LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

4 Giu

LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

Riflessioni di lettura su IL CONSIGLIO D’EGITTO di Leonardo Sciascia

Di

Alphonse Doria

Vi sono libri che vanno letti almeno due volte, come: Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia  edizione Mondadori – De Agostini, I Grandi Bestsellers – Novara 1986, prima edizione è stata Giulio Einaudi nel 1963. Mio figlio Federico lo ha trovato, abbandonato e solo, chissà dove e lo ha adottato per farmene uno specifico regalo, visto che era stato oggetto di diverse discussioni.  Certe sfumature, certe grandezze letterarie si possono percepire con una certa vita vissuta, dopo l’accumulo di pagine e pagine di letture d’ogni genere e maniera.

Leggendo questo romanzo storico mi è sembrato di assistere ad uno spettacolo teatrale dove l’ambientazione è immersa nel buio e i  personaggi entrano in scena emergendo nella luce. Un plauso particolare va ad Emidio Greco che ha diretto nel 2002 il film omonimo. E’ stato riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano. Il regista ha saputo operare non tradendo minimamente il romanzo di Sciascia, mettendo il suo ingegno e la sua arte a servizio della letteratura. Questa è una tradizione tutta italiana iniziata con i film di Blasetti e continuata in seno alla Rai con i romanzi adattati alla televisione, ponendo così opere di grande letteratura a milioni di telespettatori.

Le ambientazioni sono diverse, spesso i salotti dei nobili, di grande effetto la sala delle torture ed infine il patibolo. Sciascia non descrive, accenna, concettualizza questi posti, vi è solo buio e luce ben distinti. Il buio è il periodo storico di un Popolo assoggettato tramite alcuni che percepiscono dei privilegi a spese di tutti gli altri: nobili e clero. La luce è la Ragione che permette l’accesso all’azione, alla messa in scena della storia.

A questo punto si deve riflettere su cosa è il concetto di Storia per Leonardo Sciascia. A pagina 59, il lettore viene violentato mentalmente con un assioma netto, crudo: “La storia non esiste.”! Ma non è così, perché la storia esiste come esiste la ricerca e lo studio del passato. Poi è un fatto di coscienza ciò che viene trascritto, visto o non voluto vedere, del curatore, storico mestierante o appassionato. Insomma anche qui è una questione di ragione e sentimento. Cancellare le prove del già accaduto non significa condannare i protagonisti di quel passato, anzi promuoverli ad un nuovo apparire senza prove di contrasto, perché, appunto, sono state distrutte. Ciò che intendeva l’abate Vella nel romanzo è il concetto di storia come verità che non esiste, tanto così risponde al suo aiutante all’impostura frate Camilleri a pagina 59:

“(…) il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri (…)”.

Continua il Vella con la similitudine della “storia dell’albero e delle foglie”, dove le foglie sono gli uomini di ogni strato sociale e che un giorno voleranno via dall’albero e scompariranno, marciranno, anche l’albero scomparirà e lo storico non avrà mai l’orecchio così fine per ascoltare il gorgoglio degli stomaci per la loro fame subita. Il punto di domanda, che tantissime altre volte mi sono posto, è: lo “storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende” rinunzierebbe a ciò per il sentimento della verità? L’abate Vella questo chiede a frate Camilleri a pagina 59; 60:

Forse che lo star bene vi mette prurito alla coscienza?”.

Per chi è alla ricerca del passato, quando i documenti vengono distrutti, il compito diviene arduo. Come è quasi impossibile il ricostruire gli anni e gli eventi tragici delle stragi in Italia, perché documenti prima segretati, poi sono fatti sparire. Così il marchese Geraci, nel Capitolo III del libro, denunzia, con animo contemporaneo, quasi sembra Sciascia stesso a lamentarsi, la distruzione dell’archivio del Santo Tribunale dell’Inquisizione del viceré Caracciolo, “è un danno enorme, irreparabile”. A pagina 22:

bruciare così tre secoli, come niente; tre secoli che ci vuol altro che una fiammata per cancellarli; un patrimonio, una ricchezza che apparteneva a tutti”.

Così quella del Caracciolo, oltre a definirla una delle sue “caracciolate”, la chiamarono anche una “vastasata”. Prende le difese, il vero protagonista del racconto, l’avvocato Francesco Di Blasi:

Non è stata una vastasata: il marchese Caracciolo ha voluto dare a tutti il senso preciso, il preciso avvertimento che i tempi stanno per mutare; e che di un certo passato bisogna fare come della roba appestata: un rogo…”.

Questo pensiero, che Sciascia ha fatto esprimere al suo personaggio, non è assolutamente condividibile, perché il passato non si può distruggere in nessun modo, quello è stato e quello rimarrà con tutte le sue conseguenze, si può solo analizzare, e se si vuole, graziare o condannare. Il distruggere documenti, monumenti e mettere al rogo libri è quello spirito della rivoluzione che tradisce se stessa divenendo solo tirannia. Il corso del romanzo darà testimonianza della finezza intellettuale del Di Blasi, come lo è stato in vita, quindi il pensiero arrogante meno si ci addice, magari in forma figurata e con toni accesi ha espresso lo spirito che animò il Caracciolo in questa nefasta operazione.

Il 20 Maggio 1795 a Palermo al piano di Santa Teresa, oggi Piazza dell’Indipendenza, fu decapitato l’eroe della Nazione Sicilia, Francesco Paolo Di Blasi, nato a Palermo il 1753. Di Blasi era anche un grande intellettuale, scrittore, uno dei rari esempi di illuminista massone, repubblicano e indipendentista. E’ stato giudice della Gran corte pretoriana. Nipote degli abati benedettini e grandi uomini di cultura del tempo, Salvatore Maria e Giovanni Evangelista Di Blasi. Per le sue idee che diffondeva al popolo per la riscossa nel 1795 è stato arrestato, processato reo di congiura per l’istituzione di una repubblicana siciliana. E’ stato torturato con atrocità ma non svelò mai i nomi dei suoi fratelli di congiura. Una targa marmorea nel muro della caserma Garibaldi ricorda il suo fervente patriottismo siciliano. La congiura giacobina di Di Blasi è un primo esempio dell’interesse della massoneria siciliana per la politica indipendentista della Nazione Sicilia. Dopo questo fallimento pure il viceré di Sicilia Francesco D’Aquino, principe di Caramanico, gran maestro della Loggia palermitana, si suicidò, perché a quanto sembra era coinvolto nella congiura. A questo punto è giusto citare il romanzo storico di Leonardo Sciascia  Il consiglio d’Egitto (…) dove è appunto protagonista l’avvocato Di Blasi. La Sicilia del romanzo è solo metafora della Sicilia di oggi e nella storia di sempre, dove ogni verità è facile preda della menzogna. Questo accade, mi preme aggiungere, alle nazioni prive della loro sovranità, caduti in una forma qualsiasi di colonialismo. Quello che, infondo, ha voluto significare Sciascia. Francesco Paolo di Blasi lasciò tante opere significative per il Popolo Siciliano: “Sopra la egualità e diseguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità” (1778),  e “Sulla legislazione della Sicilia” (1790). Inoltre era promotore dell’Accademia della Lingua Siciliana di Palermo come “lingua nazionale[1].

Pur dando un quadro critico ed ironico del periodo storico il lettore non può sottrarsi di mettere a confronto la Sicilia di quell’epoca con quella di oggi. Quando a pagina 13 i personaggi criticavano le azioni intraprese dal Cracciolo contro alcuni nobili,  il poeta Meli esprime:

“-I nobili: il sale della terra di Sicilia(…).

-Potete ben dirlo – disse don Gaspare Palermo.

-Il privilegio, la libertà della Sicilia – incalzò don Vincenzo.

-Quale libertà? – domandò l’avvocato Di Blasi”.   

Viene spontaneo sostituire la casta dei nobili con la casta dei politicanti, che vantano di garantire l’Autonomia ed invece l’unico privilegio che hanno garantito è stato solo a loro favore svendendo il Popolo e la Sicilia, senza alcuna retorica. Basta sfogliare qualsiasi giornale e leggere con occhio attento per scoprire la fine dei pozzi petroliferi, il debito dovuto dello Stato italiano alla Sicilia, eccetera, per poi leggere anche tutti i privilegi che un deputato regionale ha e che non rinunzia con sfacciataggine sventolando lo Statuto.

-Quale Autonomia?- Si domanda il Di Blasi di oggi. Se ci fosse…

Un’altra riflessione sull’argomento la si trova a pagina 37 dove si legge che il viceré Caracciolo voleva che i nobili pagassero le tasse su i feudi “come i borghesi”, Di Blasi:

“-E non vi sembra logico (…) e più che logico giusto, che chi ha mezza salma paghi per mezza salma e chi ha mille salme paghi per mille?

-Logico, giusto? … Ma io dico che è mostruoso! I nostri diritti sono sacrosanti: giurati da tutti i re, da tutti i viceré … Voi che state occupandovi delle prammatiche dovreste saperlo … La libertà della Sicilia, santissimo Iddio!– Levò in alto le mani congiunte, a riconsacrarla.

-Lo so, infatti: e so delle usurpazioni, degli abusi… Ma, a parte quel che c’è da discutere sul privilegio, all’interno, per così dire, del privilegio stesso, resta da considerare il fatto che il privilegio in sé, cioè quella che voi chiamate la libertà della Sicilia, non si regge più: è una enorme usurpazione che ne contiene altre, infinite altre”.

In questo dibattito sul censimento del Caracciolo, oltre ad accentuare ancor più la metafora della Sicilia di oggi, vi è la precisa presa di coscienza che quella cosiddetta “libertà della Sicilia” è solo un insieme di privilegi ai nobili “oggi politicanti” per la fattiva colonizzazione, quindi presa d’atto dell’intellettuale di ieri (Di Blasi)  e di oggi l’azione  reale per l’indipendenza.

Il Di Blasi, da intellettuale, pur se la rivoluzione francese non aveva passato lo Stretto, con la sua cultura creò un ponte dove passò il concetto di “Patria”, come Nazione in senso romantico. Quindi non si chiude nella rassegnazione, ma opera per una autentica rivoluzione. Ecco il Di Blasi impegnato nell’Accademia degli Oretei per la lingua siciliana, e la sua passione lo porterà sul patibolo, promovendo una rivoluzione contro coloro che non avrebbero mollato i propri privilegi. A pagina 128 leggiamo in merito:

E di fatto, l’idea di far sorgere L’Accademia, di cui suo padre era stato un tempo promotore, era venuta a Di Blasi appunto in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana: e la morte del Cramanico, col conseguente andar  su  del Lopez, lo spingeva all’azione”.

La Storia gli nega l’attuazione di tale insurrezione perché un prete (parroco Pizzi, della chiesa di San Giacomo alla Marina di Palermo) non è stato fedele al suo Dio ed ha tradito il segreto della confessione  del giovane Giuseppe Teriaca.

Il merito dei sanculotti è stato quello di aprire ad idee che sovvertirono la storia ad un idea romantica di patria, di organizzazione sociale e non di territori delineati dal potere. Tutto ciò è stato assolutamente lontano dalla Sicilia tormentata da sempre dall’occupatore di turno.  Un contributo abbastanza pregevole è quello di Giuseppe Bentivegna[2]:

[3]“E’ certo che all’inizio degli anni ’90, con le notizie dei movimenti rivoluzionari europei, si radicalizza la lotta all’Illuminismo, la monarchia blocca i tiepidi movimenti di riforma e molti intellettuali legati all’assolutismo intellettuale si confondono dentro schemi inadeguati e si attestano su posizioni conservative. Ad esempio Domenico Crocenti, dell’Ordine dei predicatori, scrivendo nel 1792, attacca il giacobinismo, ritenendo una conseguenza dell’Illuminismo e della massoneria, un fenomeno che in Sicilia, tolta l’esperienza di Francesco Paolo Di Blasi, non sembra avere una consistente diffusione intellettuale e sociale. Sono gli anni in cui in Sicilia la stagione dell’Illuminismo dei Gregorio, degli Scinà e dei De Cosmi, volge al termine, sconfitta dalla crisi politica europea e dalla monarchia borbonica e che sostanzialmente non ha saputo guidare la Sicilia verso la modernizzazione capitalistica e borghese. Il blocco intellettuale della tradizione vincente nella lunga durata e il fallimento della  esperienza costituzionalista del 1812 lascia in eredità del nuovo secolo e dei nuovi ceti dirigenti il nodo irrisolto dell’abolizione della feudalità e del riassetto ‘democratico’ dello stato”

Quinti il giacobinismo in Sicilia non ha avuto modo di attecchire, questo motivo si deve anche perché l’esercito napoleonico salta la Sicilia, pertanto diviene solo un fenomeno di elite e non di popolo. I giacobini sempre più furono integrati nelle logge massoniche cambiando così il ruolo dell’attività della Massoneria da speculativa a politica. Benedetto Croce scrive: [4]“… gli ingegni napoletani … sul cadere del Settecento, primi in Italia, cioè fin dal 1792, … si misero in corrispondenza con le società patriottiche francesi, e i più giovani e ardenti riformarono le loro Logge massoniche in club giacobini…”

(…)

Anche l’Abate Vella (Consiglio d’Egitto) a suo modo attua la sua rivoluzione trascinando quel mondo falso dei viceré nella falsità storica, ma anche la sua fallisce. A mio avviso, Sciascia nel suo vero storico interpone la luce dei pensieri dei personaggi con le ombre del falso e paradossalmente vince il falso. (…) il romanzo storico del verismo siciliano è strutturato in una base “vera” storica dove i personaggi possono vivere e svilupparsi liberi nella fantasia dell’autore, insegnamento che risultò fortunato ne Il consiglio d’Egitto di Sciascia, così anche, per esempio, in 7 e Mezzo di Giuseppe Maggiore, come in maniera particolare ne I vecchi e i giovani di Pirandello. Questo per quanto riguarda il lato letterario. Per quello politico abbiamo potuto notare come la massoneria incominciava ad avere interesse nel progetto politico risorgimentale, riuscendo in una seconda fase a predominare l’azione[5].

Il Di Blasi non era un pazzo solitario, un Don Chisciotte contro i mulini a vento, semplicemente una lotta dura e pericolosa, soprattutto quando si vuole il popolo protagonista.

Il Di Blasi è un personaggio vero, ma entra in quella sicilitudine sciasciana, perché i personaggi se pur realmente esistiti vengono rimessi e quindi scelti dall’autore per rivivere nei loro scritti.

La sicilitudine di Sciascia, non è la sicilianetà degli altri scrittori è un sentimento di sconforto, che nasce dalla sicilianetà. Mentre la sicilianetà è un sentirsi senza identità, il non riconoscere il sistema, una forma di autismo politico, perciò l’esigenza di lasciare segreta la propria riserva, non territoriale, ma di pensiero. La sicilitudine è vivere questa sicilianetà soffrendone il disagio[6].

Il Consiglio d’Egitto è un romanzo storico, diverso dagli altri libri che sono  dei “gialli senza soluzione”, ma anche qui i personaggi fanno degli itinerari della mente, in una scrittura dove si percepisce il pessimismo storico degli eventi, per il lettore diviene spontaneo che alla fine questi personaggi non riusciranno il loro scopo. L’avvocato Di Blasi e “lo smorfiatore di sogni, numerista” abate Vella sono accomunati dal loro ineluttabile destino. Pur se l’abate Vella aveva vinto, il suo cammino mentale, non più la ragione, ma il sentimento, un sentimento nuovo, lo ha portato a confessare la sua impostura. Poteva benissimo, trarre i suoi vantaggi di quella storia e mettere punto, ma il fatto di portare ancora quella maschera era una costrizione che limitava il suo essere, il godere nel dire che quell’opera, se pur una impostura, era ad arte, tanto di avere imbrogliato tutti, il seguire la volontà dell’Autore, hanno spinto il personaggio a confessare ed essere un perdente. Di Blasi e il Vella accomunati nel loro fallimento perché vincere era solo una utopia. Si avverte che in fondo vale la pena la lotta, è una esile speranza che quei pochi “uomini per bene” tra tanti “malvagi” alla  fine c’è la faranno. Quindi pur se la Storia afferma il contrario, Sciascia non infonde rassegnazione ma speranza nel continuare ad appartenere a quei “uomini per bene”.

L’italiano utilizzato degli scrittori siciliani è una caratteristica comune, come una traduzione del loro pensare in siciliano e quindi diviene strano, con termini che solo forzandoli stanno al loro posto. Un italiano artificioso ma tale è che hanno reso grande  in tutto il mondo la letteratura italiana. Verga, Pirandello, De Roberto, Sciascia tutti criticati aspramente, rimproverati per il loro aspro italiano. In realtà sperimentatori di un nuovo uso della lingua italiana come strumento d’arte, come uno scultore adopera il martello e lo scalpello e il pittore il suo pennello. Aggiungo che in fine è un marchio di autenticità dello scrittore, il quale più vuole essere vero, autentico, più il loro pensiero si scontra con la lingua di adozione. Arrivando in fine ad adoperare dei solecismi, e ancor più delle insostituibili parole della lingua siciliana. Quest’ultima caratteristica ancor più marcata nella scrittura del Camilleri è divenuta, diciamolo pure, moda. Ma in Sciascia vi ancora una sottile differenza: il suo italiano è una lingua “ragionata”, creata con maestria dal suo ragionamento.  Per Sciascia la letteratura viene vista da intellettuale qual è, quindi non deve mai essere propaganda politica, pur se la letteratura può dimostrare l’innocenza e la colpevolezza del potere tramite un percorso d’indagine, lui riesce a mantenere quel distacco ironico, visto da alcuni come qualunquismo.

Sottolineature

Il libro inizia con l’epigrafe di Paul Louis Courier  scrittore francese (1772 – 1825), in lingua originale tratte da Lettres de France et d’Italie, si trova a Reggio Calabria e scrive appunto  “al termine di Italia”, continua in questa lettera “Tutta l’Italia è niente per me, se non conosco la Sicilia”. Ha il forte desiderio di visitare la Sicilia così conclude: “Voglio vedere la patria di Proserpine e conoscere un po’ il motivo per cui il diavolo ha preso donna in quel paese”. (“Je veux voir la patrie de Proserpine et savoir un peu pourquoi le diable a pris femme en ce pays-là.”).

Pagina 11: “Ibn Hamdis, poeta siciliano”

Ibn Hamdis al-‘Azdī al-Ṣīqillī nato a Siracusa nel 1056 e morto nel 1133, il più grande poeta siciliano di lingua araba. Ecco alcuni versi dedicati alla sua patria perduta (la Sicilia):

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato l’anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno….

Viva quella terra popolata e colta, vivano anche in lei le tracce e le rovine!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consumate le membra e le ossa dei miei avi.

Le sollecitudini della canizie bandiscono l’allegria della gioventù. Ahi! la canizie abbuia quand’essa risplende!

Nel fior della gioventù fui destinato a viver lungi [di casa mia] quando quella fosse declinata e scomparsa.

Conosci tu alcun conforto della gioventù? Perché chi sente il malore brama la medicina.

 

Pagina 13:

“Abdallah Mohaned ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli, (…) non conosceva il francese , non conosceva nemmeno il napoletano”.

Pagina 16

“la croce gerosolimitana” di Gerusalemme, uno dei più antichi simboli cristiani d’oriente.

Pagina 19

“Se la Sicilia fosse di fatto regno, come lo è di nome, avremmo operato di tutto per avere a Palermo come ambasciatore il nostro… Come si chiama?”

Quanta è siciliana questa frase, quanta è attuale!

In questa descrizione dell’abate Vella di Sciscia vi è molto delle pennellate essenziali pirandelliane, pagina 20:

“alto e robusto, lento e solenne nel passo, grave il volto olivastro, gli occhi assorti”.

Pagina 28:

“Veniva ora la parte più delicata del lavoro: la totale corruzione del testo, la trasformazione dei caratteri arabi in caratteri che lui aveva deciso di chiamare mauro-siculi e non era poi che il maltese, il dialetto di Malta, trascritto in alfabeto  arabo”.

Il mauro siculo è vera, è la lingua maltese ufficiale tutt’oggi. E’ l’arabo parlato nel X secolo che si estinse in Sicilia ma ha resistito fino ad oggi a Malta, ora sempre più contaminato da altre lingue, come l’inglese.  E’ veramente esistito anche l’abate Vella straordinario artista del falso, nato nel 1749 a Malta e deceduto nel 1814 a Mezzomonreale (Palermo).

Pagina 29:

“Ibrahim ben Aalbi l’ordine di invasione della Sicilia che invece era stato dato da Ziadattallah”.

L’abate Vella compie questo grossolano errore di attribuire al padre la missione del figlio, gli costò un richiamo del suo committente, ma lui costruì dei pezzi d’appoggio come medaglie e carteggi continuando così l’impostura imperturbabile. Riscontro si trova, dove sicuramente Sciascia trovò le sue fondi, su: Biblioteca italiana ossia giornale di letteratura scienze ed arti liberali, Agosto 1828 – PARTE I – Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII dell’abate Domenico Scinà, regio storiografo. Volume 3°, ed ultimo. – Palermo, 1827, tipografia reale di guerra, in 8°, di pag. 494. Articolo secondo ed ultimo (V. il primo nel tomo 50°, p.16). (pagina 148).

Pagina 33:

“(…) il veto a riscuotere i fiori di stola nera”

In realtà è la famosa “cutra” che i preti affittavano per coprire la cassa funebre e che dovevano pagare gli eredi e che Caracciolo appuntò vietò questa “tassa” e questo lucro ai preti.

Pagina 40:

“Santa Cristina”

Martire cristiana a tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312)  di famiglia ricca, viene infamata dal padre e torturata con mille supplizi, nella passio del IX secolo, di nessuna valenza storica, vi sono descritti proprio tutti. Le reliquie vengono trovate a Sepino (Campobasso), dove è rimasto solo il braccio le altre reliquie vengono traslate a Palermo nel 1154 (1166), dove è stata proclamata patrona della città, fin quando i palermitani volta faccia non scoprirono le reliquie di santa Rosalia nel XVII secolo.

Pagina 41:

“un grano al venerdì”

Il grano è il prezzo che pagava il nobile al siciliano che necessitava di assistenza, doveva umiliarsi a bussare alla sua porta e un suo servo porgeva una moneta di un grano. E’ rimasto un modo di dire a significare quanto può essere “irrisoria” la benevolenza di coloro che in realtà godono dei privilegi di una nazione a spese degli altri. Il valore attuale più o meno corrisponde ad un euro.

Pagina 43:

“(…) re Ruggero e i suoi baroni erano stati, nella conquista della Sicilia, come soci di una impresa commerciale, il re qualcosa di simile al presidente di una società; che i vassalli dovevano ai baroni la stessa obbedienza che al re; e così via;”.

Da evidenziare la forma espressiva molto tortuosa che adopera Sciascia, ma anche il concetto di guerra come “una impresa commerciale” è molto moderno e fa riflettere, e si ha il dovere di rifletterci su.

Pagina 44:

“(…) costituzionalismo siciliano (…)”

Pagina 45:

“(…) fisicamente antipatico: gracile ma con una faccia da uomo grasso, (…). Trasudava sicurezza, rigore, metodo, pedanteria. Insopportabile.”

Pagine 46:

“(…)tu non vuoi né mangiare né lasciar mangiare, sei un cane d’ortolano, un rognoso, impestato, arrabbiato cane d’ortolano”.

Questo modo di dire popolare proviene dalla favola di Esopo “Di un cane, ed un Ortolano”, narra che il cane dell’ortolano era caduto in un pozzo, e che per tirarlo fuori lui discese il fosso, ma la bestia si ci avventò contro e lo morsicò, pensando che lo volesse affogare. Tornò sopra dispiaciuto lamentandosi che lui lo voleva salvare ed in cambio gli fece male. Quindi la favola sentenzia contro gli ingrati e non riconoscenti.

Pagina 49:

“La banda che suonava in placo, dava voce al sentimento dell’ora.”

Pagina 53:

“(…) in quel momento a Palermo si poteva esprimere senza rischio qualsiasi idea, ma al pensare. “I pensieri che attingono alle idee sono come tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (…) il sentimento come elemento dell’uguaglianza, come elemento della rivoluzione …”

Quante volte nel libro ritroviamo la parola “sentimento”, eppure diciamo che è stato un elogio di Sciascia a quell’esile illuminismo siciliano. Cos’è mai la ragione senza sentimento?

Pagina 54:

“(…) la nostra  plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla (…) sapete  che Diderot è morto?”.

Pagina 58

“Astenersi dalle cose diaboliche è facile; il difficile è astenersi da quelle che Dio stesso ha fatto e che, per suo amore, ci chiede di non toccare. (…) lodiamo la donna in quanto bellezza, in quanto armonia; la esaltiamo come genitrice… (…) Della fede, nell’oscurità della sua mente, del suo cuore, baluginavano cocci di superstizione”.

Pagina 62:

“Francoise Boucher: boucher, boucherie, vucciria. Vucciria“.

“un uomo che si sveste ha qualcosa di ridicolo”.

Pagina 71:

“pasquinate”

Le pasquinate nei romanzi di Gabriel García Márquez.

Pagina 72:

“Quel che era riuscito a fare, stretto in tale condizione, poneva nella storia di Sicilia le premesse di una possibile rivoluzione.”

“(…) i gangli paralizzati della vita siciliana”.

“uno Stato ordinato, giusto, civile si sostituisse al privilegio e all’anarchia baronale, al privilegio ecclesiastico”.

“sembra un cucco”.

Pagina 74:

“Come si può essere Siciliani?”

Pagina 91:

“(…) si guardarono per un momento negli occhi, negli occhi dell’altro ciascuno lesse la misura di sé”.

Pagina 95:

“biscotti al sesamo”

Biscotti regina (‘nciminati): kg.3 farina grano tenero, Kg. 1,050 zucchero, Kg. 1,050 strutto animale, g. 15 armonico, aroma di limone, giallo colorante, latte 0,800 l.. Si prepara sesamo s’impasta con acqua e si avvolge l’impasto dei biscotti. 

 

Pagina 100:

“una di quelle feroci e numerose comitive che nel territorio non mancavano e di cui gli sbirri di tanto in tanto, dimostrativamente e senza sortirne alcun successo, si occupavano”.

Pagina 109:

“la malerba dei libri”.

Pagina 117:

“Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità…”.

Pagina 118:

“siete così abituati, voi avvocati, a mutare menzogna e verità, a dare all’una le vesti dell’altra, che ad un certo punto non le distinguete più… Come il Serpotta, che impreziosiva di vesti le baldracche e ne ritraeva immagini delle Virtù.”

Giacomo Serpotta (Palermo, 1656 – 1732), ritenuto il più grande tra gli stuccatori. La famiglia Procopio è stata la più grande tra gli stuccatori di tutta Europa. Il capostipite fu Gaspare (1634-1670), ha avuto due figli Giuseppe (1653-1719) il quale non ha avuto figli e appunto Giacomo ha avuto un figlio naturale Procopio  il quale non hanno avuto un rapporto molto buono tanto che alla fine ha diseredato il figlio. I Serpotta con un materiale, diciamo umile, come lo stucco hanno saputo realizzare “capolavori di decorazione plastica in cui echi classicheggianti e rococò si fondono in un linguaggio leggiadro ed elegante”(Palermo web).

Pagina 119:

“La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita. (…) E crediamo che la verità era prima della storia, e che la storia è menzogna. Invece è la storia che riscatta l’uomo dalla menzogna, lo porta alla verità: gli individui, i popoli…”

Il rapporto conflittuale qui è di più con la verità che con la storia. Il pensiero siciliano stesso è basato sul sofismo di Gorgia inteso come la verità creata dalle parole, dalla forza del ragionamento e del discorso. Mentre la storia può essere strumento di riscatto politico quando ha la forza della verità. Mentre può divenire strumento di colonizzazione con la menzogna.

Pagina 122:

“E il bagno era una piccola morte: il suo essere vi si scioglieva, il corpo diventava una spuma di sensazioni. Deliziosamente avvertiva di peccare. (…) Se proprio non potete fare a meno di immergervi nudi nell’acqua, diceva il padre della Chiesa, non toccate però il vostro corpo mentre state a mollo”.

Pagina 126:

“ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice”.

“La crisi, diceva il principe (Trabia), ha come causa l’ignoranza dei contadini…”

Pagina 127:

“Il diritto  del contadino ad essere uomo… Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo… Una campagna ben coltivata è immagine della ragione: presuppone in colui che la lavora l’effettiva partecipazione alla ragione universale, al diritto…”.

Il bravo capitalista questo lo sa, ma preferisce schiavizzare solo per il male per il male e godere così di più.

Pagina 128:

“(…)Accademia siciliana degli Orotei(…) Di Blasi (…) in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più  avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana”.

Pagina 129:

“(…) per tentare di abbattere con la violenza il vecchio ordine”.

“l’esercito della Francia rivoluzionaria come speranza di un pronto e fraterno aiuto alla futura repubblica siciliana”.

Pagina 130:

“il popolo invocava Madonna e santi a tener lontani i francesi come già i turchi (…) Di Blasi stava tendando una rivolta  giacobina (…). Non un tumulto sarebbe scoppiato il 5 aprile, ma una rivoluzione mossa da una grande idea; e non solo nella città di Palermo, ma anche nella campagna”.

“gli esempi lontani dello Squarcialupo e del D’alesi”

Gian Luca Squarcialupo è stato il promotore della rivolta nella città di Palermo il 23 e 24 luglio 1517 contro l’occupatore di turno rappresentato da Ettore Pignatelli luogotenente generale spagnolo. Questa rivolta di popolo ha avuto una contro reazione dei nobili siciliani, quindi siciliano contro siciliano. La rivolta fu acquetata e Squarcialupo venne ucciso l’8 settembre 1517 nella chiesa dell’Annunziata. Anche Squarcialupo voleva una repubblica siciliana.

Giuseppe D’alesi, detto il Masaniello siciliano nato a Polizzi Generosa nel 1612, artigiano (battiloro) trasferitosi a Palermo molto giovane, bravo nell’utilizzo delle armi e di fisico prestante. Già nel maggio 1647 seguì Nino La Pelosa in una rivolta, fu un insuccesso e fu arrestato, riuscì ad evadere ed fuggire a Napoli dove ha conosciuto Tommaso Aniello (Masaniello). Tornò a Palermo dove organizzò una rivolta che fu tradita ma nonostante riuscì a fare liberare gli arrestati e continuare la lotta. Risparmiò di accanirsi contro i nobili, ma non appena riuscì a togliere la pesante gabella ai contadini, i nobili lo attaccarono appoggiati anche da alcune maestranze. Riuscirono a catturare D’Alesi e ucciderlo il 22 agosto 1647.

Pagina 137:

“Le nostre mamme che hanno presentimento di tutto, che sanno tutto: e non fanno che complicare le cose”.

“il destino, il dolore e la morte cui la sua vita è stata sempre legata”.

Pagina 138, 139:

“-I libri, i tuoi libri- si disse Di Blasi (…) Ed ecco Diderot, cinque volumi, Londra 1773-. Allungò il piede verso la pila più vicina, a farla crollare. Il Damiani (…) si allarmò, insorse di diffidenza; e ordinò agli sbirri di sfogliare pagina per pagina i libri che Di Blasi aveva fatto cadere. –Imbecille- pensò Di Blasi –e non capisci che sto cominciando a morire?-“.

Pagina 142:

“l’ispirazione a confessare la sua colpa è venuta direttamente da Gesù (…) Questa era una finezza propagandistica di monsignore Lopez; ché aveva gran paura il popolo si sollevasse, e perciò aveva inventato una favola che ne colpisse il sentimento”.

Pagina 143:

“un cuore nero”.

Pagina 144:

“Senza l’intervento della Provvidenza a quest’ora le idee giocherebbero a bocce con le nostre teste. (…) un’idea delle idee. (…) le idee vengono quando le rendite se ne vanno.  (…) Le idee per cui scorre tanto inchiostro non sono poi tanto lontane da quelle dei ladri di passo… Solo che il ladro di passo non ha idea di avere delle idee(…) Se avesse idea che le azioni che commette vengono fuori da un’idea, e che di una tale idea si fa apologia nei libri, e che una nazione intera, una grande nazione come la Francia, si è messa a farne pratica… Ebbene: che differenza ci sarebbe tra il brigante Testalonga e l’avvocato Di Blasi?

-Nessuna: l’uno e l’altro tiravano per il mio – disse il marchese Geraci.

Pagina 146:

“Nella tortura l’uomo perde la nozione del proprio corpo (…). Il tuo corpo non ha più niente di umano: è un albero di sangue… Bisognerebbe farla provare ai teologi, ché finalmente capiscano che la tortura è contro Dio, che devasta l’immagine di Dio che è nell’uomo…”

Pagina 147:

“-Non accecarmi la mente- pregò: diceva alla buia natura del sangue, dell’albero, della pietra; al buio di Dio”.

Pagina 159:

“il dolore e il lutto sono solitudine”

Il sentimento  della morte.

Pagina 159:

“Davvero puoi ancora pensare all’anima, se la tortura ti ha dimostrato che il suo corpo è tutto?”. (Pagina 168) L’anima non ha pensieri. (Pagina 169) –Le vastasate dei vivi… O il niente che è niente.

Tra ragione e sentimento, pagina 164:

L’abate Vella “Inseguiva i fatti della vita, il passato e il presente, a cavarne sentimenti e significati come un tempo dai sogni degli altri estraeva i numeri del lotto (…) per la ruota di Dio o per la ruota della ragione… (Pagina 173) come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”.

Pagina 172:

“le orecchie gli vibrarono”.

Pagina 182:

“Ricordo il giorno di primavera in cui a Monreale avevano accompagnato quel Goethe: un uomo che si commuoveva su un coccio di Selinunte, su una moneta di Siracusa; ed era rimasto impassibile, quasi infastidito, a Monreale.”

Il boia, pagina 183:

“Si chiamava Calogero Gagliano, era un capraio di Girgenti (…)

–Vuscenza mi perdoni.

-Pensa alla tua libertà.

(…)Pregava il suo Dio, il Dio delle capre e del malocchio, che gli desse mano ferma a recidere la corda, che la mannaia cadesse bene. Fu esaudito.”!

 

[1] Almanaccu Sicilianu – Maju di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.  – Aprile 2016

[2] Padre Giuseppe Bentivegna, gesuita e patrologo di fama internazionale, insegna Teologia all’Istituto di Scienze umane e religiose presso l’Ignatianum di Messina. È autore di numerosi testi tradotti anche in Paesi di lingua francese e inglese. Collabora alla rivista La Civiltà Cattolica. Fa parte del Rinnovamento dal 1976

[3] Dal riformismo muratoriano alle filosofie del Risorgimento: contributi alla storia intellettuale della Sicilia Di Giuseppe Bentivegna Pubblicato da Guida Editori, 1999 Pagina 135 e 136

[4] STORIA DEL REGNO DI NAPOLI B.CROCE 1944 LATERZA -Bari

[5] L’ULTIMO DEGLI UZEDA

[6] Almanaccu Sicilianu – Marzu di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – Febbraio 2016

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