IL SECOLO ADDOSSO

14 Giu

IL SECOLO ADDOSSO
RIFLESSIONI POST LETTURA SU “I BUDDENBROOK – DECADENZA DI UNA FAMIGLIA” DI THOMAS MANN
La lettura de – I Buddenbrook – Decadenza di una famiglia di Thomas Mann (edito dalla Newton Compton editori s.r.l. Roma, 1992 – Biblioteca Economica Newton al prezzo di 3000 lire) è stata una vera piacevolezza. La letteratura sa dare quella dimensione in più che nessun mezzo può sostituire, quella percezione dell’animo del personaggio, quella condivisione di sensazioni tra realtà letteraria e la propria vita vissuta, tramite l’onnipresenza palpitante dello scrittore narratore, che in questa opera sente tutto il peso del secolo che gli sta piombando addosso.
Leggendo ho fatto spesso dei parallelismi con il verismo siciliano, con Il Ciclo dei vinti di Verga e con il Ciclo degli Uzeda di De Roberto. Ad esempio come la micro storia del romanzo si incastrava con la macro storia di quell’epoca. Anche i Buddenbrook in fondo sono dei vinti, così anche il destino è stato l’artefice della loro sconfitta. Fa da padrone in tutti l’influenza di Emile Zola.
A Birkenfeld hanno istallato una vetrina con due manichini con abiti del XIX secolo che mi hanno richiamato alla mente i Buddenbrook: Tom e Tony. IMG_20180331_101905
Il romanzo tratta di una storia borghese, quindi spesso i personaggi hanno atteggiamenti imposti dal loro ruolo in famiglia che in società. I Buddenbrook sono dei commercianti di successo, nonostante la loro decadenza è segnata dal logorio delle loro persone che lentamente si esauriscono perché il loro esistere è un continuo logorio del vero se stessi tenuto sotto il ruolo assegnato. L’azienda decade insieme al suo titolare, simile alla terra che s’inasprisce con il malessere del proprio re.
Il libro ha una meravigliosa introduzione “Omero rinasce a Lubecca” di Alighiero Chiusano, il quale distingue le influenze di Mann in due correnti: la calda, avuta dalla madre mezzo brasiliana, e la fredda, avuta dal padre. Chiusano asserisce che l’Autore è stato caratterizzato maggiormente dalla teutonica, per la disciplina. Il padre muore e di seguito la sua azienda, quando l’Autore aveva sedici anni, finendo così il periodo di Lubecca. Dal 1893 Thomas si trova, con la famiglia a Monaco, dove già inizia la sua attività di scrittore con “Gefallen” e come giornalista satirico. E’ sorprendente la concentrazione di artisti e la conseguente vitalità culturale ed artistica di Monaco in questo periodo storico.
Il libro esce nel 1901 con tutto il secolo addosso pesante dove rivengono considerati i rapporti umani e storici individuali con il Mondo. E non si può che rimanere schiacciati come il piccolo Hanno, l’ultimo della discendenza Buddenbrook. Così scrive nella sua introduzione Chiusano, sulla morte del giovane Hanno, a pagina X: “(…) lo spegnersi di quell’enorme, cosmica distrazione del Nulla che ha nome Vita?”.
Sottolineature
Pagina 4: “Nel corso degli anni i suoi lineamenti erano diventati stranamente simili a quelli del marito.”
Pagina 5: “Se è un colpo a caldo (…) allora cade il fulmine. Se è freddo invece cade il tuono.”
E’ una asserzione della piccola Tony di fronte al nonno, che lo irrita perché detesta che i bambini abbiano idee bizzarre, “stupidaggini”.
Pagina 8: “Esteriormente, mio caro ragazzo, esteriormente sei liscio e leccato, ma interiormente, mio caro ragazzo, tu sei nero…”.
Pagina 23: “E la nostra indipendenza?”
Si tratta dell’Unione Doganale prussiana (Zollverein) attuata nel 1834 per creare un maggiore flusso commerciale tra i 38 stati della Confederazione Tedesca.
Pagina 34; 293: “O figlio, poni tutto l’animo nei tuoi affari di giorno, ma concludi solo quelli che ti consentono di dormire tranquillo di notte”.
Pagina 40: “scienza e allegria non si escludono a vicenda”.
Pagina 49: “significativa differenza tra ‘linea’ e ‘segmento’”.
Pagina 72: “Chi guadagna è rispettato.”
Pagina 77: “il materasso è di crine vegetale.”
Ricordo ancora fino a quando ero ragazzino che vi erano delle macchine in legno come delle cabine con una grande leva che servivano per filare il crine, con il quale si riempivano i materassi naturali completamente. E con il grande caldo della Sicilia questi materassi riuscivano a tenere la temperatura del corpo abbastanza fresco ed arieggiato. Poi l’industria e il consumo ha avuto il sopravvento con un prodotto più dannoso per la salute e meno qualitativo.
Pagina 84: “cercava di fare qualche gesto, vide da sé che erano impacciati e ci rinunciò.”
Mi ha ricordato le scene delle pellicole hollywoodiane, a volte ripetute fino alla nausea.
Pagina 86: “Rimasero a lungo in silenzio mentre il mare risuonava verso di loro calmo e lento… e Tony credette d’improvviso di essere unita a Morten in un grande, indefinibile, incredibile e nostalgica comprensione di ciò che significava libertà.”
Pagina 90: “una tua strada irregolare e arbitraria.”
Il peso della morale borghese che schiaccia il significato di libertà della protagonista segnandola comunque nel fatalismo della sconfitta e del fallimento.
Pagina 95: “Ma io non voglio proprio dimenticare! (…) Dimenticare… è forse una consolazione?!”
Pagina 97: “un rispetto quasi religioso dei fatti: perché non erano forse anche le minime cose volontà e opera di Dio, che guidava mirabilmente la storia della famiglia?…”
Pagina 97: “lo spazio vuoto a fianco.”
Pagina 110: “Uomo non educato dal dolore rimane sempre bambino!”
Pagina 110: “era come una pantera!”
E’ il giovane proletario che infrange una vetrina di un negozio per i moti rivoluzionari del 1848. Questo animale viene spesso utilizzato come metafora o similitudine per i rivoluzionari.
Pagina 112: “La rivoluzione era giunta sotto le finestre della sala del consiglio!”
Pagina 116: “Vogliamo un altro ordine,”
Pagina 118: “la rivoluzione a Berlino è stata preparata ai tè dei filosofi… Poi il popolo è sceso in lotta, rischiando la pelle…”
Pagina 125: “un titolo lo si tiene solo finché cresce… quando comincia a scendere, lo si vende…”
Pagina 126: “Lei ha una coscienza da cane del macellaio”.
Pagina 130: “bancarotta … era peggio della morte, era tumulto, crollo, rovina, vergogna, disonore, disperazione e miseria…”
Pagina 155: “la brama di render schiava la fortuna”.
Pagina 160: “Bruscamente si fece serio: così di sorpresa, come se una maschera gli fosse caduta dal volto”.
Pagina 169: “e per una lunga ora le catechizzava.”
Pagina 169: “con tutta l’indulgente, amorevole e pietosa superiorità degli umili di fronte ai signori che cercano la salvezza.”
Pagina 178: “diabolicamente buono”
Pagina 184: “vasto tempio delle agapi con le immagini degli dèi.”
Pagina 185: “c’è il cattolicesimo; io lo odio, come sapete, e ne ho una pessima opinione… (…) sono molto contenta che Tony resti fedele alla religione degli antenati e disprezzi le stupidaggini dei non evangelici.”
Pagina 186: “Sopra la fontana (…) che posso vedere dalla mia finestra, c’è una Madonna che a volte viene incoronata e la gente del popolo s’inginocchia e recita il rosario; è molto bello a vedersi, ma è scritto nel Libro: -Ritirati nella tua cameretta!-. Spesso si vedono dei frati per strada, hanno un aspetto molto venerando. (…) mi è passato accanto un alto prelato in carrozza, forse si trattava di un arcivescovo, un uomo d’età, insomma; beh, quel signore dal finestrino mi ha lasciato un’occhiata come fosse un tenente della guardia! Sai bene, mamma, che io non stimo molto i tuoi amici, i missionari, i pastori, ma TRieschke il piagnucolone non è niente in confronto a questo suitier, principe della Chiesa…”
Pagina 190: “Disprezza così tanto il fratello da non permettergli di amare ciò che lui stesso amava.”
Pagina 216: “Non si parla che della bomba di Orsini… Terribile. Sulla strada per l’Opera…”
Tratto dalla nota n°532 de L’ultimo degli Uzeda:
Orso Teobaldo Felice Orsini nato a Meldola il 10 dicembre 1819 morì ghigliottinato a Parigi, 13 marzo 1858. Fu uno scrittore, noto per aver causato una strage, nel tentativo di assassinare l’imperatore francese Napoleone III. La sua bomba, prese appunto il suo nome, fu conosciuta negli ambienti anarchici. L’innesco era a mercurio fulminante, riempite di chiodi e pezzi di ferro. Il suo testamento, forse autentico fu utilizzato come strumento di propaganda per l’intervento francese nella penisola italica. Finiva in questo modo: “Sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre.”

Pagina 231: “c’è un limite nella vita (…) dove la paura dello scandalo comincia a chiamarsi vigliaccheria”.
Pagina 232: “Come? E’ vergogna e scandalo nella vita solo quello che la gente viene a sapere? Oh, no! Lo scandalo segreto, che ti rode in silenzio e distrugge il rispetto di te stesso, è molto peggio!”
Pagina 254: “Era spinto in avanti, senza pace. (…) Chi è felice rimane dov’è.”
Pagina 261: “il bene viene sempre troppo tardi, diventa realtà troppo tardi, quando non si è più capaci di goderne (…) Si ha l’età che si sente di avere. E quando il bene desiderato giunge lento e tardivo, è accompagnato da tutte le piccinerie, le noie, le contrarietà, da tutta la polvere della realtà, che non era stata prevista dalla fantasia, e che irrita… irrita…”
Pagina 261: “Una forza segreta e indescrivibile”
E’ quella forza che in alcuni momenti della vita ti fa fare sempre la cosa giusta.
Pagina 262: “La ragione non è il massimo su questa terra!”
Pagina 265: “La breve pace del ‘65”
La politica dell’abile e geniale Bismarck allo scopo di realizzare la grande Confederazione della Germania mirando all’esclusione dall’impero austriaco ed alla realizzazione di un sentimento nazionale tedesco.
Pagina 265: “quando né dovere né colpa osano metterci le mani addosso, quando ci è permesso vedere, sentire, ridere, meravigliarci e sognare senza che il mondo ci chieda dei servigi (…) Ahimè, non passerà molto, e con pesante prepotenza tutto ci piomberà addosso per violentarci, esercitarci, allungarci, scorciarci, rovinarci…”
Pagina 273: “C’era la storia di un uomo che nel sonno ingoia un topo e quindi corre dal veterinario, che gli consiglia di ingoiare anche un gatto…”
Pagina 297: “e si affrettò a salire lo scalone.”
Pagina 319: “Io credevo… credevo… che dopo non venisse più nulla…”
Il piccolo Hanno mette due linee traverse sul libro di famiglia e prende uno schiaffo dal padre e così il bambino profetizza il destino della famiglia.
Pagina 321: “un –vecchio- che –chiedeva del bambino- (…) avvolto in una lunga pelliccia con il pelo all’esterno, coperto di polvere d’oro e fiocchi di neve, un berretto uguale, il suo viso tinto di nero e una straordinaria barba bianca che come le sopraciglia era eccessivamente folta e striata di fili d’argento (…) quel sacco – sulla spalla sinistra – conteneva mele e noci destinate ai bambini buoni che sanno pregare, che però quella verga – sulla spalla destra – era destinata ai bambini cattivi… Era San Ruperto.”
Pagina 336: “-Parla con sincerità, credi ancora alla sua innocenza?
-Come potrei? Proprio io che ho dovuto soffrire tanto? (…) La vita, sai, rende così tremendamente difficile credere nell’innocenza di qualcuno…”
Pagina 347: “I medici non sono al mondo per facilitare la morte, ma per conservare la vita a qualunque prezzo.”
Pagina 357: “sorella non è mai andata bene nella vita, anzi le è andata molto male. Mi è caduto addosso tutto quanto si può immaginare… Non so come me lo sia meritato. Ma ho accettato tutto senza disperare, (…) mi sentivo mai del tutto perduta. Conoscevo un posto, un porto sicuro, per così dire, dov’ero a casa, protetta, dove potevo rifugiarmi davanti a tutte le avversità della vita… (…) Quando eravamo piccoli e giocavamo ad acchiapparci, Tom, c’era sempre una –tana-, un posticino appartato, dove si poteva andare quando si era in pericolo, e dove non si poteva essere presi, ma si stava in pace.”
Pagina 362: “lemuri tremanti e zolle di terra che cadono sulla bara con un tonfo cupo.”
Pagina 363: “il suo cuore era rimasto giovane, non aveva mai cessato e non avrebbe mai cessato di essere capace di sentimenti grandiosi, di nutrire i suoi ideali con calore e fedeltà… Li avrebbe portati con sé nella tomba, sicuro! Ma gli ideali esistono per essere raggiunti e realizzati? Assolutamente no! Non si desiderano le stelle, ma la speranza… oh, la speranza, non il compimento, la speranza è il meglio della vita.”
E’ una grande menzogna, la speranza non è il meglio della vita, è la vita vissuta per ciò che si è realmente. Bisogna essere sinceri con la vita e la vita ci premia. Ci sono momenti di vita che si rimane per un po’ di tempo con il sapore in bocca e il profumo attorno. Anche la solitudine, il silenzio può avere il suo sapore se vissuti con autenticità. Sentire miliardi di microrgasmi sulla pelle in comunione con il Mondo, o con qualcosa che non si ha la piena consapevolezza, altro che speranza. La speranza non è vita, può essere mercanzia per le religioni, per i politici, ma non è vita.
Pagina 366: “tu gli attribuisci, verso di te e verso noi, gli stessi sentimenti che nutri per lui.”
Pagina 367: “Come –appaio- questo conta – e basta! Tutto il resto non riguarda nessuno.”
Questo è un assioma dell’ideologia borghese.
Pagina 374: “lì nessuno poteva vederlo appoggiare la testa tra le mani a rimuginare i suoi pensieri a occhi chiusi;”
Questa frase mi ha ricordato mio padre che quando gli affari in azienda incominciarono ad andare male se ne stava con le braccia appoggiate al bancone e la testa tra le mani, pensieroso.
Pagina 375: “gli procuravano quella sensazione di soddisfazione e di sicurezza con la quale un attore che ha preparato la sua maschera in tutti i dettagli si dirige verso il palcoscenico…”
Il dramma borghese di non essere se stessi e lasciarsi calcare la maschera del ruolo nella società. Come “la maschera di ferro” di Dumas. Soprattutto in questo passo del romanzo, il personaggio ha il condizionamento di un modo di vita che si va delineando, ormai sembra inevitabile il dramma del ‘900.
Pagina 376: “l’impoverimento e la desolazione del suo intimo – una desolazione così forte che si faceva sentire quasi ininterrottamente come un’indefinibile e opprimente pena (…) sostenere la sua parte ad ogni costo (…) una recita faticosa e snervante. (…) piuttosto, semiabbagliato, amava sentirsi la luce negli occhi e la gente, il suo pubblico, vederla davanti a sé come una semplice massa nell’ombra (…) il potere di padroneggiare i muscoli del viso e l’atteggiamento del corpo.”
Pagina 386: “una piacevole vertigine, un leggero stordimento, in cui la coscienza del tempo e dello spazio e di qualsiasi limite sprofonda in tranquilla beatitudine…”
Pagina 387: “mentre tutto lo spazio era pieno di quel sussurro lieve e sublime che parlava al piccolo Johan persuadendolo a chiudere gli occhi con un senso d’immenso appagamento.”
Pagina 390: “il bovindo e le bianche cariatidi”.
Una finestra che sporge ad arco orizzontale con delle bianche statue, figure femminili, che fungono da colonne.
Pagina 394: “L’acqua cheta rovina i ponti.”
Pagina 395: “l’amico della moglie (…) la vera tortura, era il silenzio (…) troppo profondo e inanimato per non destare terrore. (…) era un silenzio cupo, ambiguo, che taceva e sottaceva… (pagina 396) alla musica e all’infinito silenzio che si alternavano lassù.”
Pagina 399: “si rese conto dell’enorme immaturità e impreparazione del suo spirito nei confronti della morte.”
Pagina 400: “Stanco di fissare il vuoto, stanco della solitudine e del silenzio chiudeva ogni tanto gli occhi, per scuotersi di colpo e allontanare da sé quella pace.”
Pagina 400: “il fondamento e solenne diritto di soffrire a causa del mondo, del migliore dei mondi immaginabili, che con ironia gli veniva dimostrato essere peggiore di tutti i mondi possibili.”
Pagina 401: “La morte era una felicità, così grande che si poteva misurarla solo in momenti di grazia (…). Era il ritorno da (pagina 402) un inganno indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai più avversi legami e barriere… il risarcimento per una deplorevole sciagura. (…) arriva la morte e lo richiama a casa, alla sua libertà… Individualità! (…) Chi, che cosa, come potrei essere se non fossi me stesso, se questa mia persona non mi chiudesse, se non separasse la mia coscienza da tutti coloro che non sono me! L’organismo! Cieca, sconsiderata, deplorevole eruzione dell’incalzante volontà! Meglio, per davvero, che questa volontà si liberi nella notte senza spazio e senza tempo, invece di languire in prigione, appena illuminata da una tremula e vacillante fiammella dell’intelletto! (…) Dove sarò dopo la morte? (…) Sarò in tutti quelli che hanno sempre detto io, che lo dicono e lo diranno: ma specialmente in quelli che dicono più pienamente, più fortemente, più felicemente… (…) uno di quegli uomini la cui vista accresce la felicità dei felici e porta gli infelici alla disperazione: quello è mio figlio. Quello sono io, presto… presto… appena la morte mi libererà dalla miserevole illusione che io non sia tanto lui quanto me stesso… (pagina 403) La morte gli prometteva (il Mondo) in dono per intero. (…) Niente cominciava e niente finiva. Esisteva solo un’infinita presenza, e quella forza dentro di lui, che amava la via con un amore dolce, doloroso, inquietante e nostalgico, di cui la sua persona era solo un’espressione mal riuscita, avrebbe sempre saputo trovare le vie d’accesso a questo presente. (…) imbarazzo per le stravaganze mentali (…) la sua vanità si ribellava: la paura di recitare una parte bizzarra e ridicola.”
Il sentimento della Morte, provato dal personaggio del senatore Thomas Buddenbrook, è molto giovane non è per adulti, bisogna essere in pieno conflitto con il proprio corpo, con il Mondo esterno, ma quanta beata meditazione in questa stupenda pagina di Mann!
Pagina 404: “questa storia poco chiara e un po’ assurda non chiedeva comprensione ma la si doveva solo credere con obbedienza, sarebbe stata a portata di mano quando sarebbero venute le ultime angoscie… sarà così? (…) E dove rimaneva l’anima nel frattempo? (…) Come potevano lasciare gli uomini in questa ignoranza?”
Il sentimento religioso del personaggio e dell’Autore è di ribellione alla dittatura del dubbio e della speranza imposta dalla religione.
Pagina 438: “era fortunato, in quanto la maggior parte degli insegnanti lo lodava volentieri al di là dei suoi meriti, per dimostrare a lui, a se stessi e a gli altri, che la sua bruttezza non li induceva ad essere ingiusti…”
Pagina 440: “Cresciuti nel clima di una patria guerriera, vittoriosa e rinnovata, ostentavano rozzi modi virili. (…) i vizi più spregevoli erano la mollezza e la fatuità.”
Vi è il germoglio di ciò che sarà la Germania nel secolo seguente, è ciò che intendo come sentirsi il secolo addosso. I giovani Hanno e Kai hanno una tenera relazione che preclude ad una certa intimità omosessuale e ciò spaventava i giovani e la società attorno loro. Era un fattore così inconsueto da provare sgomento se non paura. Nel nazismo saranno puniti con la morte, eliminati per la stessa paura. Pagina 441: “sospettavano qualcosa d’impuro e di rivoluzionario (…) persone strane che era meglio lasciar stare…”.
Pagina 442: “adesso erano saliti alla massima dignità i concetti di autorità, dovere, potere, servizio e carriera; l’-imperativo categorico del nostro filosofo Kant- era il vessillo che il dottor Wulicke spiegava minacciosamente in tutti i discorsi ufficiali. La scuola era diventata uno Stato nello Stato, nella quale regnava il rigore prussiano con una tirannide tale che non solo i professori, ma anche gli alunni si consideravano funzionari, aspirando solo alla carriera e quindi ad essere ben visti dai potenti… (…) La personalità del direttore Wulicke ricordava l’atrocità enigmatica, ambigua, ostinata e gelosa del Dio del Vecchio Testamento.”
Pagina 443: “un’estraneità beffarda (…) corpo insegnante (…) una specie di mostro dall’aspetto ripugnante e fantastico.”
Pagina 446: “Essere pigro, oltre che stupido, è veramente troppo…”
Pagina 449: “Petersen si sedette e venne giudicato. Si vide chiaramente il compagno di banco discostarsene. Tutti l’osservavano con un misto di disgusto, compassione e orrore.”
Eppure il suo era un reato comune a tutti quanti in quella classe.
Pagina 449: “Non la voglio proprio, la fortuna: mi fa star male…”
Pagina 450: “Quel miscuglio di misticismo e risolutezza era un po’ sconcertante…”
Pagina 452: “Hanno Buddenbrook era quasi l’unico che il signor Modersohn conoscesse per nome, e se ne serviva per richiamarlo costantemente all’ordine, per dettargli compiti (,) per punizioni e per tiranneggiarlo. Conosceva lo scolaro Buddenbrook solo perché si era distinto dagli altri per la condotta tranquilla, e sfruttava quella mitezza d’animo per fargli sentire quell’autorità che non osava esercitare nei confronti degli studenti sfrondati e spudorati. –Persino la compassione diventa impossibile sulla terra a causa della volgarità- (…) è così, e sarà così sempre e ovunque (…)”.
Pagina 453: “si morsero la lingua, per ossequiosa devozione.”
Pagina 454: “Quando si ha molta paura, allora come per ironia va quasi bene; ma quando non ci si aspetta nulla di male, arriva la sfortuna.”
Pagina 455: “Non so volere.”
Convogliare le proprie energie in una precisa direzione è il primo passo per il successo.
Conclusioni
Vi invito, in maniera risoluta, alla lettura di questa straordinaria Opera di Thomas Mann.

 

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LA SOSTANZA DELLE COSE RIFLESSIONI SU CAFFE’ AMARO DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY

26 Ago

LA SOSTANZA DELLE COSE

RIFLESSIONI SU CAFFE’ AMARO DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY

Ho usufruito della vantaggiosissima offerta, due libri a 9.90€, così mi sono fatto questo magnifico regalo: Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby – Edito dalla Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, già in seconda edizione, aprile 2018.

La lettura di questo libro non è stata veloce, volutamente, perché ho voluto sorseggiare lentamente ed assaporare, questo “caffè”, considerato che, dopo i primi due o tre caffè della mia vita, l’ho preso sempre amaro, consigliandolo anche a gli altri. Come consiglio a gli altri la lettura di questo libro.

E’ ufficialmente definito un romanzo storico, in effetti ha tutte le caratteristiche per esserlo. I richiami della grande storia sanno di coraggio da parte dell’Autrice, non si risparmia affatto nel denunziare alcune realtà che per tanto tempo sono negate dall’omologazione e dal politicamente corretto.

In questa opera mi aspettavo una sensazione dei protagonisti riguardo al periodo storico che hanno vissuto degli anni quaranta, quando il fenomeno indipendentista (soprannominato “separatista”) è stato il più importante per la storia della Sicilia, con grande partecipazione di popolo. A mio modo di vedere è stato troppo grande per non essere stato vissuto.

L’argomento “indipendentista” nel libro si è sfiorato in due punti, ed in un altro si è citato specificatamente, a pagina 209, dove in una lettera inviata da Giosuè a Maria vi sono le ragioni del suo sopralluogo in Sicilia: “(…) condizioni di emergenza: la carestia, i disordini sociali, la renitenza alla leva – che aveva raggiunto livelli altissimi proprio quando ci sarebbe stato più bisogno di uomini – il brigantaggio e il separatismo, che riceveva il sostegno delle  classi alte e quello tacito della mafia.”

Il “separatismo” è stato il fenomeno politico più significativo della Sicilia, per la partecipazione attiva del Popolo e per il gran numero di tesserati mai raggiunto, né prima e né dopo, da un altro partito o movimento politico, ben 500.000. Grandissime manifestazioni, una attivissima lega giovanile e perfino un gruppo rivoluzionario armato ed organizzato (E.V.I.S.). L’emergenze citate sopra: “disordini sociali”, “renitenza alla leva” e “brigantaggio” facevano parte dello stesso fenomeno politico. La voglia di riscatto e di Indipendenza era scaturita negli animi dei Siciliani, da una Italia che aveva portato sempre sciagure ed in ultimo il fascismo e la guerra.

Ecco pure gli altri due punti dove si è sfiorato l’argomento. A parlare è Giosuè, nel 1948, uno dei protagonisti principali, amante di Maria Marra, intelligente, lucido e conoscitore della politica, ex deputato fascista, a pagina 336; 337:

“Siamo una repubblica figlia del Piano Marshall. (…) La politica mi fa orrore. Il nuovo potere della destra è gonfio di omertà e corruzione, come la mafia. E come quella, non ha paura di uccidere; saranno condannati ai segreti di Stato. (…) Ricordi quella mattina di giovedì 19 ottobre del 1944? (…) due autocarri e una cinquantina di uomini, ai comandi di un giovane, iniziarono a sparare su quei disgraziati, impietosi. Ne uccisero ventiquattro e lasciarono più di centocinquanta feriti. (…) La strage del pane, (…) La sentenza del Tribunale militare di Taranto, nel febbraio dell’anno scorso, ha ridotto il reato di strage a eccesso di legittima difesa, esonerando i militari e i loro capi. (…) Questo è uno dei tanti esempi della precisa volontà politica di non proteggere il popolo, di non rispettare la giustizia e di governare per i propri interessi e non per il bene dei cittadini! (…) L’hanno armato loro Salvatore Giuliano. L’hanno preso se ne disferanno presto. Nessuno dirà. E nessuno saprà. (…) Non abbiamo mai avuto paura della realtà. E neppure di questa Sicilia nostra.”

Quella di Via Maqueda è la strage che si cerca di non parlare, perché, studiandola bene, emergono tanti dati scomodi, sia allora che oggi. Ad esempio, il governo in carica allora aveva tentato di dare la colpa ai “separatisti”, accusandoli di avere iniziato il fuoco. Tentativo vano, per le tante testimonianze prodotte. Ad organizzare la manifestazione è stata la lega dei giovani indipendentisti di Palermo. Fu dopo questa strage che gli indipendentisti decisero di prendere le armi contro l’Italia.

In questo libro “la strage del pane” è stata citata, onore per l’atto di coraggio dell’Agnello Hornby. Tra i tanti motivi che mi sono innamorato di questa grande scrittrice, oltre alla sua letteratura, è che non ha mai nascosto la sua sicilianità, sia nelle opere che nelle interviste e, a volte, con coraggio. Quello di tenere lontani i protagonisti lontani dagli eventi indipendentisti di sicuro sarà stata, magari, una scelta ben precisa dell’Autrice per motivi letterari e non altro. Penso avrà influito poco il suo consulente storico Christopher Duggan discepolo di Denis Mack Smith dal suo forte pregiudizio razziale sulla storia del Popolo Siciliano.

Sottolineature

Pagina 17: “Lui è un bravo avvocato, (Marra, padre di Maria) ma le sue idee politiche non sono gradite ai proprietari terrieri, che non dimenticano il suo incauto coinvolgimento a favore delle canaglie, ai tempi dei Fasci.”

Pagina 20: “E non è nemmeno bello: basso, occhialuto… un ebreo pare!”

Il nostro personaggio Titina ha un bel pregiudizio razziale su gli ebrei, ma in fondo comune fino all’olocausto nazista. Basta vedere come sono stati raffigurati gli ebrei comuni in alcune opere delle nostre chiese.

Il protagonista Giosuè è ebreo. Nelle sue interviste l’Agnello Hornby ha spiegato che lo è divenuto in corso d’opera, dopo aver visitato i bagni ebraici di Casa Professa a Palermo. Sembra che il romanzo non ha quella struttura tipica dove, spesso, prima di “pagina 77”, avviene l’evento scatenante e di seguito lo svolgimento degli eventi. I personaggi si lasciano trasportare alla deriva della grande storia, percepiscono solo il senso della loro esistenza in maniera lieve, impalpabile. Un intervistatore appunto ha paragonato il romanzo ad una serie televisiva, più che ad un film. Dal mio punto di vista, l’evento scatenante è avvenuto all’esterno della scrittura, proprio quando l’Autrice visita Casa professa a Palermo. Sembra che quelle acque abbiano dato una vita nuova a tutta l’opera, tanto che, a suo dire, il romanzo è aumentato di gran misura.

 

Pagina 28: “L’antisemitismo non scomparirà fino a quando i cristiani continueranno a predicarlo, come fanno ogni Venerdì Santo.”

Un rimedio sicuro a pagina 29: “le zanzare imperavano (…) una ciotola di gelsomini: il loro profumo le avrebbe tenute lontane.”

Pagina 35: “amici socialisti e massoni (…) e di altri sostenitori dei Fasci”.

Pagina 37: “Per avere una società civile e pacifica, lo Stato deve possedere il monopolio della violenza. La violenza deve appartenere soltanto allo Stato: non è condivisibile. Ricordatelo! Il monopolio della violenza spetta alle forze dell’ordine e all’esercito – violenza interna ed esterna. Se lo Stato non lo mantiene, perde il controllo della nazione: è la sua morte. Se ne abusa, perde la fiducia dei cittadini. Se lo usa male, confonde il popolo e ne perde il rispetto. Qui i governanti hanno delegato ogni responsabilità alla mafia. Stiamo diventando uno Stato dentro lo Stato. Non ci sono certezze, non c’è libertà, e non c’è giustizia.

Questo è l’assioma del personaggio Tonino Sacerdoti, di Livorno, padre di Giosuè, martire, caduto mentre dimostrava a “Vottura”, località inventata in terra di Sicilia… In realtà, vorrei precisare che, a lottare ed a cadere morti, nelle manifestazioni dei Fasci Siciliani, sono stati tutti Siciliani, per mano di mafiosi comandati dallo Stato italiano e da soldati e carabinieri dello Stato italiano. In questo assioma è ben chiaro che il patto Stato – Mafia è stato, ed è ancora qualcosa di istituzionale in terra di Sicilia, va ben oltre le apparenze. Lo Stato che s’intende sia nell’assioma che nel “patto” va ben oltre i regimi politici che si sono succeduti in Italia. Mentre il famoso “papello”, la cosiddetta “trattativa” è stata solo una farsa per sistemare alcuni personaggi ormai scaduti, sia da una parte, sia dall’altra.

Pagina 42: “L’emigrazione era un fenomeno nuovo causato dall’annessione all’Italia. ‘Eravamo i maggiori esportatori di grano, agrumi e zolfo d’Europa, e forse del mondo… l’erario Borbone era pieno di denari. I poveri c’erano, eccome, ma nessuno di loro era costretto ad andarsene per fame!’”

Pagina 43: “A New York il sistema era simile allo schiavismo urbano; nei campi di cotone e nelle piantagioni di canna da zucchero del Sud i siciliani sostituivano gli schiavi, e venivano trattati come tali.”

Pagina 43: “Dall’oggi al domani lo Stato, arrogante e all’oscuro della realtà siciliana, aveva razziato l’erario del Regno Borbone e lo aveva utilizzato per pagare i debiti contratti per le guerre d’Indipendenza, per la modernizzazione delle industrie e per l’istruzione del popolo del Nord. (…) il nuovo parlamento del Regno d’Italia aveva imposto alla Sicilia riforme dall’alto, estendendo le leggi, la burocrazia, il regime fiscale e la leva militare obbligatoria per cinque anni, con l’effetto di spingere i renitenti alla latitanza e rafforzare il brigantaggio. L’obbligo della lingua italiana, senza che nessuno si preoccupasse di insegnarla al popolo, aveva portato i siciliani a rifiutare quello che sempre più assumeva le sembianze di un regime coloniale da parte dei piemontesi. Le condizioni di vita, già grame, peggiorarono enormemente. A quel punto, l’isola divenne un regalo non voluto da gestire e sfruttare con il minimo sforzo. (…) una regione da sfruttare, umiliare e lasciare povera e analfabeta, abbandonata alla mafia e ai notabili, che manipolano le elezioni con l’assistenza dei vecchi nobili, diventati senatori del Regno e deputati.”

Pagina 44; 45: “Come è stato possibile questo degrado così in fretta? (…) la delusione, negli anni dopo il plebiscito, (…) l’insegnamento dell’italiano, la nuova lingua unitaria, come la priorità assoluta, mentre invece c’erano meno scuole, soprattutto per i poveri. Il governo italiano non aveva voluto finanziare le industrie e le attività artigianali necessarie alla nascita di una classe media, che avrebbero facilitato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Infine, il colpo di grazia. Nel sesto anno dall’unità d’Italia, la miseria del popolo era aumentata all’improvviso a causa della scomparsa delle corporazioni religiose – le sole che offrivano ai poveri rudimenti di alfabetizzazione, posti di lavoro, assistenza medica e cibo-, sciolte senza che fosse creata una rete di sostegno alternativa.”

Le tre più grande industrie siciliane a pagina 49; 50: “(…)l’industria del sopruso (…), la violenza, non era totalmente controllata dalla mafia. I banditi sulle montagne ne riconoscevano l’esistenza e l’autorità, ma nella loro illegalità erano rimasti il solo baluardo di indipendenza dei siciliani nei riguardi delle istituzioni di cui la mafia era una colonna. (…) La terza è un industria che avete anche voi: la corruzione.”

Nel mio modo di vedere la più grande industria in Sicilia è l’ascarismo, il vedersi la propria Terra e il proprio Popolo, per squallida convenienza egoistica, il sopruso, la violenza e la corruzione sono solo settori della prima.

Pagina 51: “Tu parli assai e capisci poco.”

Pagina 67: “Il profumo pungente dei gelsomini sapeva di amaro.”

Profilo politico dell’avvocato Ignazio Marra (padre di Maria) a pagina 71: “brillante mente giuridica tarata di arroganza intellettuale (…) un certo compiacimento le sue scelte sbagliate: giovanissimo carbonaro ai tempi del sovrano Borbone, mazziniano ai tempi dello sbarco dei Mille, contrario ai termini del referendum sull’unione con il Piemonte, (…) afflitto dal male del secolo, il socialismo, (…) simpatizzante dei Fasci siciliani.”

Una certa onestà intellettuale porta a fare scelte politiche poco convenienti e quindi a diventare a tutti gli effetti un perdente.

Pagina 73: “il volto inumidito di pudico sudore”

Come è poetica e meravigliosa questa espressione! Così carica di sensualità!

Pagina 85: “lo specchio si staccò dalla parete rovinando a terra. (…) Lei avvertì l’urgere del desiderio di lui, ma non lo respingeva.”

L’Agnello Hornby, dichiarò che l’episodio dello specchio non era stato pensato da lei come, il sentimento della magia vuole, portatore di disgrazie. A volte i personaggi prendono vita a se e gli eventi accadono al di là della volontà dell’autore, poi nella rilettura si ci accorge di questi particolari. In questa scena i due protagonisti: Maria e Giosuè, cresciuti come sorella e fratello, si accorgono di essere fortemente attratti l’uno all’altro, anche sessualmente. Lo specchio rotto preannuncia questo amore “incestuoso” e infedele. Alcuni oggetti, gesti, eventi, nell’immaginario collettivo, al di là se sia vero o no, hanno un potenziale magico, dove poi la superstizione può deteriorare. Questi oggetti, gesti ed eventi a volte emergono, spesso involontariamente, nel loro autentico significato sia nell’arte che nella vita comune. Molti vengono confusi dal sentimento religioso che è ben altra cosa. Lo specchio, in quanto riflette l’immagine, ha questo potenziale di catturare la persona, perché nell’immagine vi è la persona, (il Kà). Da qui il dialogare con questo oggetto come nelle fiabe, oppure la paura inconscia, nella rottura di tale oggetto, della perdita di quella persona (personalità), spesso per una nuova, con tutte le conseguenze del caso. Come è avvenuto in questo meraviglioso romanzo a Maria.

Pagina 118: “Conoscere e ammirare ciò che è bello contribuisce al benessere dell’animo umano. La bellezza è un elemento fondamentale della vita, bisogna considerarla”

Pagina 128: “Angelo Fortunato Formaggini (…) si era laureato con una tesi sugli elementi in comune tra ariani ed ebrei (…) un’organizzazione di ispirazione massonica e cosmopolita, Lira e Spada, di cui era diventato Maestro. (…) ‘Da bravo ebreo, credo fermamente che una risata possa risolvere tante situazioni’.”

Formaggini è esistito nella vita reale e che i personaggi virtuali incontrano. Una grande personalità segnata anche per la sua morte. Il 29 novembre 1938  si suicidò gettandosi dal campanile del duomo di Modena in segno di protesta contro le leggi razziali, profondamente deluso di quel fascismo, che aveva creduto e sostenuto.

Pagina 130: “movimento tra i nobili a favore dell’abbandono della scuola obbligatoria, con la giustificazione che l’alfabetizzazione aveva già reso le masse instabili e aggressive e che in futuro avrebbe danneggiato ulteriormente la crescita della Sicilia e dell’intera nazione.”

Pagina 132: “Noi viviamo in una realtà in cui il divario tra ricchi e poveri è incolmabile: lo Stato è considerato nemico, l’ordine pubblico è mantenuto dalla mafia, attraverso il sopruso e la violenza; i politici non hanno fede e nemmeno un obiettivo che non sia il loro interesse economico: si vendono per una poltrona al governo. I poveri sfruttati dai padroni e dalla mafia stessa, soffrono la fame; la loro salvezza è l’emigrazione. Siamo un popolo dannato”.

Così Pietro parlò della Sicilia ed a Maria le vennero in mente le parole del padre. Pagina 133: “Ricordava di aver sentito più o meno le stesse parole da suo padre. Ma lui si scoraggiava soltanto dopo aver perduto una battaglia, e poi era pronto a intraprenderne un’altra, per l’uguaglianza”. La battaglia persa dell’avvocato Marra era l’indipendenza della Sicilia, ormai persa, la seconda quella del socialismo.

La sconfitta di un Popolo è la perdita della propria autodeterminazione. L’indipendenza, questa parola, lontana dalla gente comune, è la garanzia del giusto vivere. La perdita di questa condizione politica è una tragica conseguenza che cadrà principalmente e soprattutto su quella gente comune, quella stessa disinteressata. Vi è una bella pagina  sull’emigrazione post unità d’Italia.

Pagina 138: “Quel giorno i Flores avevano ricevuto la notizia che il piroscafo diretto a Cuba, a bordo del quale si trovavano gli acquisti fatti durante il viaggio, era colato a picco per un’avaria dei motori. I passeggeri delle prime tre classi si erano salvati sulle scialuppe, mentre i poveracci nella stiva erano affondati con il piroscafo. ‘La perdita delle casse dei nostri acquisti non mi turba, erano solo cose,’ diceva Miguel, ‘mi turba quella della merce umana, come la chiamano: in settecento pigiati nella stiva, chiusi come animali! Morti! Di loro non si saprà nulla: i giornali ometteranno di riportare il numero delle vittime, i parenti crederanno di essere stati dimenticati. (…) Armatori avidi di profitti e privi di coscienza operavano sulle tratte con piroscafi in disarmo, i vascelli della morte. (…) non si facevano scrupolo, quando i motori andavano in avaria e bisognava alleggerire il cargo, di gettare a mare i malati e anche i sani. ‘Omicidi intenzionali di poveracci,’”.

Quanta attualità vi è in questa pagina, il ciclo storico che si ripete. Armatori, scafisti, vascelli della morte e merce umana… E’ memoria collettiva a Siculiana quello che ripeteva di tanto in tanto la ‘zza Mummedda: “Né minchia e né grana!”, dopo che il marito era partito per l’America in cerca di fortuna e non aveva più ricevuto risposta, pensava di essere stata dimenticata, una volta che lui fu in America, ma probabilmente al povero marito è capitata la sorte sopra descritta.

Pagina 172: “La guerra è madre di ingegnosità

Pagina 173: “La Chiesa cattolica ha investito moltissimo nell’Impero ottomano, attraverso la Banca di Roma, traendone grossi profitti che vuole proteggere”.

Pagina 179: “Turati è stato irresponsabile”.

Così l’ha definito l’avvocato Marra, perché Turati non volle entrare nell’esecutivo Giolitti e provocando l’ascesa del fascismo. Da parte mia non è condivisibile tale giudizio.

Pagina 186: “Io mi sento siciliano”

Pagina 194: “tetìo e i tetù”.

Sono biscotti ricoperti di glassa bianca, anche di altri colori e gusti, i tetìo e glassa con cacao i tetù. Poi vi sono quelli avvitati che si chiamano comunemente taralli di diversa lunghezza. La velatura della glassa avviene in due modi: a freddo e a caldo. (Sembra la fissione nucleare…). A freddo il biscotto viene immerso nello zucchero impalabile  con acqua fredda. Il vantaggio è che si può adoperare un biscotto abbastanza tenero. Il tutto si lascia ad asciugare. Mentre nella velatura a caldo lo zucchero semolato con acqua si mette a cuocere poi si immerge il biscotto, in questo caso deve essere più resistente per non sbriciolarsi durante la velatura.  “La crozza ‘i morto”, è un dolce molto croccante che viene chiamato anche “ossa di morti”.

Pagina 195: “C’era un altro tipo di combattimento sull’isola, quello del governo contro il popolo. Le manifestazioni dei socialisti contro la guerra erano sistematicamente schiacciate dalle forze dell’ordine, come se fossero africani che si ribellavano al potere coloniale.”

Pagina 196: “Bernardino Verro di Corleone, sopravvissuto ai Fasci siciliani, e i capi socialisti di Prizzi, Petralia e Noto – erano stati uccisi dai militari italiani. (…) La mafia (…) collaborava con la polizia e si presentava come garante dell’ordine nelle campagne”.

Pagina 199: “La mafia, potentissima, interveniva a favore delle forze dell’ordine e dei notabili. I prefetti, molti dei quali erano stati nominati per accontentare i notabili e i mafiosi delle province, erano restii a prendere decisioni o impossibilitati a metterle in atto.”

Pagina 196: “la pioggia, tanto desiderata e tanto temuta in Sicilia”.

La percezione della pioggia fa parte del sentirsi Siciliani.

Pagina 198: “sembrava astrarsi e trovare segrete assonanze fra la contemplazione della natura e il rumore del pensiero.”

Pagina 202: “E la bella Trinacria… per nascente zolfo!”

L’Agnello Hornby, ricordando una visita fatta in una miniera di zolfo quando era bambina scrive queste pagine, dove la protagonista Maria visita la miniera e l’ingegnere recita questi versi di Dante, precisando che erano posti nel “Paradiso” e non all’“Inferno”.

«E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!
”».
(Dante Alighieri, Paradiso, VIII canto, vv 67-75)

A parlare nell’Opera di Dante è Carlo Martello, il quale dice al poeta che avrebbe regnato sulla Sicilia, se il sopruso angioino contro ai Siciliani non li avrebbe spinti alla rivoluzione del Vespro. Chiama la Sicilia “bella Trinacria”, spiegando che l’Etna erutta per motivi naturali e non perché Tifeo è imprigionato sotto l’isola. La figura mitologica di Tifeo è molto emblematica, perché è un perdente, come il destino del Popolo Siciliano che ha su di se una storia millenaria di lotte per la propria libertà. Tifeo, nella lotta contro Zeus, prima riesce a batterlo, poi Zeus, aiutato da Pan ed Ermes, viene liberato e riprende ad inseguire Tifeo il quale gli lancia montagne contro. Mentre tenta di lanciargli pure la Sicilia, Zeus gli scaglia un potente fulmine che andò a segno in pieno, così Tifeo accasciatosi rimase prigioniero sotto l’isola. Quasi crocifisso: con la mano destra sotto il promontorio di Capo Peloro, la sinistra sotto Capo Pachino e i piedi giunti sotto Capo Lilibeo, mentre la bocca sotto il cono dell’Etna. Quando Tifeo s’infuria vomita fuoco e quando cerca di liberarsi, la terra trema. L’aspetto di questa divinità è veramente quanto di più la fantasia umana si sia sbizzarrita: la testa d’asino, con cento serpenti sopra, le ali da pipistrello e membra smisurate, in altezza superava ogni montagna, tanto da afferrare le stelle con le mani e di passare il mare con due gambate.

Pagina 203: “Noi non siamo i padroni dei carusi. (Pagina 204) sono ‘armali’”

Pagina 207: “Sull’automobile la aspettava un gran mazzo di spine dorate bellissime. Erano state immerse nello zolfo liquido.”

Si conclude così la visita di Maria alla miniera di zolfo, si conclude proprio, perché, nonostante le condizioni orribili di quei bambini senza nome, venduti, peggio degli schiavi, massacrati dal lavoro inumano e spesso perfino violentati dai picconatori (i loro padroni), alla protagonista rimarrà solo il ricordo e solo per un po’ di giorni. Nulla cambia, nulla fa la sua anima di eroina, figlia da un papà idealista, socialista. Anzi, tutta la famiglia continuò a godere le agiatezze ed a nutrire i vizi del marito, con quei soldi frutto di tanta bruttezza orripilante e che “un gran mazzo di spine dorate” non poteva mai mitigare. Questo è il male della ricchezza, condannata da Cristo e che la Chiesa cerca di alleviare con stucchi, marmi ed oro nei propri templi.

Pagina 218: “I cani omosessuali”

Pagina 219: “Al vero amore si perdona tanto.”

Pagina 221: “L’11 novembre 1918 Italia, Francia e Inghilterra vinsero la guerra contro Austria e Germania. Il Nord Italia ne era uscito doppiamente vittorioso, grazie alla formidabile espansione delle industrie stimolate  dal conflitto, che avevano tratto enormi guadagni dalla vendita dei loro prodotti all’esercito. Il Sud aveva fatto poco e niente: il divario con il Nord era aumentato ed era ormai incolmabile.”

Pagina 227: “Ma ora si sta ricostruendo l’Italia, unita (…) sulla scuola e sull’alfabetizzazione del paese il regime aveva programmi di grande modernità”.

Giosuè era contento del regime fascista.

Pagina 239: “Arturo Toscanini si era presentato nella lista dei fascisti sin dal 1919.”

Il Maestro Toscanini il 14 maggio del 1931 a Bologna viene schiaffeggiato, insultato e minacciato da un gruppo di fascisti per non avere voluto eseguire gli inni nazionali in un concerto in memoria del compositore Marco Martucci, suo caro amico. Arrivando pure al compromesso di eseguire gli inni nell’atrio. Scrisse a Mussolini, il quale non rispose. Dopo le leggi razziali Toscanini rivolse parole di sdegno contro il regime e l’Asse.

Pagina 249: “Con tutto quel mare era come vederlo, il tempo. Passava e sembrava non toccare la sostanza delle cose. Il paesaggio pareva restare lo stesso. La somma dei giorni si mescolava al lento moto delle acque. Quante volte si era sentita tutt’uno con quella inquieta apparente immobilità. Eppure, uno dopo l’altro gli eventi avevano toccato anche la sostanza delle cose, e il tempo aveva segnato Girgenti e l’Italia.”

Pagina 252: “Si muore quando si vuole morire.” Pagina 286: “Non voleva morire.” Pagina 293: “La morte può essere un atto d’amore”.

Pagina 267: “le sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni avevano unificato il paese e creato un patriottismo insperato.”

 

Molti si domandano a Siculiana cosa ricorda la targa marmorea posta sui locali del municipio vecchio ed ex guardia medica in Piazza Umberto I. Vi è una data e una scritta: “18 novembre 1935 a ricordo dell’assedio perché resti documento nei secoli dell’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia alla quale tanto deve la civiltà di tutti i continenti”. Intanto c’è da precisare che il regime fascista ha posizionato tale targa in tantissimi paesi dell’Italia e non solo a Siculiana. E’ stata frutto di una strategia propagandistica fascista  per rafforzare il consenso al regime e suscitare un onda d’indignazione nei confronti della Società delle nazioni che aveva sancito l’embargo all’Italia per avere aggredito l’Etiopia.  Il 2 ottobre 1935 dal balcone di Palazzo Venezia il Duce annuncia all’Italia e al mare di teste delle tante adunate del regime, la campagna d’Africa, decantando un diritto di oltre 40 anni dell’Italia per il suo posto al sole. Ma è tutta una commedia! perpetrata dalle potenze europee, ed ognuna recitava la sua parte; come quella del Consiglio delle Nazioni, che denunciava, in un rapporto pubblicato nell’aprile dello stesso anno, che l’Etiopia era uno dei pochi stati praticanti la schiavitù. Selassiè e la sua dinastia regnava sul trono di Salomone in maniera “barbara” da più di duemila anni. Insomma, la Lega delle Nazioni, nella sua propaganda, faceva pensare che Mussolini era nel giusto nell’aggredire l’Etiopia. Sia l’Inghilterra e la Francia agirono di sottobanco garantendo i regimi nazifascisti. Come l’Inghilterra che assicurando il rifornimento alla Germania la quale così forniva l’Italia. Basta costatare il giro che fanno i motori Rolls Royce mondati su gli aerei italiani che servirono all’attacco dell’avventura africana. Mussolini si appellava nella chiusa del suo discorso all’Italia proletaria e fascista di Vittorio Veneto e della rivoluzione per un grido di giustizia e di vittoria di consenso ai soldati in Africa che attendono per uno sprono e un monito ai nemici. Alle 5 del mattino del 3 ottobre scatta l’ora X e il generale Bono scaglia l’attacco di 110.000 uomini armati contro l’Etiopia. Un comitato ristretto del Consiglio delle Nazioni formato da: Francia, Inghilterra, Danimarca, Portogallo, Romania e Cile, accusavano il governo italiano di avere contravvenuto agli impegni presi in base all’art.12 del Patto della S.d.N definendolo: paese aggressore divenendo di fatto passibile delle restrizioni dell’articolo 16 di carattere economiche. Quello fu l’embargo! Ecco quanta storia vi è negli angoli dei nostri paesi, basta andarla a scovare guardando attentamente e potrà diventare insegnamento vivo ai giovani. Anche se è storia recente conviene l’attenzione a proteggere tali beni. Proprio questa targa segna le alleanze future europee e il destino funesto che ne conseguì. Molte furono le responsabilità di nazioni come Francia e Inghilterra con i loro doppi giochi di potere.

 

Pagina 272: “Ma non aveva mai digerito Giovanni Gentile e la sua Filosofia di Stato.”

Pagina 276: “lei lo maniava”.

Pagina 280: “si vedeva dalle taliate”.

Pagina 282: “l’odore denso e pungente, inebriante della colla.”

Un ricordo permanente della Simonetta Agnello Horby della sua infanzia a Siculiana. LA MONACA  a pagina 34: “L’odore della colla dello scarparo – denso, pungente, inebriante – lì stordì.”

Pagina 286: “il primo bombardamento americano a tappeto in Europa. (…) Nel 1943 Palermo soffrì i peggiori bombardamenti, quelli pesanti, a tappeto e da parte di due eserciti alleati: quello americano, dall’Africa e di giorno, e quello inglese, da Malta e di notte.”

Pagina 294: “Per costringere il nemico alla resa bisogna bombardare soprattutto le zone popolari: lì muore tanta gente, si decimano le famiglie, si creano mutilati e si squarcia l’anima di un popolo.”

Il Popolo Siciliano ha pagato il prezzo delle scelte della politica italiana, ancora una volta e questa sappiamo benissimo, purtroppo, che non è stata l’ultima.

Pagina 306: “il mischio tramischio – un tipo d’intarsio di marmi multicolori”.

Tecnica marmorea del barocco siciliano.

Pagina 307: “Uno dei caccia, anziché tirare dritto con gli altri bombardieri, compì una stretta virata ripassò sopra di loro a bassissima quota e iniziò a mitragliare l’aia in cui gli uomini spagliavano.”

Mio padre raccontava sempre un episodio consimile. Si trovava in mezzo ad un campo di grano per la mietitura, insieme a due suoi zii, quando un bombardiere inglese fece la stessa manovra raccontata nel libro. Allora loro si erano coricati in mezzo agli steli secchi già falciati (ristuccia), comprendoni la testa con le braccia, sentirono i colpi sollevare la terra accanto a loro. Quando poi, l’aereo si era allontanato, uno degli zii sanguinava dal naso, pensarono che fosse stato colpito, ma in realtà era stato un di quegli steli che gli era entrato dentro ferendolo.

Pagina 315: “Nonzi! ‘U cuntastorie masculu avi a essiri!”

Voglio solo precisare che il verbo avere, terza persona singolare presente indicativo si scrive in siciliano “havi”, la mia non è una correzione, ma un appunto, perché della lingua siciliana abbiamo le parlate differenti anche in uno stesso paesino, ma la scrittura è la stessa in ogni parte della Sicilia. Il cantastorie deve essere maschio, per una caratteristica mediterranea pregiudizievole di credibilità dell’uomo.

Pagina 329: “Non c’era nulla di straniero in quella villa. Non c’era influenza spagnola, né barocca; era una villa del Quattrocento italiano, un retaggio della Sicilia dignitosa e indipendente, prima che il Regno diventasse oggetto di scambi ai trattati internazionali, tra le grandi potenze europee, e colonia del proprietario del momento.”

Grazie Simonetta Agnello Hornby per il bene che mi hai fatto con queste righe. Accostare: “Sicilia dignitosa e indipendente” è già un programma, un progetto, un sogno di quelli come me. Forzo un po’ la mano, nel dire che solo con l’indipendenza la Sicilia potrà vivere dignitosamente. Vorrei tanto vedere questa meravigliosa villa.

Pagina 344: “i miei personaggi avevano bisogno”

Nelle “Note dell’Autrice” vi è una precisazione storica e di seguito questa frase, dove io ho intravisto il suo carattere, lo stesso che rende così bella la sua letteratura, ché pone al di sopra delle etichette. Prima i personaggi, poi tutto il resto. Questo è un punto di contatto della Autrice con la letteratura del grande De Roberto. L’Agnello Hornby ha dichiarato apertamente nelle interviste la sua grande passione per la letteratura del verista siciliano. E anche nel libro vi è un riadattamento delle lettere private di Federico De Roberto (da pagina 287 a pagina 289). In realtà questa è una tecnica letteraria, possiamo dire creata dal De Roberto, che personalmente ho chiamato “falso autentico”. Nel Ciclo degli Uzeda l’Autore l’applicò per raccontare la leggenda della Beata Ximena, creando un linguaggio appropriato. Questa tecnica è molto utilizzata dal maestro Andrea Camilleri (“LE SPERIMETAZIONI” Andrea Camilleri nel Il Sole nero). Quella di Federico De Roberto è una passione che mi accomuna all’Autrice.

Buona lettura a tutti.

 

 

RACCONTI SICILIANI – EDIZIONE 2018

25 Giu

“È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra…” Con queste parole Goethe descrive la Sicilia, un’isola densa di colori, profumi, vite e soprattutto storie. Storie che Historica Edizioni ha racchiuso dentro questo volume, dando così voce a chi in Sicilia vive e contribuisce a renderla terra di mille emozioni.”

http://www.historicaedizioni.com/prodotto/racconti-siciliani-edizione-2018/

Ho avuto l’onore e il piacere di trovare una mia novella (UN GIRO DI VALZER a pagina 152) inserita in questa magnifica antologia: RACCONTI SICILIANI –  AA. VV. Edizione 2018 – Historica Edizioni, Cesena. Mi è dispiaciuto non essere stato presente alla premiazione il 15 giugno a Palermo, perché  da pochissimo ero rientrato dalla Sicilia in Germania.

Mentre Edoardo danzava sognando di trovarsi con la sua dama in un lussuoso salone viennese, quasi sfidando la forza di gravità e, nell’ebbrezza della musica di scintillare tra le luci dei lampadari di cristallo e di roteare come stelle tra le stelle, sua madre, ormai colma di esasperazione, spiava dalla serratura della chiave il figlio, convinta che quella passione fosse un atteggiamento sessualmente equivoco. Così, allarmata, avvertì il marito che chiuse momentaneamente la macelleria e con quattro salti fu su pure a spiare. Guardò e bestemmiò a modo suo, però sottovoce, poi alzò la schiena e disse: “N’addivintò finocchiu!”. Diede la colpa alla moglie perché lo volle fare studiare invece di farlo lavorare insieme a lui a scannare bestiame.

(Da UN GIRO DI VALZER di Alphonse Doria)

Teatro Sicilia

11 Mag

Il titolo di questa raccolta nasce dall’idea che tutta la Sicilia è un teatro. In ogni dove del nostro arcipelago, vi sono continui ritrovamenti archeologici di epoca antica, non solo, paesaggi, luoghi, si prestano perfettamente ad ambientazioni per una sceneggiatura. Così come anche, ogni Siciliani, con l’espressività che lo distinque, il caratteristico gesticolare, fa di ogni conversazione un momento teatrale.
Quando ho riletto questi scritti mi sono accorto che, nell’insieme, sono un estratto del pensiero siciliano. Quindi questa raccolta è un film, pagina dopo pagina, si susseguono in scena e personaggi.
Al Teatro Sicilia, tra i pregiudizi e pettegolezzi, vengono offerti, anche, alcune figure arcane come la Morte, la Coscienza, Dio, il Santo, il Re, la Legalità e altre ancora, radicati nel nostro modo comune di essere siciliani.
U ZITU D’A MUGLIERI, è un dramma inedito, dove un malato terminale di tumore è basato su una realtà insolita e sconveniente.
U ZITU D’A MUGLIERI II, questa volta il protagonista, ironia della sorte, anch’esso malato terminale di tumore, fa i conti con la propria coscienza.
DIU, in questo dramma Dio in Persona incarna un contadino. Il quale ogni sua parola diventa una rivoluzione. In fine, la sua croce sarà la pazzia dove verrà inchiodato fino alla morte.
LA VIA DI L’ACCURZU, è un cortometraggio fortemente voluto da mio figlio Peppe. Io l’ho semplicemente aiutato a scriverlo. Peppe è stato il regista della splendida realizzazione autofinanziata, con pochissimi mezzi a disposizione, tecnici ed economici. (Pure con i soldi di una intera stagione da cameriere.) Gli attori non sono professionisti, ma occasionali. La colonna sonora è stata scritta dal maestro Giacomo Consolo. La Pro Loco “Siculiana” (allora io presidente pro-tempore) ha ottenuto solo le spese per i fatti della prima, avvenuta la sera del 26 agosto 2007 alla Villa comunale di Siculiana. Il cortometraggio ha avuto diversi riconoscimenti in Italia, ma è un momento di riflessione senza censura mentali. La visione è facilmente accessibile in rete.
PATRI JACHINU, è il santo del Popolo Siciliano. Un adattamento teatrale è andato in scena a Siculiana il 4 agosto 2005 con Gli Ultimi Cantastorie di Ragusa.
FIDIRICU RE DI LI SICILIANI, inedito, è la storia di Federico II da ragazzo, cresciuto nella città di Palermo tra la gente comune.
IL CANTO GREGORIANO, in chiave umoristica si riporta l’origine del Canto Gregoriano. Regista Peppe Doria, viene realizzato con attori occasionali non professionisti. La visione è facilmente rintracciabile in rete.
IL MISTERO DI VANNI, inedito, è l’adattamento sceneggiato del racconto “Citrullus lanutus” edito nella raccolta “Fantasticherie”.
DESTINAZIONE SICULIANA – L’ORO DEI SICULIANESI, cortometraggio prodotto dalla Pro Loco Siculiana, per due scopi: promuovere il posto e mostrare, con umorismo, le diverse tipologie di turismo. Realizzato con attori occasionali non professionisti, regia di Peppe Doria, è facilmente rintracciabile in rete
LA MAGARIA, farsa siciliana, dove ancora si crede in maniera arcaica alla magia. I protagonisti sono carichi di tanti pregiudizi che, ancora sussistono nella gente comune. Il gruppo teatrale “Jobel” dell’Associazione teatrale culturale “Taratatà” in scena al Centro sociale di Siculiana il 4 gennaio 2001.
LA MOGLIE DELL’APPUNTATO è la farsa siciliana in piena regola, non mancano nemmeno gli odiati solecismi, è uno dei miei primi scritti teatrali. Va in scena uno spaccato di società, penso, ormai lontano. Il gruppo teatrale “Jobel” dell’Associazione teatrale culturale “Taratatà” in scena al Centro sociale di Siculiana il 24 marzo 2001.

Eccovi il link

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/397134/teatro-sicilia/

Alphonse Doria

L’OMBRA E LA LUCE Riflessioni postume la lettura di Storia straordinaria di Peter Schlemihl di Adelbert Von Chamisso di Alphonse Doria

7 Mar

800px-Chamisso_Peter_Schlemihl_1804Storia straordinaria di Peter Schlemihl di Adelbert Von Chamisso – Introduzione Valerio Magrelli – gadget del quotidiano Repubblica, Gruppo editoriale L’Espresso SpA, Roma, anno 2011, la prima edizione è del 1814. L’Autore è nato a Châlons-en-Champagne in Francia nel 1781  e morto a Berlino nel 1838. Seguì la famiglia scacciata dalla rivoluzione e di seguito  stanziata in Germania. Questo racconto, una favola per adulti,  è sorprendente, perché dialoga con la Cultura al di là delle frontiere, insomma mette in discussione l’uomo. Dal mio punto di vista, condiviso anche da tanti altri lettori, più illustri, l’Autore ha avuto lo stimolo principale dall’allontanamento dalla propria Patria. Dove proiettare l’ombra se non si ha più una Terra sotto i piedi? Dalla mia esperienza qui in Germania fino alla lettura di questo libro non avevo notato mai la mia ombra per la strada. Perchè non si è più gli stessi, forse? Perché si ha sempre sete di assorbire con gli occhi il mondo dove si è capitati attratti dalle diversità, dalla gente nuova che si incontra, dall’udire una lingua non propria. Ma ancora oggi, pur mettendoci attenzione, non sono riuscito ad incontrare la mia ombra spalmata sulla Terra di Germania. Eppure in Sicilia era impertinente, nera come la pece, lunga, corta, larga, stretta, tra le strade, le pareti delle case e tra le fronde degli alberi. A volte penso: l’avrò lasciata lì in pegno per il mio ritorno? Oppure è qui con me, timida, come sa essere il Sole di Germania, e spesso si nasconde sotto le mie scarpe, chissà? Penso ai tanti in Sicilia che non hanno coscienza della propria Patria e sono lì che vivacchiano senza ombra, che hanno paura della luce del giorno ed escono a notte fonda, oppure se ne stanno dentro ai club a bestemmiare.

Quello di Peter Schlemihl è uno strano Mondo dove l’ombra è più importante dell’oro. Nel nostro Mondo nessuno vede il proprio prossimo figuriamoci la loro ombra.

La storia, nella sua struttura è molto semplice, vi è il protagonista che vende la propria ombra ad un distinto signore, vestito di grigio, che subito si rivela essere il diavolo. Il diavolo gli stacca l’ombra dai piedi e lo paga con una borsetta da dove può ricavare tutto l’oro a suo piacimento. Cosa è l’ombra? Chi ci pensa alla propria ombra?

Quotidianamente, non appena sveglio, e da parecchi anni, leggo un paragrafo dalla Bibbia, quando la finisco e la ricomincio da capo. Coincidenze della vita, ma nessuna cosa succede per caso, sto rileggendo il libro di Giobbe. Mi è venuto spontaneo un parallelismo tra Giobbe e Peter Schlemihl, con alcune differenze, mentre Giobbe era già ricco e viene messo duramente alla prova dal diavolo per verificare la sua fede, Schlemihl lo diviene perdendo la propria ombra e scoprendo la dannazione di tale sacrilegio. Ma la questione è la stessa posta dal pubblico ministero avversario satana: la ricchezza è mancanza di misericordia. L’ebreo ricco vive in grazia di Dio, l’ebreo povero ringrazia Dio nella stessa maniera? E’ vero le nostre chiese sono piene di gente che sta bene, i poveri non hanno nemmeno gli abiti adeguati per entrarci. I disoccupati sono a volte così scoraggiati che non hanno nemmeno voglia di confrontarsi con quei frequentatori sistemati nei loro impieghi pubblici. Ecco che il diavolo propone a Dio di attestare la fede di questi assidui frequentatori e qualcuno di loro gli fa perdere il “posto”, non sono sicuro che questo si strapperebbe gli abiti si rasasse la testa e benedirebbe il Signore.

Il diavolo, (pagina 8)“quel diavolo borghese, alla Thomas Mann”, alla Bulgakov, eccetera è lo stesso di Giobbe, né più e né meno. Appunto “satana” viene scritto in minuscolo perché non è il suo nome ma la sua carica, una specie di pubblico ministero alla corte di Dio che cerca di provare il parere contrario, mettendo in dubbio la misericordia (la fede) degli uomini. Dio dà mandato, preciso e limitato, al suo funzionario di esercitare su i beni di Giobbe e non sulla sua persona e così viene eseguito. Anche nella storia di Chamisso il satana riveste un ruolo preciso di pubblico ministero, con dignità, timidezza, diciamo che riveste anche la figura, l’abito in grigio da funzionario.  Nella nota 6 del libro di Giobbe, La Bibbia – Edizione Paoline s.r.l. Cinisello Balsamo (Milano) – Anno 1987 – Pagina 725 leggiamo: “(…) Satana: più che l’essere malvagio e angelo decaduto della tradizione del NT e cristiana qui sembra essere una specie di pubblico ministero. Il nome infatti significa –avversario-, specie in tribunale ed è un nome funzionale (in ebr. ha sempre l’articolo –il satana-), non personale.”

Perché l’ombra è così importante per il diavolo? E cosa significa perdere la propria ombra? Una risposta a tutto ciò si trova nell’antropologia, argomento che io ho trattato lungamente nel saggio Donni:

I Morti per il Popolo Siciliano sono alquanto ben lontani da essere considerati elementi negativi. E’ l’unico Popolo che non ha imprecazioni su i morti.  Vengono pensati con la loro personalità avuta da vivi e con nessuna aggiunta sapienziale post vita. In poche parole amano e odiano come quando erano vivi e sanno ciò che sapevano da vivi.  Questa personalità invariata del morto è il ka che rimane esistente fin quando l’ombra generata della sua immagine è prodotta, per questo motivo c’è stata la tradizione della conservazione del corpo del defunto per un tempo più a lungo possibile, in epoca antica con l’occultamento.

Nella civiltà egizia antica il concetto del ka era più complesso. L’essere umano veniva così concepito: corpo, nome (ren), l’ib (cuore) dove risiede la memoria e l’immaginazione, il ba (anima) la personalità, carattere e ombra del proprio corpo vengono uniti risultando l’akb. Simbolicamente il ka (akb) è rappresentato nell’ambito della luce, prima assegnato ai faraoni, poi, dopo la XVIII dinastia,  a tutti coloro che hanno vissuto una esistenza in armonia con il cosmo e pertanto hanno accesso al divino. Infatti le statue egizie non raffigurano difetti fisici perché rappresentano il ka, il corpo idealizzato, divinizzato e non fisico. Il ka viene raffigurato simbolicamente con due braccia rivolte al cielo ed era considerato l’impulso vitale degli dei dato a gli uomini che a sua volta si tramandavano da padre in figlio.  (Egitto: dalla civiltà dei faraoni al mondo globale Editoriale Jaca Book –  2007 – Di Paolo Branca –  pagina 40)

Quindi il satana, in realtà, dal giovane Schlemihl vuole il ka, che può ridare in cambio solo dell’anima, ecco perché l’ombra vale più di tutto l’oro del Mondo. Il ka è ciò che ci rende persona. A cosa vale tutto l’oro del Mondo quando è svanita la nostra persona e non ci possiamo mostrare alla luce del Sole, tra le altre persone?

Il libro si chiude con gli stivali magici che gli permettono di girare il mondo e soddisfare la sua passione dello studio, vivendo così nella solitudine del sapere. Racchiude una profezia perché Chamisso partirà nel 1815 e girerà il mondo fino al 1818 per una spedizione naturalistica nel Pacifico, essendo oltre che scrittore e poeta anche un botanico.

Nel racconto il personaggio viene ricoverato in un ospedale che porta il suo nome opera ottenuta con l’oro maledetto, così viene rifocillato e curato. Questo per concludere che solo nella misericordia la ricchezza può essere salvezza per gli altri, ma anche per se stessi.

Sottolineature

Pagina  6: “Esonerato dal servizio militare, non partecipò alla campagna del 1813, perché sosteneva di –non avere più o di non avere ancora una patria- Fu proprio in un simile momento di disorientamento, incertezza e sconcerto che redasse le pagine di Peter Schlemihl.

Pagina 7: “il miglior fabbro di terzine” riferito a Chamisso da parte di Thomas Mann.

Pagina 8: “(…) non per nulla nella sua cessione molti scorsero la perdita della patria, altri quella dell’identità, e infine dell’inconscio.”

Pagina 9: “Carl Gustav Jung. Nel suo pensiero, infatti, -ognuno di noi è seguito da un’ombra. Meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più  è nera e densa-. Per lo psicologo svizzero, l’ombra rappresenta cioè il lato oscuro della vita cosciente dell’uomo.”

Pagina 27: “(…) la bella, davvero bella ombra che lei proietta al sole con un certo qual nobile disdegno, quasi senza prestarvi attenzione. Sto parlando proprio di quella straordinaria ombra che adesso si trova lì, ai suoi piedi. Mi perdoni la proposta certamente temeraria: avrebbe qualcosa in contrario a venderla, quella sua ombra? (…) insensata proposta (insolito)”.

La soluzione, l’identificazione del satana è appunto nell’insolito.

Pagina 28: “un gran senso di freddo”.

Pagina 29: “Mi parve di udirlo sogghignare”.

Pagina 30: “Le persone perbene stanno attende a portarsi dietro l’ombra quando camminano al sole! (…) avere un’ombra vale ancora più del vile denaro”.

Pagina 31: “(…) quello splendore (…) affondai in quel ricco giaciglio, rotolandomi dentro con voluttà”.

Zio Paperone e il suo deposito… Aggiungo che, il luccichio dell’oro non proietta ombre.

Pagina 47: “(…) quello mi poteva rintracciare dovunque, ma lo stesso non valeva per me. (…) gettava attorno a se un’ombra nera, (…) il povero diavolo”.

Pagina 48: “Il palpito più segreto della vita era il mio amore, nient’altro che il mio amore.”

Pagina 50: “(…) sopra di me gravava una maledizione.”

Pagina 56: “alla fin fine, era solo un’ombra, niente di più che un’ombra.”

Pagina58: “Un povero diavolo, o una specie di scienziato.”

La scienza e il male, è il fuoco rubato agli dei, è la conoscenza come atto voluto, il peccato originale cristiano. La pazzia dell’animale uomo.

Pagina 59, l’anima: “(…)erede di questa X, di questa forza galvanica, di questa disposizione polarizzante o di tutto quanto può essere una simile, bizzarra entità.”

Così: l’ombra, l’anima e il corpo, convivono come dimensioni.

Pagina 65: “specie di coboldo invisibile”

Il coboldo è una figura fantastica del folklore germanico, una specie di folletto nato dalla crudeltà del sacrificio di un bambino, cresciuto in una grotta fino a cinque anni e poi preso e spaccato in due.

Pagina 68: “un uomo che non ha paura del sole”.

Pagina 69: “consegnarsi alla nemesi”

Qui si arriva alla radice del significato del destino come armonia cosmica di giustizia tra il bene e il male.

Pagina 75: “(…) sembrava che quest’artista della parola fosse riuscito a innalzare, e con un talento notevole, una sorta di costruzione assai ordinata, ben fondata in se stessa e retta da una interna necessità. (…) se solo avesse saputo coinvolgere la mia anima come sapeva fare con il mio intelletto.”

Ho trovato questo periodo straordinario adatto a definire un pensiero filosofico. Per fortuna che l’uomo vive anche di sentimenti che spesso riescono a bloccare le tentazione e seduzioni filosofiche, per poi recriminare su i sentimenti bollandoli come peccati, pur nonostante il solo seguirli lo ha reso vivo.

Pagina 76: “dietro la montagna” questa espressione da l’idea bidimensionale paesaggistica di un dipinto, dove dietro ogni montagna vi è l’ignoto che solo la fantasia individuale può scrutare.

Pagina 76: “il diavolo non è così nero come si dipinge”.

Pagina 83: “(…) il mio abito, adesso, era diventato decisamente modesto. Indossavo, infatti, una kurtka nera che già ero solito portare ai tempi di Berlino (…) un berretto da viaggiatore, e ai piedi un paio di alti stivali (…) mi intagliai un rustico bastone (…) ebbe inizio il mio vagabondaggio. (…) conoscere ogni cosa”.

Il protagonista impersona la nona carta degli arcani maggiori dei tarocchi: l’Eremita. Avviene proprio un auto investitura, nel pieno del suo significato. La ricerca della conoscenza e la conservazione dell’Anima. Schlemihl ha perso l’ombra ma non perderà la sua anima.

 

Pagina 86: “gli stivali delle sette leghe. (…) la terra mi veniva offerta come un ricco giardino.”

Con questi stivali girerà il Mondo come un giardino, ma rafforza sempre il concetto del senza Patria, tanto è che la terra gli manca sotto i piedi, gli sfugge. Ecco allora la sensazione del lettore del concetto relativo che è forse la terra a muoversi sotto, mentre lui sta fermo, come la mano nel mappamondo. Questi stivali magici e favolistici introducono la filosofia ermetica della “forma archetipica originaria”. Per l’Eremita sarà motivo di ricerca. Cosa è oggi la forma archetipica? E’ la volontà di essere delle cose nella loro diversità, pur essendo nella sostanza medesimi per la fisica quantistica.

 

Pagina 92: “Mi chiamavano sempre numero dodici, e il numero dodici, in ragione della lunga barba, era stato scambiato per un ebreo.”

Schlemihl si trova in ospedale gli viene assegnato il numero dodici e viene scambiato per ebreo, appunto: Giobbe!

 

Pagina 93: “Ci sono accadute cose decisamente straordinarie. Senza rendercene conto abbiamo attinto al calice colmo del bene e del male.”

Il buon servo Bedel che trasforma quell’oro proveniente dal male in bene, fondando l’ospedale e il ricovero per i senza tetto.

L’ombra è ciò che rimane del buio con la luce.

 

Pagina 94: “Tieckius, De rebus gestis Pollicilli”.

 

Pagina 95: “(…) rispettoso in primo luogo della tua ombra, e poi del tuo denaro”.

 

Conclusioni

Vi invito la lettura, ma soprattutto a possedere questo libro in tutti i sensi. Ieri l’altro ho rivisto la mia ombra che mi passeggiava accanto, poi mi ha proceduto e si è allungata quasi a volermi lasciare indietro, e in quell’attimo di Sole era nera, nerissima.

 

LA PACE AMERICANA Riflessioni postume la lettura de- Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere di Ventura e Russel

15 Feb

LA PACE AMERICANA

Riflessioni postume la lettura de- Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere di Ventura e Russel

Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere – 63 documenti top secret che cambieranno per sempre la tua visione del mondo di Jesse Ventura  e Dick Russell edizione Newton Compton Editori – Anno 2011, Roma. E’ un volumaccio di 569 pagine che mi è stato dato da mia moglie la quale a sua volta ha avuto da un collega che non era riuscito a leggere perché probabilmente non gli ha suscitato il giusto interesse. Comunque per fortuna che non l’ho pagato, perché avrei rimpianto i soldi spesi. Porta questo titolone come copertina, come tutti quei libri che hanno la pretesa dell’inchiesta e della denunzia. Il titolo porta due paradossi in se: il primo, visto ch’è edito, in diverse nazioni, non è vero “che nessun governo ti farebbe leggere”; i documenti visti e pubblicati non solo in questo libro dove sono carta scritta, ma anche da diverse altre fonti in rete, tra l’altro nelle ultime pagine vengono citate, quindi dov’è questa segretezza? In ultimo la lettura di questo libro non cambia a nessuno la visione del mondo, perché già tutti sappiamo cos’è l’imperialismo americano. E’ stato sbandierato nei film, denunziato spesso e volentieri, contestato  con diverse manifestazioni pubbliche in tanti paesi, e non da ora, ma da gli anni ’60. Solo che i comunisti fin quando il regime sovietico era vigente erano i primi a protestare, con il fallimento del sistema hanno perso ogni loro entusiasmo antiamericanista. Oggi possiamo dire che i post-comunisti (italiani) sono tutti americanisti sfegatati.

Il lato positivo di questo libro: è carta scritta, quindi un buon strumento per citare le fonti dei pezzi di appoggio per delle affermazioni che a primo acchito possono sembrare estreme, minchiate da internet, e che invece sono realtà.

Sottolineature

Pagina 11: “l’informazione è la moneta corrente della democrazia”

La gente comune si nutre di tutta quella informazione che viene mitigata nei mass media, dove vengono dette delle notizie importanti, ma non messe in evidenza, tanto da scivolare nella disattenzione della maggior parte del pubblico. A proposito di ciò voglio raccontarvi un aneddoto. Quando ho fatto il servizio di leva, ero nell’ufficio della Maggiorità ed ogni giorno portavo in una cartella, o due, i documenti alla firma dal capitano. Mi ero messo in testa di farmi crescere la barba, ma per motivi di sicurezza (a causa di un possibile uso della maschera antigas) non era possibile in maniera integrale, tranne previa autorizzazione del comandante. Così ho scritto una richiesta con conferma tramite firma e la ho posta tra tutti gli altri documenti alla firma. Il comandante firmava le scartoffie quotidiane, così quel giorno anche quell’autorizzazione. Un giorno è entrato in ufficio e mi ha visto con la barba ben cresciuta, mi fa: “Doria stai punito!”, “Signor comandante, mi scusi, per quale motivo?”, “Non ti sei fatto la barba da giorni!”, “Si, la sto facendo crescere!”, “Ci vuole l’autorizzazione!”, “Lo so, lei forse non ricorda, ma me l’ha già firmata!”, mostro il documento e il capitano ha capito tutto. I giorni appresso è stato più attento su ciò che gli si poneva alla firma. Così è l’informazione, ogni giorno ci trafilano una serie di minchiate una dopo l’altra, magari ripetute fino allo estenuo, poi in un piccolissimo spazio un briciolo di verità che passerà inosservato ma che ci costerà tantissima libertà.

Pagina 32: “Per le cacce, di solito vengono utilizzati agenti segreti o membri di organizzazioni criminali.”

Siamo nel capitolo 1 – ATTENTATI – Il manuale segreto di esecuzione della CIA, molto importante per potere trarre le giuste conclusioni di eventi accaduti in diversi paesi del mondo, dove l’America ha messo lo zampino e manipolato la storia a proprio piacimento a danno di Popoli e Terre.

E’ facile dedurre che per quanto riguarda la Sicilia la “organizzazione criminale” utilizzata è stata la mafia. Qui si parla di attentati e di caccia quando la vittima d’attendare è senza scorta.

Tra queste tipologie di attentati vi è quello “senza speranza”, quindi “l’esecutore dev’essere una sorta di fanatico. Politica, religione e vendetta dono le uniche ragioni plausibili alla base dell’azione”(pagina 33). Quindi è plausibile pensare che gruppi terroristici possono essere stati utilizzati per i loro scopi. Ad esempio il sequestro e l’uccisione del presidente Moro, va in questa tipologia. I servizi segreti americani si sono innestati dentro i vertici dell’organizzazione terroristica piramidale e da lì hanno dettato i comandi. In questo caso si sono visti anche attori dell’azione: l’organizzazione criminale della mafia siciliana, romana, nonché i servizi segreti italiani, come appoggio ai terroristi per la riuscita dell’operazione.

Pagina 62: “Il generale Lyman Lemnitzer, il capo in carica degli Stati Maggiori Riuniti dagli anni di Eisenhower, decise che l’unica possibilità era imbrogliare l’opinione pubblica americana e mondiale e intraprendere una guerra legittima”.

Questo è ciò che si legge in un documento presentato il 26 febbraio del 1962 in una riunione alla Casa Bianca. In questo caso si tratta di Cuba. Cosa ci fa riflettere oggi? Programmare degli attacchi terroristici, veri o anche falsi, per creare opinione, alibi per un attacco di guerra ad un’altra Nazione. Su Cuba non si è proseguito per scongiurare un terzo conflitto mondiale, ma ciò fa scoprire i piedi all’uomo nero dietro la tenda. Vi è descritto nei minimi particolari ogni azione: fare girare delle voci usando una radio pirata. Pagina 75: “Simulare cerimonie funebri per presunte vittime (possibilmente una decina). (…) Potremo far esplodere una nave americana nella baia di Guantanamo e dare la colpa a Cuba. (…) La pubblicazione della lista delle vittime sui giornali statunitensi solleverebbero un’utile ondata di sdegno nella Nazione. (…)Potremmo affondare un barcone di cubani diretti in Florida (realmente o per finta)”. Oggi alcuni siti discutono sulla falsità di attentati e di vittime. Ad esempio quello di Bruxelles del 22 marzo 2016 denunziandolo come una montatura mediatica.

Pagina 124: “(…) esiste abbastanza agente nervino da uccidere cento miliardi di persone.”

Pagina 126: “Il termine –defogliante- viene spesso utilizzato perché descrive adeguatamente la ragione per cui viene usato: ovvero rimuovere la vegetazione della giungla per ridurre la minaccia di agguati e aumentare la visibilità USA e delle truppe alleate. Questo uso di defoglianti ha salvato molte vite americane e sud-vietnamite.”

Pagina 129: “La sostanza dovrebbe essere diffusa nell’aria da un aereo o tramite missili che dovrebbero sorvolare la città e coprirla piuttosto uniformemente per l’intera area.”

Ad esempio le scie chimiche degli aerei sulle nostre città…

Pagina 145: “Come ha detto il colonnello Fletcher Proutly: –Niente accade e basta, tutto è programmato-“.

Pagina 186; 187: “Se non c’è petrolio o litio o quel che è, allora davvero non abbiamo tempo. Le ragioni umanitarie non sono abbastanza sufficienti, ci deve essere un tornaconto economico”.

L’America delle ATROCITA’ IN RUANDA interessa poco e niente, perché poco interessanti le loro risorse e il loro territorio per il momento non è strategico. Gli interventi internazionali degli americani sono solo atti di corsarismo imperialista.

Pagina 196: “(…) il genocidio potrebbe vincolare il governo degli Stati Uniti a –fare qualcosa-“.

Ma il Potere USA crea ad uso e consumo il parere e l’opinione sia di fatti accaduti oppure inventati per l’occasione.

Pagina 200: “(…) c’è ben altro, oltre alla morte, che gira intorno alla guerra. Una grande mole di effetti collaterali, di morti viventi.”

Come può uno Stato, una Nazione, fondare la propria ricchezza con la guerra? L’industria della guerra. Solo un Potere alieno al Popolo di quella Nazione può dare atto ad una tale politica. Tanto che si legge a pagina 212 che anche le proprie truppe per aumentare il risultato sono state utilizzate come cavie umane. L’autore a pagina 230 si chiede: “Non riesco a capire quando sia necessario l’intervento federale, ma non dovrebbe arrivare dall’alto, bensì dal basso. Va soppesato bene, e usato in situazioni molto limitate, per essere sicuri che non si verifichino abusi di potere.” Pur se si argomenta di politica interna, e giustamente gli Stati d’America sono confederati e quindi indipendenti e la polizia confederale non può sovrastare quella di ogni Stato, il problema che incominciano ad avvertire  gli Americani che vi è un volere al di sopra la volontà sovrana nazionale. In Italia questo ormai è palese, tanto che nelle ultime legislazioni governative non hanno avuto bisogno di elezioni ed un burattino vale l’altro.

Pagina 269: “(…) quanto ha detto il membro del congresso Ron Paul sull’intera vicenda WikiLeaks. Cosa ha fatto più morti? –Mentire sulla guerra (in Iraq) o la pubblicazione dei documenti di WikiLeaks? (…) se in una società la verità si trasforma in tradimento, allora siamo in guai seri-.”

Il primo documento WikiLeaks pubblicato è di un procuratore spagnolo che indaga sulla “mafia russa”, arrivando a definire la “Russia uno Stato mafioso” datato 08 febbraio 2010. A pagina 274: “il partito democratico liberale (LDP) era stato creato dal KGB”.

Io vorrei fare una semplice riflessione sul mutamento della Russia dopo il crollo di un regime come quello sovietico, personalmente quando è avvenuto pensavo molto di peggio e invece, in un certo modo, ma stanno reggendo, ci saranno aspetti raccapriccianti nascosti e palesi, però è una Nazione in cammino che non si è fatto mettere la mano sulla spalla da nessuno. In secondo luogo, proprio gli Americani non sono degni di alcun giudizio per nessuno. Farebbero meglio a risolvere le loro bighe e problemi di ogni natura e tipo. Anche il loro sistema liberale e capitalista è in crisi, sull’orlo del fallimento e credo che quando avverrà i danni che causeranno a tutta l’umanità saranno devastanti.

Pagina 276: “(…) più di mezzo miliardo di uova è stato ritirato dal mercato lo scorso anno e un’epidemia di salmonella in agosto ha fatto ammalare 1.700 persone.”

Pagina 280. “I funzionari hanno riferito che il calo complessivo delle ispezioni è largamente dovuto alla riduzione del numero dei dipendenti.”

Uno dei tanti motivi perché il sistema liberale capitalistico è fallimentare, il quale pensa al risparmio di spese necessarie al buon vivere comune non preoccupandosi del male effettivo che provoca. Mentre uno Stato giusto, che esercita la propria funzione, prima di tutto ha a cuore il benessere dei propri cittadini in egual misura.

Il documento top secret n°31 vi è riportato lo studio da parte dell’esercito americano su i cambiamenti climatici come minaccia alla sicurezza nazionale, forse è quello più interessante del libro. Gli scienziati predicono (pagina 300) “aumento della diffusione di malattie mortali”, (pagina 301) “L’acqua pulita diventerà sempre più scarsa e le grandi masse si muoveranno in cerca di risorse. I governi indeboliti e caduti, e con piccolo margine di sopravvivenza, porranno le precondizioni per conflitti interni, estremismi e movimenti che vireranno a un maggiore automatismo e ideologie radicali. (…) Gli USA e l’Europa potrebbero vivere sotto una crescente pressione causata dal gran numero di immigrati e di rifugiati, mentre aumenterà la siccità e diminuirà la produzione di cibo in America Latina e in Africa”. Questo documento è stato pubblicato nel 2007.

Pagina 323: “(…) la CIA non deve rispondere a nessuno. (…) Chi la dirige quindi, se non lo fa il leader supremo della Nazione?”.

Se lo chiede l’autore, costatando alcuni documenti riferenti il presidente Nixon. Chi comanda l’America? Chi comanda l’occidente? Perché in fondo la CIA è un servizio pagato dallo Stato ma comandato da chi, se non è il capo di quello Stato?

Pagina 333: “(…)-l’efficacia della violenza come strumento politico.”

L’America ha avuto la pretesa di esportare la propria democrazia a gli altri Popoli quando il proprio sistema è completamente poco funzionale. Ad esempio l’elezioni di Busch del 2004 sono stati un autentico furto.  A pagina 346: “In seguito, Connell avrebbe sicuramente rivelato tutto; solo che il 19 dicembre2008 il Cessna su cui volava si schiantò mentre faceva ritorno alla sua casa di Akron. Moriva così l’uomo che avrebbe potuto denunciare la grande frode elettorale nella storia americana. (…) Fletcher Prouty: –Nulla si limita ad accadere, è tutto pianificato-.” Io aggiungerei come l’aereo di Enrico Mattei nel 1962 caduto a Linate.

A pagina 354: “(…) il voto è anonimo. E’ impossibile avere un sistema che consenta entrambe le cose (…)sistemi elettronici per il voto negli Stati Uniti non sono sicuri.

Pagina 387: “Oggi, gli Stati Uniti hanno un’opportunità strategica senza precedenti: nessuna grande potenza li contrasta; godono del favore di alleati ricchi, potenti e democratici in ogni parte del mondo; vivono la più lunga espansione economica della loro storia; e i loro principi politici ed economici sono quasi universalmente accettati. (…) ideali americani (…) estendere la cosiddetta –pace americana- (…) condurre contemporaneamente diverse campagne militari e ottenere vittorie definitive nei principali teatri di guerra(…)”.

Tutto ciò a me fa paura!

L’11 settembre 2001 è accaduto l’evento terroristico che ha condizionato la storia non solo dell’America ma dell’umanità tutta. In queste pagine dopo la lettura di alcuni documenti viene spontaneo se non sia stato voluto anche dalla parte “ufficialmente” vittima. Perché in fondo vittime veramente lo sono le persone del popolo, chi sta ai comandi difficilmente ne paga le spese. Ad esempio si legge il verbale di un agente che denunzia la partecipazione di alcuni elementi vicini all’ambiente terroristico che si sono iscritti a corsi di volo nell’Arizona, a pagina 395 si legge: “(…) ci da ragione di credere che sia in atto un  piano per costituire un gruppo di persone che un giorno opererà all’interno della comunità dell’aviazione civile in giro per il mondo. In futuro, questi soggetti saranno in grado di condurre operazioni terroristiche contro obbiettivi dell’aviazione civile.” Come si fa a non tenere conto di un tale avvertimento?

Pagina 402. Poco mesi prima dell’attentato hanno pensato di modificare una regola fondamentale su gli attentati aerei (il 1° giugno 2001) la quale richiedeva l’approvazione da parte del segretario della difesa di ogni “intervento potenzialmente letale (…) in caso di pirateria aerea (dirottamento)”.

Da i giochi in borsa si scopre che erano in tanti a sapere in anticipo ciò che stava per accadere.

Inizia la al guerra terrore, quindi l’emergenza di  calpestare i diritti e le libertà dei cittadini americani e non, e che il Quarto Emendamento americano si vada a farsi fottere… contro i terroristi non servono prove per annientarli pur se essi sono in veicoli o abitazioni civili, ormai siamo in una “guerra globale contro il terrorismo” (pagina 494).

Non vi è da meravigliarsi che in un tale Stato si esercitasse la tortura su i prigionieri…

Pagina 560: “Dietro al governo di facciata regna un governo invisibile che non deve fedeltà al popolo, ne riconosce alcuna responsabilità nei suoi confronti. Distruggere questo governo invisibile, smascherare questa sacrilega alleanza tra affari corrotti e politica corrotta, è il compito primario di un uomo di Stato”. Theodore Roosevelt 1912.

Quello che avviene in Italia, dove tutti gli attori della politica sembrano avere un solo regista e un solo autore che gli scrive i testi, non si esclude nessuno. La tendenza principale è togliere libertà al cittadino, quindi, sovranità alla Nazione, perché vanno di pari passo. Ascoltando un oratore politico pur se lancia lo slogan per la sovranità nazionale il suo discorso trae l’opinione alla difesa del terrore che è conforme alla direttiva data dall’alto, quindi per difendersi dal terrore bisogna cedere delle proprie libertà in cambio di sicurezza. Oggi persino il capo della Nazione, che dovrebbe difendere a spada tratta la sovranità, dice in un discorso ufficiale del marzo 2017, Sergio Mattarella: «nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità». Questo uno per tutti, ma ormai fanno a gara. Tutto si muove in un meccanismo ben determinato: per primi avanzano i buffoni di corte, cioè i comici del sistema per creare opinione, in seconda fila il cantante di successo lancia la canzone che fa opinione con l’appoggio di tutto il sistema di informazione. Fatta l’opinione nasce l’iniziativa politica o l’azione dei giudici. Ad esempio, il golpe bianco di “mani pulite” (1992) dove venne spazzato via un sistema democratico dello Stato italiano con una intera classe politica, se ricordate bene, vi furono i comici che continuavano ad accusare di latrocinio tutti i politici, tranne il PCI, la canzone di Venditti “In questo mondo di ladri” (settembre 1988), o Baccini con la canzone Giulio Andreotti nel 1992, e via discorrendo. Fino ad arrivare a trovare la gente comune che aggrediva i politici ed osannava i giudici, non accorgendosi di ciò che stava accadendo. Questo anno vince a Sanremo il duo Meta e Moro con una canzone di terrore “Non mi avete fatto niente”, quindi contro il terrorismo, opinione che alimenta la campagna globale della guerra al terrore, non è un caso. Niente avviene per caso. E niente conta che la canzone è stato un auto plagio, già edita nel 2015. Condizionare l’opinione pubblica, con eventi, spettacoli, e canzoni, come sempre. Quando si sa che il terrorismo si è sconfitto quasi sempre con azioni di polizia e non militari.

Pagina 562: “(…) l’ossatura della lotta al terrorismo dovrebbe essere costituita da operazioni di polizia e di intelligence.”

Il testo porta un grafico dove le motivazioni dello scioglimento di 268 gruppi terroristici nel mondo dal 1968 al 2006 sono dovuti al 40 % per operazioni di polizia e solo il 7% per operazioni di forza militare.

Pagina 565: “Definire la propria strategia “guerra al terrorismo” spinge l’opinione pubblica – sia negli USA che altrove – a pensare che l’unica soluzione possibile sia quella militare. Tale scelta tende anche a legittimare il concetto di jihad (guerra santa) promosso dai terroristi, elevando questi ultimi al rango di santi guerrieri. I membri di Qa’ida dovrebbero essere visti come criminali, non come santi guerrieri”.

A questo punto riflettete sulle immagini nei telegiornali di tali terroristi e vedete quanta propaganda che c’è per legittimare la “guerra al terrore”, “contro le vostre inutili guerre”…

Buona lettura.

 

 

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LA GENIALE LETTERATURA DI BULGAKOV

12 Gen

 

LA GENIALE LETTERATURA DI BULGAKOV

RIFLESSIONI POST LETTURA SU: CUOREDI CANE; DIAVOLEIDE; LE UOVA FATALI DI BULGAKOV

Sto rileggendo per la seconda volta Cuore di cane; Diavoleide e Le uova fatali di Michail Afanas’evič  Bulgakov (1891, 1940), edito dalla Newton Compton editori s.r.l. Roma, giugno 1997, costo £.3000, spesi  così bene da commuovermi.

Bulgakov mi sorprende sempre per diversi motivi: la piacevolezza della lettura per la costruzione geniale dei fatti e dei personaggi, per la sapienza della sua scrittura che va oltre al primo piano della storia narrata, non è il solo lato politico, ma soprattutto filosofico che pone una riflessione profonda.

Dell’Introduzione curata da Fausto Malcovati, mi ha sorpreso, nella biografia dell’Autore, l’episodio della telefonata intercorsa tra Stalin e Bulgakov. (Pagina XIV) Era il 1930 e Bulgakov aveva chiesto al Governo sovietico di lasciare l’U.R.S.S. Stalin lo chiama a telefono per dirgli che concedeva l’autorizzazione: “Le siamo venuti così a noia?”, infine gli viene concesso il posto, che gli era stato prima rifiutato, come collaboratore nel Teatro dell’Arte. Mi ha sorpreso la riconoscenza della genialità di Bulgakov da parte di una mente come quella di Stalin che nel suo regime bastava un solo “ni” per finire nei Gulag.

Questi tre racconti sono uniti, a mio modesto avviso, da una stessa tematica: la scienza. Nel primo si scopre l’inutilità di alcune scoperte, nel secondo il male teologico e nel terzo la pericolosità nonostante le buone intenzioni.

CUORE DI CANE

Sono così tante le riflessioni su quest’opera che occorrerebbero centinaia di pagine per descriverle tutte, ma ho necessità di sintesi, quindi cercherò di evidenziare le più importanti.

E’ la storia di un cane randagio che subisce un intervento chirurgico al cervello per un esperimento dagli effetti mostruosi. Il trapianto dell’ipofisi e i testicoli provenienti da un uomo di 28 anni, conservati in una soluzione fisiologica sterile, causa al povero cane una metamorfosi “antropomorfizzazione”. Così sperimentando e facendo la straordinaria scoperta che “l’ipofisi determina la natura umana”. Una scoperta inutile, come dice il professore, quando una donna può generare, quale sia la necessità di trasformare un cane in uomo? Proprio qui il senso di tutto il racconto: come in ogni antropomorfismo la figura assume il significato che rappresenta. Ad esempio l’angelo è raffigurato umano con le ali a significare ch’è una creatura spirituale; Medusa ha serpenti per capelli per volere demonizzare la sapienza femminile e così via. In Pollino, il povero cane randagio bastardo, assume sembianze e forma umana, perché è l’uomo nuovo della rivoluzione sovietica “homo sovieticus”. Quindi vi sono due parti da distinguere in quest’essere: la figura umana assunta per il trapianto dell’ipofisi e il cuore ch’è rimasto del povero cane. In ogni antropomorfizzazione la parte vincente è sempre quella animale perché è più onesta, e grazie a questa parte che l’uomo può ritrovare la sua salvezza. La Sfinge posta davanti l’ingresso della città di Tebe pone l’indovinello ad Edipo: “chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, tripede e bipede?”. La soluzione è risaputa ma anche facile: l’uomo. Ma da sola non basta, occorre considerare che l’uomo animale è ed animale rimane. Scoprendo questa realtà il mito muore e con se l’aspetto umano, rimane la bestia. Questa verità pone l’uomo ad individualizzare sotto tutta la crosta filosofica e di ragionamenti teologici ciò che in realtà ci spinge all’errore e a l’inganno, magari poi, ognuno con la propria convinzione faccia il percorso che più gli aggrada per divenire quell’homo novo che crede.

L’organismo politico che mi ha, in un certo modo fatto riflettere, quanto sia terribile l’homo sovieticus è il “Noi, il nuovo Comitato degli Inquilini”, subito va aggiunto (pagina 20, 21) “Ma noi abbiamo agito secondo le regole”. Come dire: “la legge c’è lo consente”. Così rispose il sindaco di Agrigento nel novembre 2015 ad un assessore: “Il sindaco dice che la giunta può avere indennità ai massimi livelli perchè, se la legge lo consente, allora si può fare. “Se la legge lo consente” allora… “. Allora vaffanculo l’onestà.

Quando Pallino acquisisce il nome e di seguito il collare, pagina 29: “(…) capì perfettamente cosa significhi un collare nella vita”, da randagio bastonato, affamato e infreddolito, insomma da proletario a borghese, incomincia a riflettere, a pagina 32-3: “No, macché libertà, da qui non me ne andrò. Perché mentire?-pensò il cane tirando su tristemente con il naso:-Ormai mi sono abituato. Sono un cane da signori, sono un intellettuale; ho provato la dolce vita. E poi cos’è mai la libertà? Fumo, miraggio, finzione… vaneggiamenti di questi sciagurati democratici…”. In questa riflessione Pollino ha il rammarico della mancanza della libertà, e questo nuovo stato sociale nasconde un nuovo mistero racchiuso in quel perché, oltre le illusioni, qualcuno ti deve beneficiare di qualcosa? E quel collare cosa significa realmente. Spesso noi ci accorgiamo di avere un collare che ogni tanto ci tira da una parte ad un’altra: è il nostro essere borghese. E quando la stretta e lo strappo è violento allora rimpiangiamo quello di essere stati dei bastardi proletari randagi, ma una polpetta riaggiusta tutto e si è un Pinco Pallino qualsiasi. Dopo la metamorfosi quel collare si trasforma in una cravatta, pagina 48: “Al collo portava una cravatta color celeste velenoso con una spilla adorna di un rubino falso. La cravatta era talmente vistosa che di tanto in tanto, chiudendo gli occhi stanchi, Filipp Filippovic vedeva ora sul soffitto, ora sul muro, una fiammeggiante fiaccola con un alone celeste”. In fondo in ognuno di noi vi è un randagio che odia e ama un collare, ad empio il proprio lavoro. Una persona senza lavoro si sente emarginato dalla società, percepisce il sordo sentimento dell’insicurezza, eppure quante volte la stessa ha sofferto, di stanchezza, di alienazione, di subordinazione e angherie, per lo stesso lavoro. Il collare della religione che vuole quella persona viva e libera di scegliere di rinnegare il proprio modo di essere, se stessi. Il collare dell’innamoramento dove una persona viene completamente assoggettata dalla relazione. A volte gli strattoni di questi collari, spesso strettissimi al collo, fanno veramente male e si rimpiange la vera entità di cani randagi ai quali chiunque è pronto a schiacciare ed a fare cattiverie di ogni tipo al solo loro tentativo di avvicinarsi. Pallino, tolto il collare di cane, divenuto uomo, indossa immediatamente il collare della politica, ecco i suoi interessi rivoluzionari. Quindi di estrema importanza sono i documenti, a pagina 52: “(…) i documenti sono la cosa più importante al mondo.” E’ chiaro che Pallino se pur ha il collare la sua natura pericolosamente viene scoperta, quando si ci chiede l’estremo sacrificio per la Rivoluzione Stato: la guerra. Pagina 53: “Io in guerra non ci vado”, latrò Pallino rabbuiato. (…)a far la guerra col piffero che ci vado!”. La sua natura autentica emerge e di questo viene accusato da Schwonder: “Vuole dire che lei è un anarchico individualista?”. Io rispondere. E chi non lo è?! Sotto tutta l’ipocrisia, e il comodo collare sociale?! Ecco la filosofia della cravatta. La cravatta serve per tenere la camicia chiusa con eleganza, un portamento decoroso di stare in società, quindi è quel guinzaglio che la società ti impone. Ma nonostante Pallino è uno che legge i libri, quindi almeno può togliere la cravatta al suo pensiero. E’ questa la sorpresa dei due scienziati: il Pinco Pallino legge! E cosa legge? Pagina 61: “La… come si dice… il carteggio di Engels, con quell’altro… come diavolo si chiama… K… Kautsky.” (Altri invece di “carteggio” traducono “corrispondenza”). Qui si va al cuore del socialismo in senso lato. Diciamo che si tratta delle lettere tra i due pensatori (dal 1881 al 1895) e che quelle di Kautsky sono andate quasi tutte perdute(?). Il senso viene spiegato in maniera chiara: “Non fanno che scrivere… poi c’è un congresso, si mettono lì un po’ di tedeschi e ti fanno venire il mal di testa, ti fanno. Bisognerebbe invece prendere tutto quello che esiste e dividerlo tra la gente.”  Ecco che la risposta è precisa da parte del “sacerdote” della scienza Filipp Filippovic, pagina 62: “Ma chi si crede di essere! Come si permette di sputare di ordine cosmico e di un’altrettanta cosmica stupidità sulla divisione dei beni (…)?”.

La conclusione è appunto nel titolo del libro che fin quando Pallino rimaneva con il suo cuore di cane, e quindi innocente, anche nella sua crudeltà come l’aggredire i gatti, (pagina 71: “l’unica cosa buona che gli resta”), era ammissibile la sua esistenza. Diventa inutile e ingombrante la sua totale metamorfosi ad uomo: “Dovete capire, invece, che il vero disastro è proprio che lui non ha più un cuore di cane ma un cuore d’uomo”. Infine la sua evoluzione ad uomo sovietico lo rende: “(…)l’uomo più abbietto che ci si possa immaginare!”. Tanto che inganna una donna con la sua posizione e autorità e il professore rimprovera la ragazza, pagina 76: “ma, benedetta figliola, come si fa a mettersi con il primo cane che passa per la strada solo perché ha una posizione… E’ una cosa ignobile, signorina cara”. Quanta ignobiltà vi è tra gli uomini che si dimenticano l’onestà del loro essere animale per una maschera ipocrita di uomo sociale?

Sottolineature

I pensieri di un cuore di cane

Pagina 4: “Gli spazzini, fra tutti i proletari, sono i più vigliacchi; sono canaglie, feccia dell’umanità, sono la categoria più bassa”.

Confesso che ho desiderato tanto fare questo lavoro. Quando, a suo tempo, lo riferii a mio padre, ha vauto una reazione al quanto violenta di dissenso.

Pagina 6: “Questo è uno che mangia a quattro ganasce e non ruba; non prende a calci, ma non ha paura di nessuno. Non ha paura perché è sazio, lui. E’ un intellettuale, evidentemente.”

Veramente è una grande definizione di intellettuale, onesto e di successo.

Pagina 13: “Con la dolcezza. E’ il solo sistema possibile con un essere vivente, qualunque sia il suo livello di sviluppo. L’ho affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. Quelli si sbagliano se pensano che il terrore serva a qualcosa. No! Il terrore non serve a nulla, né con i bianchi, né con i rossi e neanche con i gialli. Il terrore blocca il sistema nervoso.”

Pagina 26: “La statistica è una cosa spaventosa”.

Pagina 27: “(…) controrivoluzione (…). Cosa si cela lì sotto?Lo sa il diavolo!”

Pagina 27: “Chi non ha mai fretta trova il tempo per tutto”.

Pagina 29: “Sugli uomini e anche sugli animali, si può agire solo con la persuasione”.

Pagina 65: “Non sono un signore. I signori sono tutti a Parigi”.

Pagina 70: “Il delitto non risolve mai nulla”.

Pagina 80; 81: “Perché parlava? Ma questo  non vuol dire essere uomini, almeno non ancora… (…) La scienza non è ancora riuscita a trasformare le bestie in uomini”.

Mi scappa una tragica risata ogni volta che vedo un cane infagottato con cappottini alla moda o minchiate varie come berrettini di babbonatale…

 

DIAVOLEIDE

La lettura di questo racconto è come un sogno, un incubo che momento per momento vivi con il protagonista, distratto di non avere tenuto conto del titolo. Ti accorgi alla fine che il diavolo (Mutandoner) ha pervaso la mente del povero compagno Korotkòv ed ha esagito il prezzo della sua anima tuffandosi nell’abisso.

La descrizione di Mutandoner è il vero tocco di genio, a pagina 89: “Questo sconosciuto era talmente piccolo di statura che arrivava appena alla vita dell’alto Korotkòv. La carenza di statura era però riscattata dalla straordinaria ampiezza delle spalle dello sconosciuto. Il torso quadrato poggiava su gambe ricurve, di cui, tra l’altro, la sinistra era più corta. Ma più notevole di ogni altra cosa era la testa. Essa appariva come un gigantesco e perfetto modello di un uovo posato orizzontalmente sul collo e con la parte appuntita in avanti. Pelata era pure come un uovo e lucente al punto che sulla sommità del capo dello sconosciuto, splendevano, senza offuscarsi, le lampadine elettriche. Il minuscolo viso dello sconosciuto era stato rasato sino a parere azzurro, e i suoi occhi piccoli, verdi, simili a capocchie di spilli, giacevano in fondo a due orbite profonde. (…)la voce era in tutto e per tutto simile a quella d’un catino di ottone (…) parve che le parole dello sconosciuto odorassero di fiammiferi”. Intanto con uno schizzo semplice di due linee ed una forma ovale già si può avere l’idea del personaggio. Ma la cosa più sorprendente è che Mutandoner nessuno esclude che possa essere una macchina infernale alimentata a zolfo. In fondo cosa vi è di più diabolico della tecnologia?

Mi è venuto spontaneo un parallelismo tra Korotkov e Mattia del Il fu Mattia Pascal di Pirandello. I due personaggi perdono la loro identità mentre il Mattia di propria volontà, Korotkov per un furto, uno smarrimento del documenti. Il problema nasce quando si ci vuole appropria della propria identità. Mentre Ulisse da quel signor Nessuno rivelatosi a Polifemo, eroe classico sconfigge i nemici e si riappropria della propria identità di re di Itaca. Mattia  e Korotkov incontrano la morte inesorabile. Tutte e due i personaggi hanno fatto forza su quell’essere Nessuno, tutte due senza documenti non potevano sposare, prendere posto. Korotkòv non poteva nemmeno essere arrestato. Quindi da inseguitore alla fine fu inseguito per raggiungere la fine.

L’Inferno rappresentato è il sistema burocratico sovietico e il dannato l’homo sovieticus Korotkov.

Mutandoner è il precursore de Il maestro e Margherita, ormai il diavolo fa da padrone a Mosca.

Sottolineature

In realtà sono pochissime perché è un viaggio intenso e va preso così com’è.

Pagina 94: “Compagno, mugghiò come una sirena Mutandoner, senza ascoltare nulla rivolgendosi, sempre camminando, a Pntelèjmon, -prenda le dovute misure, perché io non sia trattenuto!”

Mi ha fatto ricordare un episodio accadutomi alcuni anni fa nel municipio del mio paese quando il commissario prefettizio mi minacciò, solo perché volevo conferire con lui: “lei sta ostacolando un pubblico ufficiale nel pieno delle sue funzioni”. Penso che questo commissario sia stato più diabolico di Mutandoner.

Pagina 105: “Eh, Vossia! Dobbiamo proprio morire?”.

Navigando ho trovato questo sito che spiega in questo modo,

https://andreatarabbia.wordpress.com/2012/10/04/un-debito-con-il-diavolo-note-sulla-traduzione-di-diavoleide-di-bulgakov/

Spano: “Due traduzioni su tre propongono di rendere ваше здоровье con un epiteto rivolto a Mutandoner: Vossia o Vost’Eccellenza; Prina, addirittura, la butta sul filosofico («si può solo morire»). Montagnani, invece, opta per un «la vita è sua» che a me, istintivamente, sembra più vicino all’intenzione dell’autore. E tuttavia chi parla è un vetturino, sorpreso dalla violenza delle percosse e dalla perentorietà degli ordini. Io non credo che esista qualcuno che, aggredito, dica all’aggressore qualcosa come «eccellenza», e non credo neppure che si limiti a dire «la vita è sua», perché di vite in ballo, in quel frangente, non c’è solo quella del passeggero. Non credo inoltre che sia verosimile che qualcuno, mentre impreca, sia gentile e rispettoso come si dimostra il vetturino – pur con gradazioni diverse – nelle tre versioni che abbiamo visto. Credo, invece, che possa dire qualcosa di molto vicino a: «Eh, accidenti a lei, vuole che ci ammazziamo?»”.

Il termine “vossia” è prettamente siciliano, nato sotto il dominio dei viceré spagnoli, e significa Vostra Signoria, oggi quasi in disuso, ma fino alla mia generazione si dava agli anziani, mentre i nostri padri lo davano anche ad autorità o persone in posizioni sociali di rilievo. La forma adottata di Bulgakov è senza dubbio quella dei contadini danno a chi è in uno stato sociale più agevole. Comunque un mio conoscente russo traduci “alla vostra salute”, usato anche quando si beve con molte persone, ma si usa anche verso gli anziani come facciamo noi Siciliani, quindi corrisponde al nostro “vossia”, credo che la traduzione è veramente corrispondente.

Pagina 111: “E con queste parole fece a Kolobkòv le fiche con le sue dita rinsecchite”.

Pagina 113: “Egli agitò l’enorme mano, la parete si sfaldò sotto gli occhi di Korotkòv e trenta macchine per scrivere, sui tavoli, tintinnando con i loro campanelli presero a suonare un fox-trot. Ancheggiando e muovendo voluttuosamente le spalle, sollevando una schiuma bianca con le gambe color crema, trenta donne si mossero come in passerella intorno ai tavoli”. Una scena hollywoodiana di tutto rispetto.

Pagina 119: “Meglio la morte che il disonore”.

LE UOVA FATALI

Questo racconto mi ha convinto definitivamente che la letteratura non sarà mai sostituita con un’altra arte. Il cinema può prendere e trasformare, ma non tutto, la dimensione emozionale profonda rimane dote della letteratura. Un esempio è il serpente gigante e mostruoso che incontra Rokk a pagina 170: “Senza ciglia, spalancati, gelidi e sottili, degli occhi guardavano da quella testa ed emanavano una malvagità inconcepibile”. Quando poi (pagina 171) stritola Manja e “Rokk potè sentire lo scricchiolio delle sue ossa. La testa di Manja ondeggiava in alto, teneramente appoggiata alla guancia del serpente”. Il cinema può riprodurre la scena, il sangue a zampilli, lo scricchiolio delle ossa, costruirsi il mostro con gli effetti speciali, ma mai può riprodurre la sensazione dell’orribile di una testa morta “teneramente appoggiata” o degli occhi che “emanano una malvagità inconcepibile”. Oppure a pagina 127, in uno dei tanti esperimenti del professore Pérsikov: “La rana mosse a fatica la testa e nei suoi occhi sempre più spenti erano chiare queste parole: -Siete delle carogne, questa è la verità”. Quanto umorismo e crudeltà contemporaneamente vi è in questa scena!

Cinematografico è il personaggio principale: il professore Pérsikov, possiamo dire la maschera dello scienziato pazzo, solo che Bulgakov è stato il primo  a crearlo, pagina 123: “(…) una testa notevole, calva, con ciuffi di capelli giallastri dritti sulle tempie, piccoli occhi sfavillanti, un viso accuratamente sbarbato; il labro inferiore sporgente gli conferiva un’espressione sempre un po’ capricciosa. Sul naso rosso portava degli occhiali all’antica, con montatura in argento. Di statura era alto, ma al quanto curvo. Parlava con voce sottile, stridula e gracidante(…)”. Chissà in quanti film e cartoni animati l’avete già visto?

Il professore Pérsikov ama la scienza più di ogni altra cosa e con la politica ha un rapporto conflittuale. Veniamo a conoscenza a pagina 124: che ha “un atteggiamento ostile nei confronti del comunismo di guerra”. Che a gli esami dei suoi studenti a chi non conosceva la differenza tra i rettili e gli anfibi rispondeva e bocciava, pagina 125: “Gli anfibi non hanno reni pelvici. Mancano. Proprio così. Dovrebbe vergognarsi. Lei suppongo è marxista…”. Non ho capito il collegamento tra i reni pelvici e il marxismo…

In fine la scoperta del raggio rosso è simile alla logica di un sogno: lampante, precisa, esatta, finché il sogno, al risveglio si ci accorge che è stato solo un sogno. Comunque rimanendo nel racconto, Pérsikov scopre il raggio della vita. E’ una scoperta straordinaria perché può agire sull’evoluzione dell’essere vivente. Come tutte le grande scoperte vengono concesse a chi va’ oltre il metodo scientifico, a chi è pronto all’evento, alla casualità, al sorprendersi. Tanto è che nelle stesse precise condizioni, nessuno in seguito riuscirà a ricostruire il raggio rosso, nonostante sono in possesso dei dati, pagina 187: “Per riuscirvi era evidentemente necessario qualcosa che andava al di là delle conoscenze scientifiche (…)”, Come Newton e la legge di gravità, oppure Copernico con la centralità del Sole, eccetera.

La scoperta scientifica di questa portata in mano al potere politico diventa altamente pericolosa, come in questo racconto Rokk personaggio che ha la propria carica e ruolo non per meriti dottrinali ma per meriti politici. Un po’ come i nostri ministri in democrazia (ad esempio un ignorante al ministero dell’istruzione). Allora tutto si complica. Ecco che dopo la moria di galline si cerca il rimedio con una produzione straordinaria trattata con il raggio rosso. L’errore è banale vengono trattate le uova sbagliate, un errore banale di destinazione, che causa la nascita di feroci mostri spaventosi rettili che invadono le campagne e solo il generale inverno riesce a sterminare.

Sottolineature

Pagina 156: “(…) persino la parte più arretrata del proletariato (i fornai)”.

PS.

Bulgakov va assolutamente letto, mi dispiace per quei tanti che se ne privano

Misteri, crimini e segreti della Sicilia, perpetrati dall’Italia!

27 Nov

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Riflessioni di lettura su: Misteri, crimini e segreti della Sicilia di Enzo Di Pasquale

Fra i diversi libri che mi sono portato dalla biblioteca di famiglia in Sicilia ne ho acquistato uno così a caso, attratto da qualcosa. Sono stato ad Agrigento e in una passeggiata in Via Atenea, come mi è di solito, faccio visita alla libreria IL MERCANTE DI LIBRI, gestita da una gentilissima e coraggiosa persona. Coraggiosa perché di questi tempi aprire una nuova attività in Sicilia è un atto di coraggio, e poi una libreria…, con la gente che legge sempre meno, diventa un atto eroico, però non sconsiderato. Persona gentilissima perché anche se sto li parecchio tempo a toccare i suoi libri non mostra mai in pazienza e non solo, dopo l’acquisto del libro, visto che era rimasta l’ultima copia, mi ha fatto pure lo sconto perché la sovraccoperta era un po’ sgualcita, io non avevo nemmeno fatto caso, quindi da 9€ lo pago solo 6.   Guardo qua e là e in fine, per non fare aspettare la compagnia, scelgo Misteri, crimini e segreti della Sicilia di Enzo Di Pasquale edito dalla Newton Compton editori s.r.l. Roma, quarta edizione luglio 2014. Mi è sembrato un libro già letto, questo perché ero a conoscenza della quasi totalità dei fatti trattati dall’Autore, nonostante ciò molti sono stati gli spunti interessanti, e la maestria di Di Pasquale ha fatto il resto coinvolgendomi dal primo all’ultimo rigo. Certamente la linea editoriale ha voluto sia il titolo che la copertina, perché mostrano una Sicilia tipica delittuosa e misteriosa con quegli incappucciati che mostrano lo sguardo enigmatico ma non il volto, come la mafia, tra rito religioso e crimine. Comunque è un libro  da regalare a gli amici, magari al di là del faro. In fondo un buon libro si riconosce quando ti da qualcosa e questo qualcosa diviene spesso stimolo creativo, ed effettivamente questo è un ottimo libro!

Ho potuto notare che su 101 episodi solo 20 parlano di delitti di mafia e guarda caso incominciano da pagina 146, in una cronologia storica temporale, da dopo lo sbarco di Garibaldi. A pagina 147 con il titolo Il primo omicidio di mafia, tratta dell’assassinio di Petrosino nel 1909, ma, a mio modesto avviso, dovrei dire che quello è stato il primo delitto di Cosa Nostra, perché il primo delitto da parte di “maffiosi” (come lo definì il prefetto Gualtiero) è stato il 3 agosto del 1863, quello del generale Giovanni Corrao, scomodo al Regno d’Italia appena nato e fatto fuori dall’intelligence piemontese. In futuro prenderanno come manovalanza la malacarne locale per alcuni delitti spesso con l’aiuto dei servizi segreti “deviati”. Che in fondo in fondo di deviato c’è solo uno Stato nato e vissuto sul segreto e sul mistero di un’amministrazione controllata da un potere occulto. E appunto quando il titolo recita è da completare con Misteri, crimini e segreti della Sicilia, perpetrati dall’Italia! Ogni crimine misterioso, come si evince da questo libro e da chi è un attento lettore della storia di Sicilia, gli attori in campo sono di solito: la mafia, i servizi segreti deviati e la massoneria. Tutto ciò inizia con l’inizio della colonizzazione italiana in terra di Sicilia.

Passo dopo passo.

Pagina 132: La scomparsa del vascello Ercole partito da Palermo il 4 marzo 1860 con abbordo Ippolito Nievo con mezzo milione in piastre d’argento documenti e testimoni, destinazione: la commissione d’inchiesta parlamentare, motivo: dimostrare la regolarità della missione dei Mille. L’Ercole scompare nel Tirreno, ma misteriosamente “non viene diramato alcun allarme del mancato arrivo al porto partenopeo”. Dalla letteratura e dalle ricerche la più plausibile è che un ordigno a bordo ha fatto esplodere il vascello. Ora ditemi, la Sicilia è semplicemente il teatro storico degli attori in scena: garibaldini e piemontesi.

Pagina 135: la battaglia di Pianto Romano a Calatafimi è un episodio emblematico, il famoso miracolo di Garibaldi ma in realtà è come quello che spara con l’ombrello il leone e la bestia cade morta, come è possibile, dietro c’era un altro con il fucile a sparare, così è stato, dietro c’è stata la massoneria che ha corrotto e pianificato con i comandanti borbonici. Tanto che, come succede in Sicilia, la realtà virtuale si confonde con la realtà reale, così quando è stato messo in scena questo episodio nel film Via l’Italia! nel 1961  dal regista Roberto Rossellini, vengono prese delle comparse locali e uno di questi, Nello Morsellino di Calatafimi, era tra le file borboniche insieme a gli altri giovani paesani, mentre le file garibaldine erano state impersonate da giovani presi dal comune di Salemi e di Vita, i quali vi erano stati sempre dei motivi campanilistici di scontro. La finzione si trasformò in vera lotta e indovinate chi ha avuto la meglio? I borbonici! Chiunque studia questo episodio storico viene palese il bluff, chi dice il contrario è un mentitore. Eppure è stato l’evento storico più importante che ha determinato l’unità d’Italia.

A pagina 146 nell’uccisione di Joe Petrosino si legge tra le righe la collusione tra mafia e politica. Petrosino era venuto a Palermo per scardinare “il palazzo del potere”, e quando a Caltanisetta trova “scottanti informazioni sui pregiudicati mafiosi e ha l’amara conferma che godono della protezione nei palazzi del potere” viene ammazzato da due sicari a Palermo il 12 marzo1909. Il mandante Vito Cascio Ferro viene “scagionato dalla testimonianza resa da un deputato neoeletto”.

Pagina 151 l’uccisione di Panepinto, a tutta risposta voglio riportare ciò che ho scritto nell’ Almanaccu Sicilianu:

In ricordo del coraggioso Anarchico Siciliano trucidato il 16 maggio del 1911 con due colpi di fucile in pieno petto davanti la sua abitazione di Santo Stefano di Quisquina, il maestro Lorenzo PANEPINTO riporto le parole del temerario Alessandro Tasca che così lo ha commemorato:“E’ tempo di decidersi perché dopo le fucilate incruente contro Bernardino Verro, dopo quelle che hanno squarciato il petto a Lorenzo Panepinto, una lotta senza quartiere è stata apertamente dichiarata agli organizzatori del proletariato agricolo. E’ il duello mortale ripreso contro i nostri contadini a distanza di venti anni circa dai Fasci –e noi diciamo in nome del proletariato siciliano al governo: – O con la maffia padronale o con l’evoluzione economica e civile dei lavoratori siciliani!” E’ inutile a dirsi, la storia d’Italia in terra di Sicilia ci insegna che cosa scelse allora lo stato italiano: la “maffia padronale” e politica …

 

Pagina 161 l’Autore tratta dell’avvocato Guarrasi, parente di Enrico Cuccia, che Giorgio Bocca scrisse: “Dove c’è l’avvocato Guarrasi, c’è puzza di mafia”, io aggiungerei, di servizi segreti americani e di Stato italiano. Come scrive l’Autore a pagina 161: “i capi della CIA a Palermo gli facevano visita e dove tutti gli ambasciatori americani che si insediavano in Italia lo andavano a salutare”. Il puparo siciliano a servizio degli USA.

Pagina 163 “L’assassinio del sindacalista Puma (…) Il suo nome rimase nell’anonimato forse perché conduceva quelle coraggiose battaglie in un’area circoscritta –le alte Madonie-, dove lo Stato, con la compiacenza della mafia, non aveva messo piede”.

Pagina 166: “Solo alcuni anni fa si apprese che il segretario regionale del PCI, l’onorevole Pio La Torre, aveva tra le mani importantissimi documenti sulla strage di Portella, e in particolare sui collegamenti tra Stato e mafia. Era intenzione di La Torre fare esaminare il dossier a cinque professori universitari. Ma le carte non arrivarono mai nelle mani degli esperti: anche La Torre venne assassinato dalla mafia nell’aprile del 1982”.

Pagina 186, la sciagura del Belice. E’ vero, la natura ha distrutto, ma lo Stato italiano ha la vera colpa di essere rimasto, sordo, incapace volutamente, e menzognero. Pagina 187: “Si disse che il Belice inghiottiva i miliardi, ma dal profondo Sud rispondevano che era una grande bugia: i soldi venivano messi in bilancio ma non venivano spesi”. Nel Belice ancora oggi non vi sono più né italiani di Sicilia, né Siciliani d’Italia, ma solo terremotati. Ma cosa si ci può aspettare da uno Stato colonizzatore?

Pagina 19 “Il sequestro De Mauro”; riporto dall’ Almanaccu Sicilianu:

La sera prima del rapimento aveva detto alla moglie Elda: “Ho fatto una scoperta che farà tremare l’Italia. E per questo scoop mi daranno la cattedra di giornalismo”. Secondo il pentito De Carlo: “(…) l’ordine di ucciderlo era partito da Roma, dove i protagonisti del piano si erano sentiti in pericolo”.

Pagina 198, la sciagura aerea del 5 maggio 1972, un mistero, “il vicequestore di Trapani, Giuseppe Peri, mise in discussione la tesi dell’incidente, parlando di strage di mafia e terrorismo nero nell’ambito della strategia della tensione”. Nel 2012 il generale dei carabinieri Antonio Borzi chiese di riaprire il caso, allegando delle foto delle ali dell’aereo che riportavano evidenti fori di proiettile. A bordo vi era Litterio Maggiore, il medico si Salvatore Giuliano, conoscitore di tanti misteri sia sulla presunta morte di Giuliano che sulla strage di Portella della Ginestra. In realtà più si approfondisce lo studio di questa sciagura aerea più si rende conto che vi è stato un coinvolgimento di pezzi dello Stato Italiano, almeno nel coprire le indagini, e più si infittisce la coltre di mistero.

Pagina 204, l’uccisione dei due carabinieri il 27 gennaio del 1976 nella loro stazione di Alcamo Marino, ad opera di professionisti. I due carabinieri lo stesso giorno “avevano fermato un furgone carico di armi, forse – come si disse anni dopo –appartenenti a organizzazioni paramilitari”. Il colonnello Giuseppe Russo curò l’indagine e venne ucciso dalla mafia nello stesso anno. Finti colpevoli  e accusatori assassinati portano in conclusione ad una pista, pagina 207: “il misterioso Gladio, una struttura paramilitare legata ai servizi segreti di cui i due carabinieri Apuzzo e Falcetta avevano intercettato un carico d’armi”.

Pagina 211, Ustica 27 giugno 1980 l’aereo abbattuto da un missile terra aria, riporto dall’ Almanaccu Sicilianu:

Un spiraglio di luce sulla verità della strage di Ustica, del 27 giugno 1989 quando un Dc9 Itavia precipitò provocando la morte di 77 passeggeri e quattro componenti dell’equipaggio si è potuta attestare in una aula di giudizio solo il 28 Gennaio scorso, sono passati ben 33 anni gli stessi della vita di Gesù Cristo, con una sentenza della Cassazione: “abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile”, condannando lo Stato Italiano a risarcire i familiari delle vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli della Sicilia. Il problema rimane tutto siciliano perché non è possibile che la nostra Terra sia teatro di guerra all’insaputa del Popolo Siciliano che deve subire continuamente le vessazioni di uno Stato italiano tiranno, sordo ad ogni richiesta di autodeterminazione, negando diritti decisionali vitali e già abbastanza stabili, e messe nero su bianco sia nello Statuto d’Autonomia, sia in altri patti internazionali.

Pagina  217, Michele Sindona la sua misteriosa morte con il caffè avvelenato che ricorda moltissimo quello di Gaspare Pisciotta, sembra una ricetta tutta delle carceri italiane. Sindona come Pisciotta avrebbe dichiarato di essere in possesso di un dossier, pagina 219: “che avrebbe fatto tremare mezza Italia”. Non aggiungo altro, tanto se ne è discusso in altri miei scritti.

Pagina 221, Totò Riina morto il 17 novembre 2017, sicuramente ha la colpa verso il Popolo Siciliano di avere portato con se nella sua tomba i segreti dei misfatti dello Stato Italiano ai danni della Sicilia, la colpa di essere stato complice a fare deviare il corso della storia e del progresso dei Siciliani. L’Autore a pagina 221 si chiede: “Come mai Riina riusciva a condurre una vita regolare, senza essere mai intercettato?” Ce lo chiediamo tutti e tutti sappiamo la risposta, basta controllare la data del suo arresto avvenuta 15 gennaio 1993 a Palermo, avvenuta qualche anno dopo il crollo del sistema sovietico e la fine della guerra fredda, una coincidenza che fa pensare alla Gladio,  forse funzione affidata a Cosa Nostra, organizzazione paramilitare bene stanziata sul territorio? Che ne pensate?

Pagina 225, “L’omicidio La Torre: mafia o servizi segreti”. Penso che non vale la pena aggiungere altro, traetene voi le conclusioni.  Pagina 226: “Nel giugno del 2012 è stato riaperto il caso sull’omicidio. L’ipotesi è quella di probabili mandanti esterni all’apparato mafioso”.

Pagina 229, l’omicidio del giornalista Rostagno il quale era stato testimone ed aveva filmato uno scarico di armi nell’aeroporto abbandonato di Kinisia, probabili appartenenti alla Gladio, nell’omicidio la prova viene sottratta dagli assassini, tanto che l’Autore si chiede: “In questo giallo hanno avuto un ruolo i servizi segreti e la massoneria? Molti lo pensano”.

Pagina 236: “L’agenda rossa del giudice Borsellino”, come quella elettronica di Falcone, sottratte alla storia siciliana, da un potere criminale che illegittimamente occupa la Terra di Sicilia: lo Stato italiano.

Pagina 239: “La trattativa segreta Stato-mafia”, una farsa tragica, ormai la mafia aveva perso il suo ruolo precedente, visto gli assetti politici internazionali ed ha voluto mostrare un atto di forza senza effetto (Firenze, Milano, Roma), se non la resa con meno danni possibili a familiari e cose.

Pagina 268: 13 aprile 2012 “Un terremoto anomalo”, l’Autore ci informa di questa scossa di terremoto avvertita tra Trapani e Palermo, dovuta a fatti non pertinenti alla geofisica del nostro pianeta ma al – “la più grande esercitazione annuale inerente la lotta anti-sommergibile organizzata dall’Alleanza” Nato, cioè gli “Americani”, ovvero gli USA. Questi vengono a fare i propri bisogni proprio in Terra di Sicilia… a scaricare proprio “sopra numerosi vulcani sottomarini”. Fatto sconsiderato perpetrato ai danni di un Popolo senza sovranità alcuna.

Tiriamo le conclusioni.

Il libro è godibile anche nella lettura dei fatti insoliti, nelle leggende e personaggi fantastici, mostrando la bellezza culturale del nostro Arcipelago Sicilia che per la sua molteplicità, ricchezza storica e culturale dimostra sempre di essere un micro continente. In realtà neanche un libro di diecimila pagine potrebbe esaurire tutte le peculiarità di tali eventi, ma Di Pasquale ha saputo selezionare con maestria gli argomenti.

Per gli eventi criminosi storici sembra che il Di Pasquale abbia tracciato un percorso che cronologicamente porta ad una tragica verità. Abbiamo visto come la deviazione della verità storica dell’impresa dei Mille abbia portato in un percorso di negazione al Popolo Siciliano della conoscenza reale dei fatti. Così gli eventi delittuosi, sia tra il riscatto sociale e socialista nel campo lavorativo, dove lo Stato colonizzatore è stato chiaramente complice, sia con le stragi. La mafia con una funzione ben precisa, a servizio dello Stato, con la funzione Gladio, complici tutte e due di avere negato lo sviluppo economico e culturale del Popolo Siciliano, fin quando in ultimo si scopre che un terzo attore è protagonista e regista degli eventi misteriosi in Terra di Sicilia: gli Stati Uniti d’America! Loro hanno condizionato la storia dell’Italia repubblicana, con una democrazia controllata e quindi la Sicilia, avanti nella storia occidentale, è stata teatro di esperimenti politici e condizionamenti vari. Ecco cosa svela la lettura attenta di questo libro, poco conta se l’Autore l’abbia fatto volontariamente, oppure è solo dovuto alla stesura cronologica dei fatti. E allora, una volta e per sempre, visto la copertina, togliamo questi cappucci e scopriamo chi c’è nascosto sotto.

LA PAURA DEL MALE Riflessioni di lettura su BENITO CERENO – Herman Melville

2 Nov

LA PAURA DEL MALE

Riflessioni di lettura su BENITO CERENO – Herman Melville

di

Alphonse Doria

 

 

Questo libro ( BENITO CERENOdi Herman Melville del 1855) ha avuto come gadget del quotidiano Repubblica, Gruppo editoriale L’Espresso SpA anno 2011, la traduzione è di Massimo Bacigalupo, è stato il compagno di mio ultimo viaggio in Sicilia. Melville (1819 – 1891) autore del romanzo Moby Dick (1851) ritenuto un’opera fondamentale della letteratura mondiale. Nei suoi racconti trovo sempre dei aspetti filosofici dell’Hermetismo. Ogni personaggio ed elemento, oltre a essere ciò che è nel ruolo della storia narrata, ha una profondità più profonda e estesa nascosta. Quindi in questa storia vi è l’aspetto narrativo di una vicenda, che un primo acchito sembra abbastanza lineare, se pur intrigato in prima parte, e cosmic aspetto di valori assoluti. La navata San Domenico è il concetto di nazione, il suo capo Benito Cereno il suo capo, quindi il potere. Mentre il mare rappresenta il Mondo che tiene tutti legati alle sue leggi. Nella nota introduttiva di Giancarlo De Cataldo è riportata la nota di Cesare Pavese a riguardo (pagina 59: “la sola forma sensibile che agli occhi di Melville può degnamente incarnare il cupo e ironico nocciolo demoniaco dell’universo”. Eppure il mare, come anche in Moby Dick, è un teatro nella sfida di ogni scenario Il mare è presente come un irresistibile fatal forza tra tutti i protagonisti, mentre non c’è verticale, non c’è cielo, è una storia tutta orizzontale. di potere assoluto, che assoggetta gli uomini alla schiavitù e agli spregevoli condizioni, nella figura del padrone degli schiavi don Alexandro Aranda, è capopopolo, rivoluzionario, sovversivo, his role is to break down the power established by all means, e riesce in maniera eccellente. Così il padrone viene ucciso e il suo bianco scheletro è posto come simbolo della navata. Ma il mare impone le sue regole, pone le distanze alla libertà vera e propria e non fittizia, momentanea. A questo punto entra in scena l’americano Amasa Delano, capitano della Delizia di Bachelor, e le ruoli tra i protagonisti vengono invertiti, quindi il sovversivo, lo slavo negro Babo, diventa fervente servitore del capitano Benito Cereno che da prigioniero ritorno al suo ruolo, controllato sotto minaccia di morte costantemente. Sembra una astuzia diabolica quella di Babo e leggendo si ha l’impressione che l’ingannatore sia condannato dalla penna dell’Autore, e il lettore sembra pareggiare più per lo spagnolo Cereno. Ma è solo “una commedia illusionista” (pagina 69), un’impressione, perché in realtà Babo, in quanto schiavo, ha il dovere di ribellarsi a tale condizione, come ogni altro vittimo di qualsiasi tipo di schiavitù. Certo se ha la forza, il coraggio, l’intelligenza che ha il dovere della rivoluzione, non importa definitivamente l’esito finale, il riscatto è sufficiente all’onore e al suo dignità. A pagina 6, nell’Introduzione: “la rivolta sia l’esito scontato di una condizione di odioso servaggio”. De Cataldo ci chiede da quale parte sta il lettore? Io non credo che la risposta sia d’obbligo sia solo questione di entrare nei ruoli dei personaggi. Personalmente ho trovato Babo un autentico leader per la astuzia, il controllo e la prontezza, sono stato dalla prima linea da parte sua contro il oppressore spagnolo. Contro anche al capitano Delano e la sua odiosa frase (pagina 30): “trovereste vantaggioso tenere occupati tutti i tuoi neri, specialmente i più giovani, non importa se con lavori inutili, qualsiasi cosa avvenga alla navata “. Penso ciò che fanno ancora oggi i colonizzatori dove per tenere più occupati possibili fanno le strade senza attrezzatura moderna, perché non importa in strada ma in progress ma oppressione. Come l’inefficienza scolastica soprattutto nel meridione d’Italia e nelle isole con promozioni facili (ricorda il 6 politico?) Creando gli ignoranti con la laurea, perché l’Italia non interessa il progresso o il futuro dei giovani ma l’oppressione, quindi più i giovani sono incapaci più è facile l’oppressione e hanno meno spirito di rivolta. Penso ciò che fanno ancora oggi i colonizzatori dove per tenere più occupati possibili fanno le strade senza attrezzatura moderna, perché non importa in strada ma in progress ma oppressione. Come l’inefficienza scolastica soprattutto nel meridione d’Italia e nelle isole con promozioni facili (ricorda il 6 politico?) Creando gli ignoranti con la laurea, perché l’Italia non interessa il progresso o il futuro dei giovani ma l’oppressione, quindi più i giovani sono incapaci più è facile l’oppressione e hanno meno spirito di rivolta. Penso ciò che fanno ancora oggi i colonizzatori dove per tenere più occupati possibili fanno le strade senza attrezzatura moderna, perché non importa in strada ma in progress ma oppressione. Come l’inefficienza scolastica soprattutto nel meridione d’Italia e nelle isole con promozioni facili (ricorda il 6 politico?) Creando gli ignoranti con la laurea, perché l’Italia non interessa il progresso o il futuro dei giovani ma l’oppressione, quindi più i giovani sono incapaci più è facile l’oppressione e hanno meno spirito di rivolta.

Il simbolo del maschio è lo scheletro del padrone che testimonia la liberazione della schiavitù, appunto Aralda ucciso (pagina 96) per “essere sicuri della loro libertà” e soprattutto intima la minaccia agli altri a bordo che avrebbero seguito la sua fatalità in caso di opposizione. Una pagina 97: “il negro Babo gli mostrò uno scheletro, che è stato sostituito all’originale polema originale della nave, immagine di Cristofero Colombo, scopritore del Nuovo Mondo. (…) dalla sua bianchezza non pensasse che fosse un bianco. (…) altrimenti seguirete il tuo capo con lo spirito, come ora seguite con il corpo- e indicato la prua “. Lo scheletro bianco è il simbolo pirata per eccellenza, intima la morte, intima terrore. Lo scheletro del padrone possiamo dire è una variante di quelle bandiere pirata. Entrando nel senso più stretto io percepisco come un’esposizione del torto subito con il padrone, quel torto che per quell’epoca era giustezza, legge, ma che poteva essere nello stesso frangente motivo di rivolta. Quindi il Male è il concetto. Simbolo esposto dove ognuno deve avere paura in quanto è sempre sorgente di sciagura e morte. Il male si annida nel buon senso comune, nello stato, ma in sintesi si avverte ed è in questo sentimento che c’è la paura del male che provoca gli altri. A pagina 104 si legge che pure le donne erano “soddisfatte della rivolta e (…) della morte del loro padrone Alexandro”. Ma la giustazza della schiavitù vista per diversi millenni anche dal sentimento religioso pervade anche una pagina 109 nelle parole di ringraziamento di don Benito a Delano. “Dio ha reso inccabile la tua vita, ma tu hai salvato la mia. (…) voi in tutte le imboscate avevate il salvacondotto del Principe del Cielo “. Credo che nessuna schiavitù fosse ammessa da Dio. Pure se la rassegnazione e la sottomissione fa parte degli insegnamenti etici cristiani. Ma il maschio è un sentimento vivo tanto che Benito Cereno lo percepisce ormai salvo alla domanda di Delano (pagina 110): “-Cosa ha gettato su di te tanta ombra?” Risponde: “-Il negro”! Bisogna avere paura del maschio causato agli altri sia direttamente che indirettamente. Ma il maschio è un sentimento vivo tanto che Benito Cereno lo percepisce ormai salvo alla domanda di Delano (pagina 110): “-Cosa ha gettato su di te tanta ombra?” Risponde: “-Il negro”! Bisogna avere paura del maschio causato agli altri sia direttamente che indirettamente. Ma il maschio è un sentimento vivo tanto che Benito Cereno lo percepisce ormai salvo alla domanda di Delano (pagina 110): “-Cosa ha gettato su di te tanta ombra?” Risponde: “-Il negro”! Bisogna avere paura del maschio causato agli altri sia direttamente che indirettamente.

La scena a pagina 34 dello schiavo Atufal, il re divenuto schiavo e Babo, prima schiavo di un padrone nero ora da uno bianco, è vero emblematica, basata sull’aspetto e sul comportamento, in realtà nulla era vero e il vero padrone e re della situazione era Babo. Il significato profondo sta nella negazione della rassegnazione della propria condizione di schiavo. Atufal fiero nell’aspetto non chiede scusa e non si sottomette, ma in realtà è il compagno di rivolta, mentre Babo in apparenza sottomesso e servile è l’artefice della rivolta, la mente, ecco che le sue parole a pagina 35: “Lo schiavo porta il lucchetto, ma il padrone tiene la chiave”, chiariscono che quella falsa rassegnazione nei simboli del potere tirannico (il lucchetto e la chiave) fa parte della rivoluzione. In ogni rivoluzione c’è sempre chi deve fingere di stare con il tiranno per riuscire a sconfiggerlo.

Sottolineature

L’osservatore americano percepisce qualcosa di poco chiaro ma non ha chiarezza. Operazioni occulte e segni tra i neri, a pagina 40: “come se muti segni d’un qualche tipo massonico fossero stati scambiati”.  Questo riferimento di Melville alla massoneria ha attinenza alle simpatie che ha tra i massoni di tutto il globo, spesso citato come esempio per le loro teorie filosofiche tramite i personaggi e le scene dei suoi racconti visti come allegorie.

Pagina 47

“La mano (…) non sembrava essere in rapporto naturale col viso (…) molto fine se non fosse stato sofferto. Se tale sofferenza avesse alcunché di delittuoso non si poteva dire. Infatti, come il caldo e il freddo intenso danno per quanto diversi sensazioni simili, così l’innocenza e la colpa collegate al dolore mentale lasciano un’impronta visibile valendosi di un solo sigillo, e questo è un sigillo scheggiato. (…) un occhio cupo, distolto come per pena o vergogna, (…) un ordine di idee generale che dissocia il dolore e l’abbattimento dalla virtù e li collega necessariamente al vizio”.

Pagina 49

“Ecco la natura nella sua nudità” (…) “tenerezza e amore genuino” Spontanee come le femmine del leopardo, amorose come colombe”.

Queste sono le riflessioni di Delano mentre osserva una giovane schiava che bacia il proprio figlio appena sveglio.

 

Pagina 53

“nodi gordiani per il tempio di Ammone”

 

Pagina 57

“come nazione- rimuginò –questi spagnoli sono una razza strana, già la parola ‘spagnolo’ ha un sapore curioso, da cospiratore, da Guy Fawkes”.

Strana questa associazione di Malville e soprattutto il richiamo a questo personaggio storico capo di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi contro la corona e il parlamento inglese tramite una esplosione nella Camera dei Lord nel 1606. Tanti oggi indossano la maschera di questo personaggio per mantenere l’anonimato e per minacciare il potere.

 

Pagina 59

“imparzialità repubblicana nei confronti di quell’elemento, tanto repubblicano che cerca sempre lo stesso livello, e trattò il bianco più anziano non meglio del nero più giovane”.

 

Pagina 64

“Invero capitan Delano, come la maggior parte degli uomini di cuore buono e felice, era attirato dai negri non per filantropia ma per cordialità, come altri dai cani Terranova”.

 

Pagina 71

“a un tempo con la morale di Cristo e con quella di lord Chesterfield”.

Philip Dormer Stanhope, IV conte di Chesterfield  (1694 – 1773), vissuto a Londra scrisse molti aforismi ecco due esempi:“I nostri pregiudizi sono le nostre amanti; la ragione è al meglio nostra moglie, molto spesso necessaria, ma raramente considerata.”, “Devi saper guardare dentro le persone oltre che alla persone.”

Pagina 83

“dopo le buone azioni la coscienza non è mai ingrata, per quanto lo possa essere il beneficiato”.

Pagina 86

“un lampo  rivelatore (…) li vide senza maschera (…) una feroce rivolta pirata”.

Pagina 109

“Un tal punto può errare anche il miglior uomo nel giudicare la condotta di qualcuno con i segreti di cui non ha familiarità”.

 

IL FANTASMA NELLA CASA DEGLI ORRORI

28 Set

IL FANTASMA NELLA CASA DEGLI ORRORI

RIFLESSIONI DI LETTURA SU “JOYLAND” DI STEPHEN KING

di

Alphonse Doria

 

Chi è Stephen King? Per chi ancora non ha l’idea lo metto subito all’attenzione che le sue cifre sono esorbitanti; sono stati venduti più di quattrocentomilioni di libri, sottolineo libri, in tutto il pianeta. Io, involontariamente, ne avrò letto tre o quattro, tra cui Joyland pubblicato nel 2013, in offerta, quasi regalo, nei club di lettura, Edizione Mondadori Direct SpA per Mondolibri Milano. L’impianto storico è dei primi anni ’70, la location: Luna Park. L’eroe: uno studente lasciato dalla fidanzatina che si trasforma in un salvatore di vite umane: una bambina da un soffocamento e un antipatico scorbutico anziano da un infarto, finalmente migliora la vita ad un infelice bambino succube di una malattia incurabile e scopre l’identità di un psicopatico pluri-assassino. Il tutto ben condito da apparizioni di fantasma per l’immancabile atto dovuto alla fede spiritistica massonica americana. Un libro che si legge in un bicchiere d’acqua, congeniato bene, è stupido da parte mia segnalarlo, ma devo dire, purtroppo, che quando si chiude il libro  alla fine non rimane nulla. E’ come vedersi un film, si ha quell’ora e mezza di svago e  basta. Quindi chi si accinge alla lettura di un prodotto commerciale come questo è inutile aspettarsi porte segrete per giungere a pensieri o emozioni di verità non conosciute sino ad allora. Niente fatica, niente guadagno. L’unico a guadagnarci è Stephen King, penso: più marchio che scrittore. e basta.

 

sottolineature

A pagina 5:

“Raramente i gentiluomini trombano”.

 

Pagin 51:

“Non credo che gli uomini siano in grado di parlare di donne in maniera sensata”.

 

Pagina 68:

“La storia è tutta la collettiva e ancestrale della razza umana, un grande pelo di sterco che continua a crescere. Adesso noi siamo in cima, ma presto saremo curiosi sotto quella delle generazioni a venire “.

 

Pagina 100:

“Vomitare addosso agli altri i propri sentimenti fosse il massimo della maleducazione”.

 

Pagina 158:

“Niente ti fotte la memoria peggiore della abitudine”.

 

Pagina 160:

“Nel Libro dei Proverbi, si è avvertiti che – come una canna ritorna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze».

 

Pagina 173:

“Gratta gratta, sotto un bullo troverai sempre un codardo”.

 

Pagina 254:

“(…) non andiamo in cerca di divertimento. Noi lo portiamo “.

 

Pagina 267:

“Certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita esistono almeno un paio”.

 

Pagina 330:

“Tre del mattino, che alcuni poeti abbiano giustamente soprannominato l’ora del lupo”.

 

Per la lettura di questo libro, da tenere nel WC, non voglio dare alcun consiglio.