IL CACCIATORE DI FARFALLE Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

7 Mag

IL CACCIATORE DI FARFALLE

Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

Di

Alphonse Doria

Viaggio in India di Hermann Hesse, Sugar editore & C., Milano, gennaio 1973, lire 1.800, mi è stato portato da uno dei miei figli, forse Federico. Il fatto sta che era lì che giaceva, anno dopo anno. E’ l’ennesima opera che leggo di questo grandissimo Autore, premio Nobel per la letteratura 1946. A casa ho sempre avuto una copia in più di Siddhartha da fare dono a qualche giovane visitatore per iniziarlo alla buona lettura.

Come ogni intellettuale Hesse anticipa, percepisce l’animo della storia. In questo  libro di viaggio, prima edizione Berlino 1913, vi è una prima testimonianza del declino  dell’uomo europeo, che sarà sempre più deviato dalle forti  ideologie tecniche, con la perdita di quel sentimento scaturito dalla genuinità atavica della propria natura di essere. Quando si ci mette in cammino si è sempre mossi da una ricerca. L’oggetto di questa ricerca potrà essere materiale o spirituale. E l’uno contenere l’altro. L’oggetto del viaggio di Hesse è stato quello di ritrovare la spiritualità percepita e mitizzata dai ricordi dell’infanzia, che non trova in Occidente. Ma alcune immagini gli rimarranno dentro e daranno il loro frutto. L’opera Siddhartha è la testimonianza che l’Autore ha trovato quel Mondo perduto.

Bisogna fare della propria vita un viaggio, dove ogni immagine è un seme che nel tempo germoglia nel giardino che ognuno dentro ha.

In futuro negli anni ’60, il disagio della perdita di sentimento, si allargherà in tutto l’Occidente.  E molti giovani si illuderanno di intraprendere la ricerca affidandosi a gli effetti dei stupefacenti. E’ un modo di prendere delle scorciatoie risultate terribilmente sbagliate, dei veri dirupi dove perdersi, invece di trovarsi. Altri intrapresero il cammino segnato da Hesse verso l’India. L’India come l’intende l’Autore, più che luogo geografico, zona/dimensione/spirito/origine. Così, se pur il titolo parla d’India in realtà lui ha visitato i territori dell’Indonesia. Così scrive a pagina 44:

“(…), partivamo per l’Asia, che non era parte del mondo, ma un posto ben preciso e pur tuttavia misterioso tra l’India e la Cina. Da lì avevano avuto origine i popoli, le loro dottrine e le loro religioni; lì erano le radici di ogni saggezza, l’oscura sorgente di ogni vita umana, le immagini degli dei e le tavole delle leggi. (…) pensavo al drago d’oro, al nobile albero bo, al serpente sacro. (Nota: Fico che avendo protetto con la sua ombra le lunghe meditazioni di Buddha, divenne sacro con il nome di “albero della chiaroveggenza”, bodbirukkba, o più brevemente, albero bo. Pagina 45 …) ero in partenza per l’Asia, per vedere l’albero sacro e il serpente, per ritornare alla sorgente della vita, dalla quale tutto aveva avuto origine, e che rappresenta l’eterna unità dei fenomeni”.

Pagina 49: “Mi sentivo amato dal padre e dalla madre, guidato dal guru, purificato dal Buddha, redento dal Salvatore; qualunque cosa  ora mi fosse accaduta, mi avrebbe lasciato completamente indifferente. (…) rumoreggiava l’eternità e profondamente, nella notte della sacra ombra, risplendeva dorata l’antichissima porta del tempio”.

Ogni Terra ha il suo Spirito che condivide con gli abitatori tanto da farne un Popolo e insieme Nazione. A volte questi popoli vengono colonizzati da altri prepotenti e arroganti così il Popolo Malese, ecco che scrive Hesse in una semplicità sconvolgente la disgraziata colonizzazione malese, pagina 59:

“Questi poveri malesi, non potranno mai diventare come fanno invece gli europei, i cinesi e i giapponesi, padroni o imprenditori di questi lavori, ma saranno sempre costretti ad eseguirli come taglialegna, uomini da fatica e segatori, e ciò che essi guadagnano, lo restituiscono, quasi tutto, ai commercianti stranieri, in birra, tabacco, catene per orologi e cappelli per la domenica”..

Farfalle catturate da Hesse

Lo Scrittore ha un altro motivo che lo spinge a viaggiare, ed è quello di catturare farfalle per la sua collezione. Dal mio punto di vista, non sono solo le farfalle insetti che cerca e cattura, ma tutti quei momenti particolari, quelle immagini che scaturiscono sentimento. Quegli attimi dove si incrociano il Cielo verso la Terra e la Terra verso il Cielo in una spinta da ambo le parti. Due triangoli che si incrociano come le ali di una farfalla. Ed è proprio in questo incrocio che avviene la metamorfosi dell’uomo vecchio che muore e dell’uomo nuovo che nasce. Come la crisalide di una farfalla pronta a morire per rinascere splendente a nuova vita.

Emblematico l’episodio del capitolo Vita di società dove in un circolo di europei Hesse vide una farfalla grande quanto una mano dai colori stupendi e decise di catturarla per la sua collezione prima di ritornare in albergo. Ma arrivato il momento, ecco cosa succede, pagina 64:

“La gigantesca farfalla attratta più volte dalla luce si era ormai bruciata le ali”

Perché le belle occasioni si prendono al volo. Ma lui è un abile predatore e la farfalla non è solo l’insetto che sorvolava quell’ambiente, è anche un immagine, un sentimento, un momento, così continua:

“Presi a cercarla e la trovai sul pavimento priva di vita. Quando la sollevai, il suo corpo, già in parte rosicchiato brulicava di quelle minuscole e grige formiche nane, che qui si ritrovano nello zucchero, nelle scarpe, nelle calze, nella scatola di sigarette e nel letto, e sulla cui selvaggia avidità di preda si impara presto a scrollare le spalle, come sulla crudeltà dei cinesi, sulla falsità dei giapponesi, sulla mania di rubare dei malesi e su altri piccoli e grandi mali dell’Oriente”.

Vi è solo una differenza che vorrei aggiungere, che la crudeltà animale è innocente, mentre quella umana è sgradevole e dolosa. Nell’Autore non sussiste pregiudizio razziale, almeno credo. Nell’episodio del capitolo Notte sul ponte narra della piccola malese ingioiellata che l’osserva. Hesse descrive il più terribile, forse vero pregiudizio sull’occidentale, sull’uomo bianco, che ha schiavizzato e distrutto migliaia di nazioni in nome della religione e del progresso, con una crudeltà infame e terribile, pagina 69:

“(…) mi osservava attentamente, con i suoi occhi belli e calmi e con interesse reale, quasi potesse spiare nel sonno che razza di animale è l’uomo bianco. (…) i begli occhi curiosi di una cavalla o di un vitello”.

Quegli occhi sono intellettivi e intelligenti, eppure innocenti, come quelli di un animale.

Ecco di seguito altre delle tante farfalle che ha catturato Hesse e che mi hanno colpito particolarmente.

Hesse, spettatore di uno spettacolo teatrale, analizza questi attori nella loro essenza, notando intanto quanto possono essere vulnerabili ed ingenui nel loro sentimento, pagina 16:

“(…) i poveri malesi mi apparvero come cari e deboli bambini, senza possibilità di salvezza, in balìa dei  più malefici influssi europei. Recitavano e cantavano con superficiale abilità, con aggressività napoletana, talvolta improvvisando, al suono di un moderno armonico.”

Sembra che stia descrivendo una anticipazione di Bollywood. Anche perché se sono malefici gli influssi europei immaginiamoci come sono quelli americani…

Pagina 20, 21: “L’intenso traffico delle strade (Singapore) ricorda molto da vicino quello delle città italiane; e pur tuttavia assolutamente privo del folle rumore con il quale in Italia ogni fiammiferaio propaganda la sua mercanzia”.

Pagina 24: “La piccola gracile fanciulla ha un dolce viso infantile, (…), ma i suoi occhi sono abili e freddi; è forse il viso cinese più disperato e scaltro di tutta Singapore”.

Queste altre immagini rappresentano il paesaggio, l’uomo e la natura si incontrano nella storia, ma ecco cosa avviene quanto la storia di un popolo viene deviata.

Pagina 35: “Il clima distrugge con grande rapidità ogni lavoro umano, per cui le abitazioni non sono ispirate a criteri di durata e stabilità, ma soltanto a una esigenza momentanea di ombra e di riparo dalla pioggia”.

Pagine 37: “(…) le costruzioni sono colorate, per lo più di un violento colore turchino, che nella forte luce dei tropici, risulta fresco e nobile”.

Pagina 38: “(…) guardando da un bosco di palme, bello e silenzioso, o da un vicolo di un grazioso e lontano paese della Malesia oppure da una strada cinese blu scura, discreta nella sua uniformità, una chiesa, che, eretta, su uno spazio isolato, in stile gotico inglese, irrazionale e assurdo, dichiara apertamente l’impotenza culturale dell’Occidente (…). Una casa malese, appena (pagina 39) terminata, dopo tre mesi, sarà perfettamente integrata nel paesaggio, come se fosse stata costruita da cinquantenni; invece un palazzo residenziale olandese, una chiesa inglese o un edificio scolastico cattolico di stile francese non potranno mai rallegrare il nostro sguardo, fintanto che non avranno posto termine alle loro esistenza carica di colpe e non avranno restituito alla natura le singole parti di cui sono composte”.

Pagina 50: “(…) lo stanco chiarore delle stelle”.

Pagina 62: “Multatuli (NOTA: Pseudonimo dello scrittore olandese Eduard Douwes Dekker. (…) Egli prese decisamente le difese degli indigeni che venivano sfruttati senza riguardo, ma venutosi a trovare in contrasto con i suoi superiori per questo atteggiamento, ritornò in Europa)”.

La farfalla più bella e suggestiva Hesse la cattura tra sogno e realtà a pagina 74:

“Ero un bambino che stava per piangere, cullato da una madre, che mi cantava una antica nenia in malese; stavo per aprire gli occhi, pesanti come il piombo, per guardarla, quando riconobbi il volto millenario della foresta vergine, che china sopra di me mi parlava in un sussurro. Ero proprio nel cuore della natura; (…) lì marciscono e muoiono i popoli, e dal mucchio delle loro carogne risorge rapidamente un’altra  razza umana, esuberante e invulnerabile”.

Cosa dire di questa icona potentissima? La vergine madre che tiene in braccio il bambino, sintesi del sentimento religioso. Di fronte alla ciclicità di Madre Natura quale confronto può tenere l’arroganza del misero uomo, o di un popolo, o di tutto il genere umano? Lo stesso genere umano che non riconosce la grande fortuna e il grande amore che questo pianeta ha per le proprie creature. E allora la ricerca di Hesse continua allargando lo sguardo in posti lontani, immensi orizzonti, pagina 76:

“(…) osservare con stupore l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile e l’irrazionale dentro di me. (…) non con il desiderio di chiarire queste cose, ma soltanto con l’esigenza di essere presente e di non perdere neppure uno degli straordinari attimi, nei quali la grande voce mi avrebbe parlato e nei quali io, e con me, la mia vita e la mia sensibilità sarebbero svanite e avrebbero perso di valore, poiché sarebbe stato soltanto un insignificante tono armonico rispetto al profondo tuono e all’aurora più profondo silenzio dell’incomprensibile avvenimento. (…) e rabbrividire per una profonda angoscia mortale”.

Leggere queste righe di prosa mi è sembrato di riscontrare la sublime poesia di Leopardi L’infinito. Mi viene spontaneo che questa Anima Mundi è percepibile al di là del tempo, basta lo spirito pronto al sentimento, poi la strada ognuno scelga la propria: l’arte, la religione, la sapienza, l’amore o ciò che vuole.

Pagina 85: “Qui le persone che litigano sono rare e non si vedono mai ubriachi, e di fronte a ciò il viaggiatore che viene dall’Occidente si vergogna di provarne stupore”.

Pagina 91: “(…) ma si prova uno stupore maggiore sentendo che, qui, secondo un’antica leggenda di Palembang, sarebbe sepolto Alessandro Magno”.

Pagina 95: “ In Europa non abbiamo nessuna idea di come possa essere scura la notte ai tropici”.

Pagina 96: “(…)una gabbia di scimmie vive”.

Pagina 100: “Un piacere atavico e un sentimento patriottico, che con mia grande delusione, non avevo mai provato di fronte al tipico paesaggio tropicale, lo sentii quella volta osservando questa gente così naturale, primitiva e spensierata; questi, infatti, vivono qui in India, in maniera ancora più bella e seria che, per esempio, in Italia, dove normalmente siamo abituati a cercare la “innocenza del Sud””.

Pagina 104: “Noi siamo giunti lontano ed è bello, che per noi, piccola e insignificante parte dell’umanità, non siano più necessari né il crocifisso sanguinante e neppure il liscio e sorridente Buddha. Noi vogliamo superare questi e altri dèi per imparare a farne a meno. Ma sarebbe bello, se un giorno i nostri figli, che sono cresciuti senza dèi ritrovassero il coraggio, la letizia e lo slancio degli animi, per erigere  monumenti e simboli alla loro interiorità, così luminosi, grandi e inequivocabili”.

Pagina 108: “I sacerdoti indicavano gli antichi libri del tempio, sontuosamente rilegati in argento e i cui testi sacri, scritti in sanscrito e pali, presumibilmente non riuscivano più a leggere, e ciò che essi, in cambio di pochi soldi, scrivevano su foglie di palme non era un bel verso o un nome, bensì la data del giorno e la denominazione della località, una insipida e meschina quietanza. (…) Il buddismo di Ceylon (…) non è nient’altro che una delle solite forme, commoventi e dolorosamente grottesche, nelle quali l’inconsolabile dolore dell’uomo si evidenzia per la sua mancanza di spirito e di forza”.

Pagina 119: “Tutti hanno gli stessi occhi belli e supplichevoli e un residuo di selvaggia innocenza e di mancanza di senso di responsabilità in un’anima estremamente sensibile”.

Pagina 120: “Hanno tutti, dal ricco proprietario edile fino al misero coolie paria, una religione. La loro religione è povera, corrotta, esteriore, imbarbarita, ma è potente e onnipresente come il sole e l’aria, essa è flusso vitale e atmosfera magica ed è l’unica cosa per la quale noi invidiamo seriamente questi poveri popoli sottomessi. (…) la consapevolezza di trarre forza da una fonte magia ed inesauribile, che noi nord-europei, nella nostra intellettualistica e individualistica cultura, proviamo solo raramente, per esempio ascoltando la musica di Bach, viene sentito ogni giorno dal maomettano, che nell’angolo più lontano del mondo esegue pregando le sue genuflessioni e dal buddista nel freddo atrio del suo tempio. E se noi, europei non riguadagneremo questo sentimento in una forma superiore, non avremo più diritto all’Oriente. Gli inglesi, che, nel loro sentimento nazionalista e nella gelosa cura della propria razza, possiedono una specie di religione sostitutiva, sono infatti anche gli unici occidentali, che hanno saputo ottenere qui un potere effettivo e un certo peso culturale”.

Conclusioni

Possiamo intuire che in questo viaggio in “India”  ha trovato l’occidentale/europeo  ormai in declino, perché ha perso il suo sentimento della magia, quello atavico e quindi se lo vuole ritrovare deve ritornare alle origini, dove tutto ha avuto inizio.

Sembra preannunciare sentimenti devianti che nasceranno appena dopo come il nazismo nel 1920. Il sentimento di nazione è ben diverso  da una religione. La quale prima viene suscitata con la propaganda e poi viene imposta.

Ormai il cambiamento è vicino, nonostante le ideologie tecniche, nazionalsocialismo, comunismo e democrazia elettorale, nonostante, la chiamata a quel sentimento spirituale delle apparizione mariane, l’uomo occidentale è ancora disperso senza sentimento per la propria Terra, senza sentimento per il proprio interiore, non avvertendo più quel sentimento della magia dei cieli sopra e dove ne è immerso avviandosi sempre più ad una inevitabile catastrofe esistenziale. I figli dei fiori, gli Happy hanno cercato l’Oriente, dentro di loro, portando un filo di speranza nell’Occidente, solo per poco, perché questa speranza in parte diventa facilmente spazzatura e in parte muore come religione.  Gli uomini delle certezze, sono coloro che credono di essere felici dentro un’ampolla di vetro opaco. Mentre il pensiero debole relativista lascia l’uomo europeo in balìa di tutte le trappole capitalistiche.

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