini Ancora Più remoti dall’influenza inglese.
E ‘singolare SEGUIRE la vita di Joseph Whitaker, il Quale si trasferì a Palermo nel 1809 per aiutare lo zio materno Benjamin Ingham nel Suo Commercio, il Quale possedeva Anche Una fabbrica di vino nella città di Marsala. Joseph Whitaker nel baglio “Ingham – Whitaker” ha Creato il marsala e lo ha prodotto ed esportato in tutto il mondo. Zio e nipote Hanno Realizzato Una flotta di vascelli a vela Che raggiungevano le terre americane e l’estremo oriente. Nel 1840 Joseph Whitaker ha conosciuto Vincenzo Florio ed e nata una amicizia ed Una Società fortunata e di Successo realizzando tantissimi posti di lavoro e Ricchezza Nella Nostra Sicilia. QUANDO VI fu la Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 Joseph Whitaker mise una Disposizione del Governo Rivoluzionario siciliano La Nave “Palermo”. Nel 1860 e Stato also artefice dello sbarco di Garibaldi per Tutelare Gli Interessi Inglesi Nella Sicilia. Tanto Che la bandiera della nave “Lombardo” Dati Venne Al Baglio “Ingham – Whitaker”. Con l’Aiuto di Giuseppe Lipari Cascio ha avviato un Progetto e Programma di scavi archeologici Nell’isola di Mozia Creando un antiquario Che ora si TROVA Nell’isola il Museo Whitaker straordinario per La ricchezza di reperti e per la magnifica statua del “Giovane di Mozia “.
Whitaker e Vincenzo Florio crearono la Compagnia di Navigazione Società dei battelli a vapore siciliani nel luglio del 1840 Insieme Anche a Chiaramonte Bordonaro. Tale compagnia navigava per trasportare le merci siciliane Oltre oceano. DOPO L’Unità d’Italia QUESTI battelli servirono per trasportare la forza lavoro, Gli Emigranti Siciliani, per l’America. ALCUNI di Essi tornarono ALL’INIZIO del XX secolo arricchendo Così La nostra lingua siciliana di Nuovi termini, vieni ABBIAMO Già Visto.

L’EBREO ERRANTE DI JOYCE

28 Mar

Finalmente ho terminato la lettura dell’ “Ulisse” di Jamse Joyce (1882 – 1941), edizione I Meridiani della Mondadori, scritto tra il 1914 e il 1921, ormai per la vista che mi ritrovo la scrittura è veramente minuta. Questo libro l’ho preso in prestito da mio figlio Federico, che a sua volta gli era stato regalato. Ha viaggiato con me, ha viaggiato tantissimo, tanto da trovarsi poggiato oggi in un tavolo di Birkelfeld. L’ho letto nelle sale di attesa dell’INPS di Agrigento per la disoccupazione, su gli autobus, a casa, eccetera, nel mentre leggendo anche tante altre opere e stilavo L’ALMANACCU SICILIANU. Una odissea nell’odissea, tanto da provare momenti di alienazione non indifferenti tra le realtà vissute, riflettendo che i libri non ti vengono a caso tra le mani. Giulio de Angelis, che ha curato sia la traduzione, cronologia, commento e bibliografia, nell’ultima pagina invita alla rilettura del testo … La vita è troppo breve per fare certe cose.
Cosa narra? La giornata del 16 giugno 1904 del personaggio Leopold Bloom, ebreo e massone, pienamente consapevole dei tradimenti della moglie Molly. Questa data è molto importante per l’Autore in quanto è stato il primo appuntamento con la cameriera Nora Barnacle, che sarà la donna della sua vita. In realtà Bloom è un personaggio incontrato realmente, con queste caratteristiche, succube delle pettegolezzi sulla condotta morale della moglie ed era ebreo, un certo Phoenix Park che aiutò a rientrare l’Autore a casa in una fase particolare della sua vita avvezzo all’alcolismo.
Cosa mi è rimasto di questo testo? Come è mio solito segno sempre qualche rigo, metto qualche segnale nei libri che leggo. Comunque la prima sensazione che ho avuto è stata del divertimento dell’Autore proprio nello scrivere questa sua opera. Io penso che la sua sperimentazione è stata libertà totale, abbandono alla parola, come un pittore che lascia libero il pennello, e non la mano, nella realizzazione di un quadro. Certo il microcosmo è Dublino, reale, vero, posizionato geograficamente, culturalmente e storicamente in Irlanda. Quasi in maniera maniacale questo luogo è nitido al lettore. I personaggi si muovono in una realtà vera, tangibile, sono le dimensioni mente che alienano il lettore in quanto tali. Ora la lettura di questo libro la consiglio veloce e non riflessiva, lasciandosi trasportare dalle parole scaturite dall’Autore come un flusso di coscienza.
A James Augustine Aloysius Joyce, degli episodi capitati nell’infanzia, come il morso del cane e aver avuto inculcato dalla zia che i tuoni e fulmini suscitati dall’ira di Dio, gli crearono delle fobie. Di queste non se ne volle dispare, se li coltivò dentro per potere attingere conoscenza. La sua famiglia era cattolica praticante ed anche lui studiò in un collegio di gesuiti, il Belvedere College, e con buoni propositi verso la vocazione. A 16 anni gli muore totalmente la fede, tanto da rifiutare in toto il cristianesimo. Quando la madre, colpita di tumore, sul letto di morte, ha espresso il desiderio che lui ritornasse alla fede, supplicandolo di confessarsi e ricevere l’Eucarestia, si rifiutò nettamente. La famiglia intanto subì il fallimento economico e il padre si diede all’alcol. Già aveva incominciato a scrivere sia come critico letterario sia come scrittore. Nel 1902 prese la laurea. Quasi come per un esilio volontario si convinse l’Autore a trasferirsi a Trieste dove insegnò e lì incontrò Italo Svevo, il quale influì moltissimo nella genesi del personaggio protagonista dell’Opera, in particolare sul suo ebraismo. Alcuni hanno asserito che negli ultimi anni della sua vita si sia riacceso il suo sentimento religioso, ma la moglie, che più di tutti lo conosceva, quando un sacerdote cattolico avanzò la richiesta di celebragli il funerale, lei rispose: “non posso fargli questo”. Ciò non toglie che la sua letteratura è sempre di formazione cattolica. Quindi, bestemmie, oscenità e meschinità, fanno del testo la traccia politica e autoreferenziale a livello biografico. Nell’introduzione di Melchiori si legge l’espressione di Show riferita all’Ulisse “cronaca ripugnante (…) veritiera”, quasi era un “obbligo” per tutti gli Irlandesi la lettura come con “i gatti ad essere puliti gli strofinano il naso nelle loro porcherie” (pagina XIII). Melchiori considera (come anche Eliot) l’esigenza dell’Autore quasi a trascendere nel mito tramite l’uso estetico della letteratura come fuga dalla quotidianità a volte meschina ed altre volte brutale. Si ode alcune volte il vezzo dell’immondizia bruciata, come scrisse Joyce riguardo alle sue novelle non addossandosi la colpa di ciò, anzi è un obbligo morale e intellettuale dello scrittore, affinché non ritardi “il corso della civiltà in Irlanda”. Joyce accusa la religione, “le regole sociali”, “lo spirito nazionalistico e sciovinista” di frenare a tal punto di non rendere possibile “il manifestarsi della vita autentica della persona umana”. E in tanto la passività dei suoi personaggi verso un contrapporsi alle regole sociali riflette quella dell’Autore, l’unica sua contrapposizione è l’esilio da Dublino. Perché “L’esule, anche se ritrova altrove le stesse condizioni che l’opprimevano in patria, può sottrarsi ad esse in quanto non appartiene alla terra ove vive” (pagina XIX dell’Introduzione). In questa frase ho trovato quale è stata la molla scatenante della mia partenza per la Germania. Mi sono trovato in un bivio: rimanere in Sicilia e affliggermi, oppure l’esilio. Questa nuova ondata di partenze di Siciliani non è più di emigranti, ma di esiliati. E’ una questione di sentimento politico che si è sviluppato nell’assorbire quotidianamente le miserie sociali, le condizioni meschine delle classi dirigenziali, il barocchismo burocratico, il perdersi nel non essere riconosciuti in quanto cittadini della propria Nazione. Lo stancarsi di sentirsi extracomunitari nella propria Terra. Quindi chi è partito come me con il sentimento dell’esiliato, non fa progetti di ritorno immediato, perché ha lasciato la sua Patria ormai perduta. Come nel romanzo, il protagonista Mrs. Bloom “l’ebreo errante per il mondo” vaga nell’esilio di un giorno dalle sue miserie personali, da intellettuale, perché è l’occhio che vede la Dublino storica. Come l’ebreo è esule dalla sua patria perduta così anche Ulisse non riesce a trovare la sua Itaca. E’ stato fatale che non appena arrivato in Germania, ho smarrito la spilla all’occhiello raffigurante la “Trinacria”. La strada del ritorno è ormai complessa …
Il sentimento nazionalistico è completamente assente nel protagonista ma è vivo nei personaggi minori in quasi tutti i suoi aspetti, ad esempio la lingua, a pagina 21 leggo che l’inglese Haines “pensa che dovremmo parlare irlandese in Irlanda”. Joyce stesso dice nel “Ritratto dell’artista da giovane (Dedalus): “Quando un’anima nasce, le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti”. La sua fuga non è altro che un’altra religione, sembra liberazione ma è solo esilio dalla propria verità. Poi la questione nazionalistica prenderà, soprattutto un senso critico, nel capitolo del “Ciclope”. Da precisare che il padre di Joyce è stato fino alla fine un indipendentista irlandese e che la sua prima opera a 9 anni, ispirato dalle incazzature del padre, è stata d’impronta indipendentista. I critici letterari e giornalisti cercano di evitare la parola “indipendentista” mutandola con “autonomista”, perché è una parola che fa saltare la pazienza al potere. Mentre Joyce ne fa largo uso a pagina 407 “L’Irlandese indipendente (…) tutto per l’Irlanda indipendente”. Devo confessare che nel capitolo “Il Ciclope” mi sono ritrovato in alcuni pensieri retorici del “Cittadino”. Lui è cittadino nel senso della Nazione Irlanda libera e riconosciuta. Primo punto di contatto è l’amore per l’Irlanda, come io per la Sicilia; quando se la prende con la massoneria, il richiamo ai martiri indipendentisti; la lingua irlandese. Nel commento di Ulisse a cura di Giulio de Angelis a pagina 1182 leggo: “(…) il Cittadino preconizza il giorno in cui un’Irlanda indipendente tratterà da pari a pari con le altre nazioni europee e rievoca il periodo più nero della recente storia irlandese: la carestia del 1846 cui seguì una massiccia ondata di emigrazione in America”. Concetti similari con i miei, a differenza che la carestia in Sicilia è stata l’assoggettamento all’Italia del 1860 con la stessa conseguenza dell’emigrazione in America. Del resto non condivido: il nazionalismo autoreferenziale, unilaterale, se non “cieco” e a volte anche violento, non considero gli ospiti del territorio degli estranei, “invasori”, non accetto nessun genere di discriminazione, o peggio ancora, razzismo. Ma riconosco il tipo (pagina 1183): “nazionalista sfrenato, e dell’appassionato e verboso politicamente”.
Il sentimento religioso, da Joyce viene vissuto con lo stesso approccio di quello politico, un rifiuto netto e categorico. E’ cresciuto in un ambiente cattolico osservante, è stato anche seminarista, ed ha coltivato la netta impressione che per i cattolici il loro dio è personale, uno per uno, quasi ad uso e consumo. Io potrei anche starci, ognuno faccia le sue critiche che come segnali stradali possono avvertire i pericoli della strada e del proprio cammino. Comunque il rifiuto di ciò che la società ci impone come sovrastrutture non fa dell’Autore un apostolo del libero pensiero. Leggo a pagina 28: “Lei contempla in me disse Stephen con ostico disgusto, un orribile esempio di libero pensiero”. Stephen è il suo alter ego, mentre Bloom è la rappresentazione veicolare letteraria dell’Autore, come vedremo il cerchio si concluderà con il loro incontro negli ultimi capitoli, quasi in una fusione nell’attrazione sessuale di Molly per i due personaggi. Ci vuole ben altro, perché un libero pensatore erige molti muri di difesa fin quando non diviene altro che una cella di prigionia. La sua rivelazione a pagina 36: “L’anima è in certo modo tutto ciò che è: l’anima è la forma delle forme”, questa è filosofia della scuola neoplatonica. Le forme (idee platoniche) trascendenti ed immanenti per Plotino vengono veicolate, dall’Anima in ogni elemento del mondo sensibile. Scavando ancora su questa affermazione dal mio punto di vista scorgo l’antropocentrismo dell’Autore. L’anima (uomo) è solo un prigioniero preso dall’estrema solitudine del pensiero che ogni cosa è solo una sua sensazione. Persino il proprio corpo diviene un limite, solo una “forma” scaturita da “tutto ciò che è: l’anima”. Un’anima, come si legge a pagina 64, eterna (platonica): “Il loro cane trotterellava all’ambio attorno un banco di sabbia ròsa dal mare, annusando da tutte le parti. In cerca di qualcosa perduta, in una vita precedente”. In questa affermazione vi è lo descrivere una scena comune in una linea umoristica, comunque nel suo flusso di coscienza vi è anche una convinzione filosofica esistenziale. Così come il suo concetto sull’arte nelle pagine 253/254: “L’arte deve rilevarci idee, essenze spirituali senza forma. (…) le parole di Amleto mettono il nostro spirito in contatto con la saggezza eterna, il mondo delle idee di Platone. Tutto il resto è speculazione di scolaretti per scolaretti”. Ed è a pagina 568 che Joyce si chiede “Qual è l’età dell’anima umana?”.
Al libero pensatore Stephen sono le “parole grosse” che lo rendono infelice, perché non gli lasciano il giusto esistere nella ricchezza della semplicità di un “tesoro morto” di “gusci conchiglie vuoti, simboli di bellezza e potenza” in contrapposizione alle monete “simboli insozzati di avidità e infelicità”.
L’essenza del romanzo è il modernismo con tutte le sue coscienze e le crisi -esistenziali ma è anche la visione intellettuale del momento storico con tutte le sue bruttezze come il sorgere di un antisemitismo politico. A pagina 46 leggo la voce di un personaggio: “L’Inghilterra è nelle mani degli ebrei. In tutte le posizioni più in vista: la finanza, la stampa. Ed essi sono il simbolo della decadenza di una nazione. Ovunque si radunano divorano la forza vitale della nazione”. Continua a pagina 416: “(…) mi dicono che i giudei hanno addosso un certo odorino che i cani lo sentono subito”. A pagina 428: “Vatti a fidare da un israelita!”. Il dialogo prosegue e prende aspetti veramente mitologici “L’ho visto venire in questi anni. Come è vero che noi stiamo qua i mercanti ebrei sono già intenti alla loro opera di distruzione”. E a nulla può Stephen nel riportare alla razionalità che un mercante è solo un mercante che acquista poco e rivende a molto. Le parole diventano ancora più gravi e mitologiche: “Hanno peccato contro la luce. E si vedono le tenebre nei loro occhi. Ed è per questo che vanno errando sulla terra fino ad oggi”. Ecco che le “parole grosse” fanno ancor paura. Ecco che una pianificazione della storia pilotata da chi ha la presunzione di conoscere il volere di Dio fa paura. “La storia, disse Stephen, è un incubo da cui cerco di destarmi”. Basterebbe un “calcio proditorio” a Stephen per svegliarsi. Dal mio punto di vista diverrebbe semplicemente componente dell’incubo. Mentre in contrapposizione Mr. Deasy afferma: “Tutta la storia di muove verso una grande meta, la manifestazione di Dio”. Ma chi è Dio? Risponde Stephen: “Quello è Dio?” “Che cosa? Chiese Mr. Deasy. –Un urlo per la strada, rispose Stephen”. Ecco che il Dio dei gusci vuoti di conchiglie si manifesta nella quotidianità degli eventi proditorii. Anche questa concezione della storia di tutti e due i personaggi non lascia spazio al volere dell’uomo nel suo libero arbitrio delle scelte. Deasy considera l’uomo in balia di un flusso fortissimo verso l’apocalisse, mentre Stephen ne è completamente succube come appunto in un incubo.
Frasi:
(Pagina 76): “Crudele la sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia”. La gattina con la sua crudeltà innocente da predatrice irrimediabilmente ha tra le grinfie la sua preda, ormai rassegnata alla sua fine. Così anche vi è il silenzio dei rassegnati in ogni occasione che la vita presenta.
(Pagina 79): “Trovata da giudeo quella: sole dell’autonomia che sorge a nord/ovest”.
(Pagine 99/100): “L’uniforme. E’ la strada più facile arruolarsi e fare gli esercizi in piazza d’arme. (…) Mai visto vestito da pompiere o da vigile urbano. Da massone, sì”.
(Pagina 128): “(…) le guance deretane (…)”.
(Pagina 192): “Francamente cosa ne pensa di quella turba di ermetici, i poeti dei silenzi opalini: A. E. l’archimistico?”.
(Pagina 206): “La fosforescenza, quell’azzurrino verdastro. Ottimo per il cervello”.
“La Famiglia si sfascia sempre quando non c’è più la madre”.
(Pagina 225): “La natura aborre il vuoto”.
(Pagine 234/235): “Il missionario bianco è troppo salato. Come carne di maiale in salamoia. (…) La pace e la guerra dipendono dalla digestione di un individuo. (…) Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi”.
(Pagina 256): “I movimenti che operano le rivoluzioni nel mondo nascono dai sogni e dalle visioni nel cuore di un contadino sui piedi delle colline. Per loro la terra non è un terreno da sfruttare bensì la madre vivente”.
(Pagina 269): “Guardati da ciò che desideri in gioventù perché otterrai nella maturità”.
(Pagina 283): “E’ un’era di esausto puttanesimo che brancola verso il suo dio”.
(Pagina 284): “La paternità, in quanto generazione cosciente, è sconosciuta all’uomo. E’ uno stato mistico, una successione apostolica, dall’unico generatore all’unico generato. Su quel mistero e non sulla madonna che lo scaltro intelletto italiano ha gettato in pasto alle genti d’Europa è fondata la Chiesa e fondata irremovibilmente in quanto è fondata, come il mondo, macro e microcosmo, sul vuoto. Sull’incertezza, sull’improbabilità. Amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita. La paternità forse è una funzione legale. Chi è il padre di un qualsiasi figlio perché qualsiasi figlio debba amarlo o viceversa?”.
(Pagina 292): “Maeterlinck dice: Se Socrate esce di casa oggi troverà il sapiente seduto sulla sua soglia. Se Giuda esce stasera i suoi passi lo porteranno verso Giuda. (…) Nel cammino attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, , mogli, vedove, fratelli adulterini. Ma sempre incontrando noi stessi. (…) nell’economia del cielo, predetta da Amleto, non ci sono più matrimoni, poiché l’uomo glorificato, angiolo androgino, è sposa di se stesso”.
(Pagina 327): “E poi dicono che l’America è la terra degli uomini liberi. (…) L’America (…) che cos’è? La spazzatura di ogni altro paese compreso il nostro”.
(Pagina 340): “Shakespeare è la felice riserva di caccia di tutte le menti che hanno perso l’equilibrio”.
(Pagina 380): “Non è che numeri. Ecco cos’è tutta la musica a pensarci bene. (…) Si scopre sempre che questo è uguale a quello, tutto è calibrato come quel tale che calibra il camino del crematorio del cimiterio. (Pagina 383) C’è una malìa nella musica, ha detto Shakespeare”.
(Pagina 416): “(l’impiccato) la frattura istantanea delle vertebre cervicali e la conseguente scissione del midollo spinale si calcolava dovesse, in base alle più solide tradizioni della scienza medica, inevitabilmente produrre nel soggetto un violento stimolo gangliare dei centri nervosi, provocando la rapida dilatazione dei corpora cavernosa così da facilitare istantaneamente il flusso del sangue verso quella parte dell’anatomia umana conosciuta col nome di pene o organo sessuale maschile e avendo come risultato il fenomeno che la Facoltà ha definito erezione morbosa e filoprogenitiva verticale-orizzontale in articulo mortis per diminutionem capitis”.
(Pagina 419): “Gli amici che amiamo sono al nostro fianco, i nemici che odiamo ci stanno di fronte”.
(Pagina 433): “(…) il gusto della terra e ricostruire un nazione e tutto quel che vien dopo”.
(Pagina 442): “Non vogliamo stranieri in casa nostra”. A parlare è il cittadino patriota irlandese “ciclope” per la sua veduta unilaterale politica e sembra un “leghista”. In realtà li accomuna il controllo del territorio e le proprie frontiere, ma la loro unitarietà di visione non gli permette una giusta analisi della realtà. Gli argomenti sull’indipedentismo di una nazione sono: la terra, il popolo, la lingua, la bandiera. A pagina 443: “Quel cialtrone del municipio cosa ha deciso sulla lingua irlandese nel loro conciliabolo?”. A pagina 448: “(…) quando si vedrà la prima nave da guerra irlandese feder le onde con la nostra bandiera inalberata (…) la più antica bandiera che abbia battuto i mari”. A pagina 430: “(…) il paese in mano d’una dozzina di porci all’ingrasso e di baroni delle balle di cotone. (Pagina 451) ci sarebbero stati tra poco tanti irlandesi in Irlanda quanti pellirosse in America ”.
(I Francesi, a pagina 451): “Non sono mai valsi una scorreggia arrosto per l’Irlanda. (…) Son sempre stati loro a metter fuoco all’Europa, e seguitano a farlo”.
(Pagina 453): “Si perpetua l’odio nazionale tra le nazioni. –Ma lei sa cosa significa una nazione? (…) Una nazione è la stessa gente che vive nello stesso posto. (…) –O anche che vive in posti diversi”.
(Pagina 456): “L’amore ama amare l’amore”.
(Pagina 459): “Irlanda la mia nazione (…) non si sa come fare con questi fottuti becchi di Gerusalemme”. A pagina 461: “-Dopo tutto, dice John Wyse, perché un giudeo non dovrebbe amare la sua patria come gli altri? –Perché no dice J.J., qualora sia ben sicuro qual è la patria”. A pagina 462: “-E’ il nuovo Messia dell’Irlanda! dice il cittadino. Isola dei santi e dei savi. –Be’, lo stanno ancora aspettando il redentore dice Martin. Proprio come noi in fondo”.
(Pagina 470 – Ufo): “Altri testimoni oculari depongono di aver osservato un oggetto incandescente di enormi proporzioni scagliato attraverso l’etere a velocità terrificante con traiettoria sud ovest ovest”.
(Pagina 478): “La sua indole le suggeriva di parlare apertamente: la sua dignità le disse di tacere”.
(Pagina 485): “(…) un uomo che alzi la mano su una donna senonper carezzarla merita di esser bollato come il più vile tra i vili”.
(Pagina 499): “(…) è l’amore a governare il mondo”.
(Pagina 557): “Dio ti ringrazio in quanto Autore dei miei giorni”.
(Pagina 568): “Il sentimentale è colui che vorrebbe godere senza addossarsi l’immensa responsabilità della cosa fatta”.
(Pagina 576): “L’uomo di scienza come quello delle strade deve affrontare fatti concreti ai quali non si possono mettere i paraocchi e spiegarli come meglio può”.
(Pagina 576): “(…) riguardante la futura determinazione del sesso. Dobbiamo noi accettare l’opinione di Empedocle di Trinacria secondo cui l’ovaia destra (il periodo postmestruale, altri asserisce) è responsabile della nascita di maschi (…)”.
(Pagina 577): “(…) celibi paranoici, governanti infecondate – questo, egli disse, era da considerare la cagione di ogni e qualsiasi decadere del livello della razza”.
(Pagine 577/578): “(…) dall’estinzione di qualche sole remoto al fiorire d’uno degli innumerevoli fiori che abbelliscono i nostri pubblici parchi, sia soggetto a una legge di numerazione fino ad ora non accertata”.
(Pagina 578): “(…) solo la sostanza plasmatica può essere ritenuta immortale (…)”.
(Pagina 625): “(…) mano sul cuore, il gomito ad angolo retto fa il segno massonico di difesa e di riconoscimento”.
(Pagina 650): “Sir Walter Raleigh portò dal nuovo mondo la patata e quell’erba, l’una che stermina la pestilenza per assorbimento, l’altra che avvelena l’orecchio, l’occhio, il cuore, la memoria, la volontà, l’intelletto tutto”.
(Pagina 664/665): “Amnistia generale, carnevale settimanale, con libertà di mascherarsi, gratifiche a tutti, esperanto, fratellanza universale. Basta col patriottismo dei politici da caffè e degli impostori ipertrofici. Libero denaro, libero amore, e libera chiesa laica in libero stato laico. (…) –Libera volpe in libero pollaio”.
(Pagina 685 – Elia): “ L’ora di Dio è 12,25. (…) sta a voi di intuire quella forza cosmica”.
(Pagina 686 – Elia): Grande Fratello che sei lassù”.
(Pagina 848): “Il suo consiglio a tutti gli irlandesi era: rimanete nella terra dove siete nati e lavorate per l’Irlanda. L’Irlanda, ha detto Parnel, non può fare a meno di uno solo dei sui figli”.
(Pagina 852): “La Spagna decadde quando l’Inquisizione scacciò gli ebrei e che l’Inghilterra prosperò quando Cronwell, un farabutto singolarmente in gamba, che, sotto molti altri aspetti, ha diverse cose sulla coscienza, li importò”.
(Pagina 852): “Nel campo, per non toccare quello religioso, economico, prete è sinonimo di povertà”.
(Pagina 852): “I Turchi (…) se non credessero che si va dritti filati in cielo dopo morti cercherebbero di vivere un po’ meglio”.
(Pagina 874): “La gente poteva anche passare sopra un morso di lupo ma un morso di pecora faceva girare le scatole, via”.
(Pagina 928): “ Affermò la sua importanza di animale razionale cosciente che procedeva per sillogismo dal noto all’ignoto e di reagente razionale cosciente tra un micro e un macrocosmo, ineluttabilmente costruiti sull’incertezza del vuoto”.
(Pagina 1031): “Oh scema nata che non ero altro a credere a tutte quelle sue chiacchiere sull’autonomia irlandese e l’unione nazionale”.
(Pagina 1046): “gli atei (…) poi strillano per avere ilprete quando stanno per morire”.
Dal commento di Ulisse a cura di Giulio de Angelis.
(Pagina 1073): “Il motivo è sviluppato in stretta unione con quello dell’Irlanda oppressa (…) di una nazione decaduta, con una capitale paralizzata”.
(Pagina 1077): “(…) liberalismo economico, in contrapposizione al protezionismo”.
(Pagina 1084): “Il sogno dell’artista: sfuggire all’incubo della storia, al flusso del tempo (…)”.
(Pagina 1106): “A cerimonia ultimata, Hynes propone di rendere omaggio alla tomba del –re non coronato d’Irlanda- , il patriota Parnel”.
(Pagina 1122 – nota 2 di pagina 196): “La coscienza dell’uomo sarebbe in relazione diretta con la memoria infinita della natura, perfettamente conservata in quel mezzo che tutto abbraccia e comprende, detto akasa (parola sanscrita che significa cielo)”.
Questo è il mio invito alla lettura, ma con un preciso avvertimento: la predisposizione ad un genere diverso letterario, quello del flusso di coscienza. Al di là di tutto ciò che è la vostra morale o le vostre posizioni ideologiche e di pensiero, il sunto dell’opera è lo stato miserevole nella sua essenza esistenziale che apporta ad una Nazione, ed alla sua capitale, la mancanza di sovranità ed autodeterminazione politica.