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IL FANTASMA NELLA CASA DEGLI ORRORI

28 Set

IL FANTASMA NELLA CASA DEGLI ORRORI

RIFLESSIONI DI LETTURA SU “JOYLAND” DI STEPHEN KING

di

Alphonse Doria

 

Chi è Stephen King? Per chi ancora non ha l’idea lo metto subito all’attenzione che le sue cifre sono esorbitanti; sono stati venduti più di quattrocentomilioni di libri, sottolineo libri, in tutto il pianeta. Io, involontariamente, ne avrò letto tre o quattro, tra cui Joyland pubblicato nel 2013, in offerta, quasi regalo, nei club di lettura, Edizione Mondadori Direct SpA per Mondolibri Milano. L’impianto storico è dei primi anni ’70, la location: Luna Park. L’eroe: uno studente lasciato dalla fidanzatina che si trasforma in un salvatore di vite umane: una bambina da un soffocamento e un antipatico scorbutico anziano da un infarto, finalmente migliora la vita ad un infelice bambino succube di una malattia incurabile e scopre l’identità di un psicopatico pluri-assassino. Il tutto ben condito da apparizioni di fantasma per l’immancabile atto dovuto alla fede spiritistica massonica americana. Un libro che si legge in un bicchiere d’acqua, congeniato bene, è stupido da parte mia segnalarlo, ma devo dire, purtroppo, che quando si chiude il libro  alla fine non rimane nulla. E’ come vedersi un film, si ha quell’ora e mezza di svago e  basta. Quindi chi si accinge alla lettura di un prodotto commerciale come questo è inutile aspettarsi porte segrete per giungere a pensieri o emozioni di verità non conosciute sino ad allora. Niente fatica, niente guadagno. L’unico a guadagnarci è Stephen King, penso: più marchio che scrittore. e basta.

 

sottolineature

A pagina 5:

“Raramente i gentiluomini trombano”.

 

Pagin 51:

“Non credo che gli uomini siano in grado di parlare di donne in maniera sensata”.

 

Pagina 68:

“La storia è tutta la collettiva e ancestrale della razza umana, un grande pelo di sterco che continua a crescere. Adesso noi siamo in cima, ma presto saremo curiosi sotto quella delle generazioni a venire “.

 

Pagina 100:

“Vomitare addosso agli altri i propri sentimenti fosse il massimo della maleducazione”.

 

Pagina 158:

“Niente ti fotte la memoria peggiore della abitudine”.

 

Pagina 160:

“Nel Libro dei Proverbi, si è avvertiti che – come una canna ritorna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze».

 

Pagina 173:

“Gratta gratta, sotto un bullo troverai sempre un codardo”.

 

Pagina 254:

“(…) non andiamo in cerca di divertimento. Noi lo portiamo “.

 

Pagina 267:

“Certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita esistono almeno un paio”.

 

Pagina 330:

“Tre del mattino, che alcuni poeti abbiano giustamente soprannominato l’ora del lupo”.

 

Per la lettura di questo libro, da tenere nel WC, non voglio dare alcun consiglio.

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ESSERE O AVERE? RIFLESSIONI DI LETTURA SU “AVERE O ESSERE” DI ERICH FROMM

26 Ago

ESSERE O AVERE?

RIFLESSIONI DI LETTURA SU “AVERE O ESSERE” DI ERICH FROMM

Di

Alphonse Doria

 

 

Quando mi sono trovato davanti questo libro che pone una domanda precisa mi è sembrato un cartello stradale in un bivio, mi sono detto: non occorre che lo legga basta riflettere su ciò.

Nella Prefazione l’Autore chiarisce che questo fortunato titolo già è stato utilizzato in precedenza da Marcel Gabriel (Etre et avoir) e da Balthazar Staehelin (Haben und Sein – nell’edizione italiana 1966: Essere o avere).

Prima riflessione: cosa significa ESSERE? In quanto vivo, esisto, come individuo, persona, organismo biologico in un organismo ancora più grande: il Mondo, come pianeta, come cosmo, come concetto di esistenza. Essere me stesso, animale pensante, con una memoria storica, con il sentimento dell’esistenza, ma ignavo del senso dell’esistere.

Essere se stesso oppure essere ciò che in realtà si vorrebbe essere e non si riesce ad essere? Oppure ciò che gli altri vogliono che si è. Dove sta la felicità? No, anzi, diciamo: la gioia. Ognuno di noi è al di la della propria volontà, si è per destino, per miliardi e miliardi di coincidenze, una dopo l’altra ed in mancanza di una non avrebbe potuto essere possibile. Eppure questa straordinaria lotteria a volte viene sprecata nell’apprensione, nel senso di colpa, nell’ansia di una gara, sia per la procreazione, sia per la difesa della propria posizione. Forse perché non si ha la consapevolezza del proprio essere. E allora la ricerca va posta su il perché manca questa coscienza e se è voluto oppure è dovuto da un percorso errato di vita?

Seconda riflessione: cosa significa AVERE? Come sentimento del possesso a volte è veramente negativo e provo repulsione, altre volte è indispensabile, altre volte è ciò che voglio veramente. Possedere una persona è odioso, anche nel sesso, pur se alcuni lo fanno come gioco erotico, la partecipazione richiede la facoltà del discernere e senza partecipazione non si può fare all’amore. Avere i miei occhiali è indispensabile. Avere un libro, possederlo in ogni sua parola, poterlo sottolineare e scrivere nei margini, divaricare le sue pagine e leggerlo e rileggerlo. Avere per avere. Avere per essere. Rinunciare ad avere per essere, essere ciò che ti si viene imposto di essere tramite minacce e sensi di colpa. Rinunciare ad avere come zavorra per essere più se stessi.

Terza riflessione: quindi, come si può essere senza avere, o viceversa? E allora a questo punto conviene leggere il testo.

La prima volta che ho visto questo testo è stato nel 1979 in mano ad un mio commilitone di leva a Cagliari, ho cercato di ricordarmi il suo nome, ma non mi viene, perché non eravamo in confidenza, pur lavorando in uffici vicini. A prima occasione l’ho acquistato nelle offerte postali dei libri. Edito nel 1976 con il titolo originale TO HAVE OR TO BE, suona abbastanza amletico, da Harper & Row Publishers, Inc., New York per la Collana Word Perspectives, progettato e curato da Ratch Nanda Anshen. Nel 1977 viene edito in Italia da Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Traduzione di Francesco Saba Sardi, l’edizione di riferimento è dell’Edizione Mondolibri S.p.A. febbraio 2001, Milano.

Erich Fromm (Francoforte,23 marzo 1900 – Locarno, 18 marzo 1980) ebreo tedesco, sociologo  e psicanalista, definito discepolo ortodosso di Freud. Nel 1934 rifugiatosi negli USA nel 1940 divenne cittadino americano. Si sposò tre volte. Nel 1950 si trasferì in Messico e nel 1974 definitivamente in Svizzera. Fromm politicamente è stato definito un socialista umanista, interponendo alla alienazione dei regimi comunisti e capitalistici la libertà individuale. Asserì criticamente che le università occidentali hanno traviato il pensiero di Marx e in tal senso pubblicò diversi testi.  E’ stato un pacifista attivista sin dagli anni ’50. Viene collocato come esponente di spicco della “Scuola di Francoforte”. Il suo pensiero si impernia su alcuni punti in particolare chiamato Umanesimi Normativo: la natura umana è universale ed è correlata all’ambiente ed alla società, che in condizioni di alienazione trasmettono ad individui nati sani tale malessere.

Fromm da New York in un intervento alla televisione italiana del 21.09.1974 ha sintetizzato tutto con queste parole:

“Essere è più importante che Avere. Per i giovani il valore più grande è la vita. Viviamo, invece, in una società in cui Avere è più importante di Essere e Usare è più importante di Essere. Perciò questa armonia ha poche probabilità di formarsi. Rimane soltanto l’alternativa di combatterci l’un l’altro.”

Premesso tutto ciò il libro di Fromm pone il lettore ad una scelta su due modi di vivere, due filosofie di vita: AVERE O ESSERE?

Nella banalità popolana spesso si dice: Lavori per vivere o vivi per lavorare? E qui si pone il primo problema sociale e politico. Spesso l’individuo, pur cercando una occupazione, che gli dia la sicurezza necessaria di reddito per sostentamento e la possibilità di avere quel tempo necessario ad una vita propria, non la trova e si adatta alla meno peggio con ciò che il mercato del lavoro gli offre. In altre parole non tutti hanno la fortuna, meglio dire: giustizia sociale, di avere un posto di lavoro rispettoso delle regole.

Quindi, questa è la società in cui si vive e si deve sottostare alle sue regole. L’individuo che si ribella va a finire ai margini.

Sottolineature

L’Autore a pagina 10 precisa di ciò che è nelle sue intensioni il contenuto del testo: “il presente volume contiene un’analisi psicologica empirica e sociale delle due modalità di esistenza”.

 

Pensando come noi Siciliani nella nostra lingua intercaliamo e virgolettiamo sempre con la parola “minchia” vorrei vedere la faccia di Marion Odomirok che giustamente ha consigliato all’Autore l’importanza di “evitare ogni forma di linguaggio “fallocratico”” (Pagina 10).

L’Introduzione versa sul progresso, su ciò che lasciava sperare la tecnologia e le scoperte scientifiche, poi traditi dall’ingordigia umana, io non credo dall’avidità, ma dalla smania di potere. Troppo riduttiva è l’analisi sull’essere e sull’avere, dal mio punto di vista, vi è la terza via, quella della sopraffazione, “Potere”, infine non è altro che paura. Il violento non è tale in quanto tale, ma assume questo ruolo per una paura fortissima di essere soprafatto, perché vive la solitudine dopo il distacco materno al momento del parto, in quanto in ogni momento di vita vince il sentimento della Morte. E la paura si può vincere solo con la conoscenza, come anche scrive Ruth Nanda Anshen a pagina 266: “la conoscenza è un mezzo per liberare l’umanità dal potere distruttivo della paura”. Appunto la conoscenza viene controllata in maniera capillare da parte del Potere. Il senso di colpa di avere tradito le regole della nostra Madre Terra, con la sua manipolazione, ci accompagna attraverso i miti ormai dalla notte dei tempi. Adamo ed Eva, Proteo, e così via. La presunzione religiosa  di fare dell’uomo il padrone del pianeta (Mondo) creato da un dio al di sopra dell’Essere Mondo ha innescato un concetto culturale apocalittico irreversibile, divenuto in seguito Progresso, trasformando il genere umano in cellule cancerogene dell’organismo. Mentre ogni conquista tecnologica: dalla stampa dei codici, alla tecnologia promettevano, con una distribuzione più democratica dei beni culturali e materiali, come in realtà è avvenuto, la “Grande Promessa” di un super uomo in un mondo migliore e il raggiungimento della gioia, in realtà vi era insito il fallimento, perché di Mondo possibile è uno solo: quello del sistema naturale, ogni tentativo di modifica è distruttivo quindi catastrofico. Ogni promessa religiosa di Uomo Nuovo è solo una richiesta di suicidio. Solo uccidendosi in quanto uomo (speculatore) si può salvare il sistema. Quindi rifiutare il proprio corpo, le proprie passioni, le proprie cose e persino l’autodifesa (l’istinto di sopravvivenza), per un mondo migliore che non è più questo ma oltre, oltre la stessa vita biologica. La pretesa (presunzione) dell’uomo di non essere un animale gli ha tolto il diritto di vivere nel sistema. Per mio conto penso che qualsiasi catastrofe ecologica scaturita dal progresso non distruggerà mai il Mondo ma solo la specie che l’ha innescata. E forse un’altra specie sarà più attenta a non soverchiare le regole del sistema.

L’Autore a pagina 25 si chiede: “Come  si  spiega che il più forte tra tutti gli istinti,  quello della    sopravvivenza,  abbia cessato  di  fungere  da  incentivo? “.

In realtà Fromm nel suo libro affronta la questione al di là della psicanalisi, a mio avviso dal lato politico, in quanto la questione la pone verso la classe dirigente e a livello mondiale, come la stessa collana Prospettive mondiali gli impone.  Lui stesso scrive che la nascita di questo libro è appunto nel suo credo in una diversa organizzazione politica che consenta un Uomo Nuovo e una Società Nuova.

Il manifesto di Prospettive mondiali trova posto alla fine di questo libro ed è scritto da Ruth  Nanda Anshen (1900 -2003) filosofo impegnato in una attività continua nel mondo della cultura, della politica e della scienza. E’ stato definito un “istigatore intellettuale”.

Così scrive a pagina 266:

Prospettive mondiali si propone di mostrare che il concetto di totalità organismo, è più elevato e concreto di quello di materia ed energia. In altre parole, in questa collana si tenta di addivenire a un significato più ampio di vita, di biologia, non quale  si rivela nelle provette di laboratorio, ma quale è sperimentata nell’organicità della vita stessa”.

Pagina 267:

“le divergenze  di tradizioni, culture, lingue e arti, vanno protette e preservate. In pari tempo, però, si deve accettare l’interrelazione e l’unità del tutto”.

Nel manifesto vi è una palese contraddizione in quanto il neo illuminismo del filosofo impianta tutto su “il sentimento di umana comunanza universale” e come tutti i sentimenti sono assolutamente individuali e quindi questo sentimento di pochi, magari con una elevata cultura, deve essere imposto a gli altri, così  tradendo le aspettative di protezione delle divergenze culturali, tanto vi è un chiaro “si deve accettare”. Una sorta di dittatura mondialistica che in realtà già sta avvenendo con effetti assolutamente catastrofici, ancor più dei poteri causati dalle politiche tecniche come fascismi e comunismi vari. Eliminare le barriere nazionalistiche è come aprire le porte di una casa privata, una volta aperte  chi in buona fede  e chi non hanno facile accesso. Quindi il sentimento nazionalistico (fortemente demonizzato) viene abolito da un sentimento mondialistico politico molto pericoloso. Si alla internazionalizzazione commerciale e culturale, nel rispetto delle regole di ogni nazione. No ad un controllo politico globalizzato! Ogni propaganda, ogni tentativo pur se apparentemente travestito di buoni propositi è un atto contro la libertà dei Popoli. Non esclusi i movimenti pacifisti con le loro bandiere globalizzate, non esclusi le religioni, multinazionali e organizzazioni di beneficenza.

A pagina 267:

“Siamo finalmente in grado di riporre fiducia, non già in un autoritarismo proletario, non già in un umanesimo secolarizzato e l’altro hanno tradito il diritto di proprietà spirituale della storia-, ma in una fratellanza sacramentale e nell’unità della conoscenza. Questa nuova consapevolezza ha prodotto una dilatazione degli orizzonti umani che trascende ogni campanilismo, e insieme una rivoluzione del pensiero umano paragonabile alla fondamentale scoperta fatta dagli antichi greci, della sovranità della ragione;”

A pagina 268:

“(…) una storia mondiale degna di tal nome, non già in termini di nazione, razza o cultura, bensì nella prospettiva dell’uomo e dei suoi rapporti con Dio, con se stesso, con i suoi simili e con l’universo, quei rapporti cioè che vanno al di là dell’immediato interesse per se stessi. Infatti, il significato dell’Era Mondiale va ricercato nel rispetto delle speranze e dei sogni dell’uomo,’ premessa a una più profonda comprensione dei valori fondamentali di tutti i popoli.”

 

Pagina 271:

“Possiamo concluderne che l’organismo è l’essere che dura nel tempo, anzi nel tempo eterno, poiché non ha inizio con la procreazione né con la nascita, né finisce con la morte. L’energia e la materia, in qualsivoglia forma si manifestino, sono transtemporali e transpaziali, e pertanto metafisiche. L’uomo in quanto tale è spinto a conoscere ciò che è bene e ciò che è male perché, privato di tale conoscenza, è incapace di decidere tra meglio e peggio.”

 

Questa è la filosofia di Prospettive mondiali racchiusa nel significato di Essere come “attuazione di potenzialità, autorealizzazione in accordo con la trasformazione”.

 

Per questa Era Mondiale, forse già in corso, occorre un Uomo Nuovo, ma per la realizzazione di questo Uomo Nuovo occorre un cambiamento dell’Uomo nell’interno, quindi una evoluzione per un cambiamento radicale. Fromm trova soluzioni, a suo dire, con strutture organizzative di carattere educativo, abbastanza complesse e costose di carattere internazionale.

Un primo punto, che ogni tanto torna di moda, e che io condivido in modo assoluto è il minimo di sussistenza per ogni cittadino, così scrive Fromm a pagina 246:

Molti dei mali delle attuali società capitalistiche e comuniste scompariranno con l’introduzione di un reddito minimo annuo garantito. (…)Non dovranno ricevere più di quanto sia indispensabile per mantenersi, ma non dovranno neppure ricevere di meno.”

Non vi sarà sicuramente il ricatto del datore di lavoro, il ricatto della società all’individuo che vuole vivere una vita in riferimento alla sua mutabilità d’essere.

Ritornando al concetto del progresso tecnologico e la libertà dell’individuo, la catena di montaggio con l’inserimento della robotica doveva apportare una riduzione delle ore di lavoro e non dei lavoratori. Ma i capitalisti hanno in realtà il potere economico e quindi politico. Continua Fromm a pagina 247:

“Il reddito annuo minimo garantito assicurerebbe reale libertà e indipendenza; per tale motivo, esso è inaccettabile per ogni sistema basato sullo sfruttamento e il controllo, soprattutto per le varie forme di dittatura.”

Liberare l’uomo dal senso di colpa, dalle gabbie sociali, a tale scopo ci vogliono strutture, di controllo ed educative, a pagina 230:

“Dovremo stabilire quali di essi hanno origine nel nostro organismo, e quali sono il risultato del progresso culturale; quali sono espressione della crescita individuale e quali artifici imposti all’individuo stesso dall’industria; quali sono « attivanti » e quali « passivanti »; quali hanno radice nella patologia e quali invece nella salute psichica.”

Pagina 251:

“(…)una vasta campagna promozionale a favore di consumi sani dovrebbe accompagnare questi sforzi, ed è prevedibile che sforzi congiunti intesi a stimolare consumi sani abbiano per effetto di mutare il modulo stesso del consumo.”

Pagina 252:

“(…)una volta che si sia posto fine alla suggestione pubblicitaria, saranno i gusti dei consumatori a decidere che cosa si debba produrre.”

L’idea politica di Fromm è imperniata sulla democrazia attiva in cambio dell’attuale democrazia passiva, ecco come chiarisce a pagina 237:

“la creazione di centinaia di migliaia di gruppi composti ognuno da circa cinquecento membri, i quali si conoscono tutti tra loro; questi si costituirebbero in organismi permanenti di deliberazione e formulazione di decisioni per quanto attiene ai problemi fondamentali nel campo dell’economia, della politica estera, della sanità pubblica, dell’istruzione e dei mezzi intesi ad assicurare il « viver bene ». A questi gruppi dovrebbero essere fornite tutte le informazioni del caso (…), che essi discuteranno in assenza di influenze esterne, esprimendo in merito un voto (e, dato il nostro attuale livello tecnologico, i voti di tutti i gruppi potrebbero essere raccolti nel giro di una giornata). L’insieme di questi gruppi formerebbe una « camera bassa », un parlamento le cui decisioni, in una con quelle di altri organi politici, eserciterebbero un’influenza decisiva sugli organismi legislativi.”

Pagina 240

“Le funzioni governative non devono essere delegate agli stati, i quali non sono che enormi conglomerati, ma ad amministrazioni locali relativamente ridotte, in cui gli individui possano ancora conoscersi e giudicarsi a vicenda, e quindi partecipare attivamente alle decisioni riguardanti le questioni della loro comunità. La decentralizzazione industriale deve ai maggiori poteri a piccole sezioni nell’ambito di questa o quell’impresa, e scindere le grandi aziende in piccole entità.”

Mi ha fatto accapponare la pelle quando  ho letto del Supremo Consiglio Culturale a pagina 254, 5:

“Il profitto e le finalità militari devono cessare dal determinare l’applicazione della ricerca scientifica; a tale scopo, è necessaria la costituzione di un organismo di controllo, del quale sia indispensabile assicurarsi l’autorizzazione per l’applicazione pratica di ogni nuova scoperta teorica. Inutile soggiungere che un organismo di controllo del genere deve essere, sotto il profilo legale come psicologico, del tutto indipendente dall’industria, dal governo e dalla struttura militare. Al Supremo Consiglio Culturale spetterà la nomina dei membri dell’organismo stesso e la supervisione delle sue attività.”

Non voglio aggiungere altro, consiglio assolutamente la lettura per i suoi elevati contenuti culturali, da condividere o meno, ma di sicuro le soluzioni politiche globali per una scienza umanistica per raggiungere la Città dell’Essere mi hanno lasciato abbastanza perplesso.

29 Giu

LE VERITA’ mutevoli

Riflessioni di lettura su Il banchiere anarchico e altri racconti di Fernando Pessoa

di

Alphonse Doria

Il libro raccoglie tre racconti: Il banchiere anarchico , L’ora del Diavolo e Una cena molto originale . E’ Stato un gadget del quotidiano Repubblica, Gruppo Editoriale L’Espresso SpA anno 2011. Le traduzioni Sono stato respectively di: Ugo Serani, Roberto Mulinacci e Amina Di Munno; MENTRE L’Introduzione di Cogita De Gregorio per Quanto riguarda il primo racconto. Il Poeta Portoghese Fernando Pessoja (1888-1935) ha utilizzato Diversi Altri eteronomi per le Sue Pubblicazioni, la SUA straordinarietà sta nel prezzo convivere Nella SUA creatività diverse personalità ben distinte con altrettante diverse Prospettive di veduta del Mondo in Un gioco di verità mutevoli dove molte Cose si apprendono, ma non bisogna prenderle sul serio, Perché Sono solo letteratura. Quindi la politica, la teologia e l’antropologia Sono solo al massimo delle provocazioni, ma mai delle verità assolute.

Il banchiere anarchico  

QUANDO ho finito di leggere il primo racconto, un Dialogo Tra il banchiere e l’io narrante, proprio nell’ultima frase un pagina 47: “E ci alzammo da tavola”, prendendo Corpo nell’interlocutore, avrei Continuato Così: e Gli mollai Una violenta testata sul setto nasale, facendolo ricadere sulla sedia MENTRE sanguinava abbondantemente. Preciso Che la mia testata l’avrei dati al Personaggio, mai all’Autore. Anzi, un plauso per la SUA provocazione di Successo. Il Ragionamento del banchiere, il Che si definisce anarchico, E un filo logico che porta at a conclusione, adattando la Pratica con la teoria, quasi un alibi per Suo Essere Passato all’altra sponda: Quella dei Vincenti. E i Vincenti Non Sono Anarchici, ma al massimo degli Scritti in Qualche loggia massonica. Nell’introduzione si fa riferimento a Gli anni Ottanta QUANDO L’arrampicarsi sociale, con Tutti i Mezzi, leciti e illeciti, Era Una moda, QUESTO TESTO avrebbe potuto osare un fondo ideologico un quanti, con la Loro Sfacciata e immorale Attività, scavalcavano ben Più meritevoli e non si facevano scrupoli di Nessun Genere.

Il discorso nel racconto E Abbastanza scorrevole e illuminante, vi Sono, a Pratica le teorizzazioni basilari applicabili una diversificazione Ideali rivoluzionari. MENTRE Per Il Concetto ideologico di anarchia non ho Condiviso le Conclusioni. Sia l’anarchico individualista Che comunitario pone la SUA lotta Contro le Finzioni Sociali individuandoli, Per una Società limitata at a democrazia diretta dove il fine e il non profitto ma il vivere bene con se Stessi e con Gli Altri. Quindi non si Tratta di Società astratti e alienati dal vivere comune o per un uomo nuovo. Le comuni ci have been e ci Sono. Il Problema principale Che l’uomo vive le trappole citare in giudizio Sociali nella mente e prova Difficoltà ad uscirne indenne ed Essere libero veramente. Quale libertà PUÒ mai Avere il banchiere anarchico , nel Suo ruolo e dai ricercatori, Nella Relazione con Gli Altri? La libertà di sopraffazione su Gli Altri tramite Il Denaro? Sentirsi Vincente Nazioni Unite? QUESTE libertà Non Sono proprio affini al sentimento anarchico, al di là di Tutte le teorizzazioni scritte e non scritte. L’anarchico E un perdente sociale Perché E Dalla parte dei perdenti e lo sa. E quindi, a volte, non esita all’azione Individuale Praticamente autodistruttiva e Spesso fallimentare. Ma Il Nostro banchiere costata Che vi e Una tirannia su Gli Altri “derivata da qualità naturali”. E’ appunto la ragione Che si da vincente Nella SUA Azione spregiudicata di dominio su Gli Altri. D’altro canto vi potra mai Essere Una rivoluzione “Contro il nascere bassi”?

Dalle prime righe del libro Il banchiere VIENE raffigurato Come un vincente, pagina 11:

“Fumava venire chi non ha pensieri (…) Sono anarchico”.

E’ un atteggiamento provocatorio verso il Suo interlocutore (Lettore). Lui Stesso Spiega Che il Suo Anarchismo E NATO venire contrasto al Suo destino ei condizionamenti Sociali che lo rendevano un perdente. Quindi Già in origine C’è Il Vero Motivo del Suo Anarchismo. Scusatemi la provocazione di me è sembrato venire SE Il Nostro banchiere Fosse Uno dei tanti Progressisti de i Monti dei Paschi di Siena. QUESTI, non da solista Vivono buttando IL Fumo dei propri sigari a Faccia ai tanti poveri, ma Hanno la sfacciataggine di chiamarli “Borghesi” E che il Loro bene e Una Società Più giusta. Per Capire un po’ la Situazione bisogna passeranno un parallelismo con il cristianesimo. Il cristiano pone la SUA Azione (amore) Verso il Suo prossimo e quotidianamente, in un’azione diretta, e non to change Mondo tutto. QUANDO il cristiano dadi amo Tutti E venire se dicesse: amo nessuno. facile amare Tutti E’, il difficile amare E ognuno Che Si Incontra, il Che SI CONOSCE. Così è l’anarchico, Azione diretta e continuata e non Organizzata in maniera globale. Nessuna rivoluzione salva l’uomo Dalle citare in giudizio trappole senza presa di coscienza. Solo Che, SIA il cristiano o l’anarchico, poco INTERESSA SE la SUA Azione E fallimentare, Perché lo Scopo non lo e. Così Scrive una pagina 19:

“L’Unico adattamento Che PUÒ Esserci, SIA Esso di Evoluzione o di Transizione, E mentale, e Il Graduale adattamento delle menti all’idea della Società Libera …”.

This racconto E del 1922 È già spiega, profetizza, IL RISULTATO della rivoluzione russa, vieni Esempio del Fallimento in rivoluzione OGNI, colomba Pochi dovranno educare con Qualsiasi mezzo Gli Altri, la Maggioranza, al nuovo Sistema sociale, pagina 20:

“E Vedrà cosa risulterà Dalla Rivoluzione russa … Qualcosa Che ritarderà di decenni la Realizzazione della Società Libera … Del resto cosa ci si Poteva Attendere da un popolo di analfabeti e di mistici? …”

Abbastanza pregiudizievoli Gli apprezzamenti sul Popolo Russo. In solista Realtà il dispotismo di un Sistema impersonato Perfettamente dal un tiranno venire Stalin ha Portato al totale Fallimento il comunismo russo, more Giusto chiamare: stalinismo.

This racconto ha also Una grandissima qualità, Quella di Essere sempre attuale, fa Riflettere sempre Di Più Sulle cosa Che accadono Ogni Giorno. For example Gli Amanti di dietrologia, di Complotti Globali trovano delle Risposte, una pagina 20 e 21:

“(…) Il Passaggio, Transizione senza, Dalla Società Borghese alla Società Libera. This passaggio Sarà Preparato e reso possibile da Un’intensa propaganda, completa, assorbente, Così da predisporre TUTTI GLI spiriti una indebolire Tutte le Resistenze. avvento (…) indebolire la Resistenza al Suo. Così, non avendo quasi Alcuna Resistenza da Vincere, La rivoluzione sociale, Quando si concretizzasse, sarebbe Rapida, facile, e non dovrebbe instaurare nessuna dittatura Rivoluzionaria”.

In Realtà un dispotismo ne Sostituisce un altro, il dispotismo borghese Sarà sostituito da un altro di natura Diversa, forse bancario? MA e Cio che si sta assistendo da parecchi anni, Una propaganda con Strumenti di massa mirati a mutare la morale ei concetti su cui si imposta la Società Borghese, martellante con “Azione diretta e indiretta”.

Una pagina 23 si chiarisce Perché in TUTTI GLI Attacchi terroristici di QUESTI Ultimi anni a farne le SPESE E sempre la gente comune MENTRE i potenti ne rimangono indenni. In Quanto per la rivoluzione sociale l’agiato E da Combattere, ma Nella Prospettiva Di Una rivoluzione ( “una tirannia nuova”?) Il Potente potra Essere da proteggere:

“E’ chiaro Che non dobbiamo tariffa ATTENZIONE un non intralciare la‘libertà’dei Potenti, degli Agiati, di Tutti Coloro Che rappresentano le Finzioni Sociali e traggono Vantaggio da esse. Quella Loro non e Libertà di tiranneggiare, Che E L’Opposto della libertà. Al contrario, E Cio che dovevamo Più Pensare di intralciare e Combattere “.

La Rivoluzione Globale una pagina 24:

“Questa rivoluzione preferibilmente dovrebbe Essere Mondiale, simultanea in Tutti i Luoghi, oi Luoghi Importanti, del mondo (…) in OGNI Nazione, fulminante e completa”.

E’ un this Che ci dobbiamo preparare Nei Prossimi Anni?

Non so se vi e mai capitato di Ricevere Un aiuto non Richiesto, gratuito, nel mio lavoro mi E capitato Spesso ed ho provato irritazione, capito ho Perché una pagina 31 e 32:

Tirannia dell’Aiuto La . (…) Aiutare Qualcuno, Amico Mio, E considerarlo incapace. (…) Una forma di disprezzo. In Un caso si Limita la libertà dell’altro; Secondo nel Caso si parte, per lo Meno inconsapevolmente, dal principio Che l’altro E disprezzabile e indegno o incapace della libertà”.

Un monito a tutti Coloro Che intraprendono Una lotta accomunati da un’idea un a pagina 36:

“Cessiamo di Essere traditori, Volontari o involontari, della nostra causa”.

E’ Cio che Accade Spesso!

L’ora del Diavolo

Il Secondo racconto E un ipotetico Dialogo Tra due PERSONE in Uno spazio tempo senza limite. This posto E Precisamente Il Luogo della Tentazione, colomba Gesù fu tentato dal Diavolo. Il Diavolo con tanto di maiuscola Perché trattasi non di spirito ma di un dio, con Più precisione fratello minore di Dio Onnipotente, il Destino, “supremo architetto”. MENTRE VI IT Ancora al di sopra di QUESTE divinità i Superiori dell’Ordine Incogniti. Il Diavolo e Una divinità locale il Suo Compito E La Contraddizione, Il Paradosso, senza il Quale nessuna Creazione PUÒ reggersi. This E, in sintesi, la teologia del racconto. L’interlocutore e Una Maria, gia Madre di Gesù ed ora di nuovo INCINTA in epoca moderna. E’ il solito racconto del diavolo in fondo alla strada deserta e lunare. La Luna è un simbolo, Come il sole ed Ogni cosa of this Mondo, il Mondo Anche Stesso con TUTTI GLI universi E rappresentazione, quindi Una raffigurazione di Qualcosa d’altro, il Che solista Il mistero racchiude la verità delle verità mutevoli. La Luna nel tempio massonico E contrapposta al Sole, Dove l’Iniziato nasce Due volte: una con la chiarezza della luce della ragione e l’Altra dall’ombra e dal riflesso della Luna che tenda di corrompere la materia tramite l’Immaginazione. Così raffigura l’Arcano Superiore 18 dei Tarocchi nel Suo primo significato. Infondo Quale progresso avrebbe Fatto L’uomo senza L’immaginazione? MENTRE Il Diavolo Porto nel Luogo della Tentazione Gesù per un rito d’Iniziazione, ora porta Maria per svelarsi, in Quanto e Il femminile a percepire la Luna, in Quanto la gestazione della maternità si misura con le FASI lunari, in Quanto has been la donna un Scoprire l’agricoltura tramite le FASI lunari e la SUA Sapienza VIENE demonizzata, per this VIENE Spesso raffigurata con serpenti per capelli. MENTRE Il Diavolo ha Una miriade di definizioni, quasi un’orgia di raffigurazioni e Simboli. VIENE spontaneo associare il femminile della Genesi al Serpente dei capelli della Medusa, colomba Sapienza e demonizzazione s’associano per nascondere Nella gestazione della donna Il mistero di Dio. Così leggiamo una pagina 59:

“E OGNI simbolo e Una verità sostituibile alla verità finchè il Tempo e le circostanze restituiscono quella vera”.

Ma Tutto è scritto da Pessoa per Il Piacere della letteratura, una pagina 61:

“This universo Tutto, e Tutti Gli Altri universi, con i Loro diversificazione creatori ei loro Diversi Satana – Più o Meno Perfetti e addestrati – Sono dei vuoti Dentro il vuoto, dei nulla Che Girano, satelliti, nell’orbita inutile di nessuna cosa” .

Chi non Si e divertito Consiglio di EVITARE annuncio APRIRE Qualsiasi libro di poesia o narrativa, solista legga dei saggi o meglio Ancora i volantini propagandistici dei Centri Commerciali.

 

Una cena molto originale

In this racconto v’è la vita di Una Qualsiasi associazione dove il Presidente Prosit ha un diverbio Culinare con cinque ragazzi di Francoforte. QUESTI rappresentano la Scuola di Francoforte Oltre ad Essere il penisero critico marxista, studiano e diffondono, svelando i veri intenti di propaganda, il Che nascondono le opere d’arti di OGNI tipo: Cinematografiche, figurato, musicali, letterarie, eccetera. Giustamente per la Massoneria Sono dei Nemici Che Meritano solista di Essere eliminati, ma per il Loro Valore culturale, in un atavico rito cannibale, per Avere tramandate le Loro virtù, quindi cucinati e mangiati. Proprio Dalle prime pagine si intuisce la Loro fine e per nulla Hanno distratto il Lettore La Presenza Dei Cinque camerieri scuri ed oscuri. La figura del Gran Maestro è “nascosta” anche Agli adepti, non si CONOSCE a fondo. L’adepto DEVE obbedire senza Sapere, un tal punto di Essere partecipe di Qualcosa di orripilante e mostruoso. La conclusione del racconto di e solista Una ribellione dell’Autore Alla sua storia, il Quale Prende Corpo nell’io narrante, un Volersi distaccare infierendo sul quel Potere Occulto impersonato dal Presidente.

 

conclusione

Proprio ne-L’Ora del Diavolo vi e svelato il filo conduttore dei tre racconti una pagina 55:

“- (…) Mio marito ha il Grado 18 della Massoneria. –

-Non della Massoneria: di un rito della Massoneria “.

Nel primo racconto VIENE raffigurato il Massone: banchiere un, un vincente, con la SUA politica nell’azione diretta e indiretta di un discapito dei perdenti. In pieno contrasto con il perdente, pagina 90:

“(…) la parte dei camerieri un una cena, Una cosa sgradita una OGNI uomo di Una certa Condizione sociale (…)”.

Siamo nel terzo racconto, in una cena rituale massonica, dove il cameriere E Solo Un perdente.

Nel secondo racconto VIENE svelata l’Arte Reale della Massoneria Che, per tante vie e viuzze, alla fine, porta all’adorazione del Diavolo.

Nel terzo racconto in maniera rappresentativa VI E La Cronica della Attività massonica nell’interno, con le sue regole ei suoi riti. QUANDO un Gran Maestro VIENE defenestrato lo e solista con la morte. MENTRE I DISTINTI signori nella vita di Tutti i giorni, Sono pronti a Combattere la crudeltà con altrettanta crudeltà. Perché L’uomo e animale Solo Un.

Buon divertimento, consiglio la lettura.

LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

4 Giu

LA RAGIONE E IL SENTIMENTO

Riflessioni di lettura su IL CONSIGLIO D’EGITTO di Leonardo Sciascia

Di

Alphonse Doria

Vi sono libri che vanno letti almeno due volte, come: Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia  edizione Mondadori – De Agostini, I Grandi Bestsellers – Novara 1986, prima edizione è stata Giulio Einaudi nel 1963. Mio figlio Federico lo ha trovato, abbandonato e solo, chissà dove e lo ha adottato per farmene uno specifico regalo, visto che era stato oggetto di diverse discussioni.  Certe sfumature, certe grandezze letterarie si possono percepire con una certa vita vissuta, dopo l’accumulo di pagine e pagine di letture d’ogni genere e maniera.

Leggendo questo romanzo storico mi è sembrato di assistere ad uno spettacolo teatrale dove l’ambientazione è immersa nel buio e i  personaggi entrano in scena emergendo nella luce. Un plauso particolare va ad Emidio Greco che ha diretto nel 2002 il film omonimo. E’ stato riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano. Il regista ha saputo operare non tradendo minimamente il romanzo di Sciascia, mettendo il suo ingegno e la sua arte a servizio della letteratura. Questa è una tradizione tutta italiana iniziata con i film di Blasetti e continuata in seno alla Rai con i romanzi adattati alla televisione, ponendo così opere di grande letteratura a milioni di telespettatori.

Le ambientazioni sono diverse, spesso i salotti dei nobili, di grande effetto la sala delle torture ed infine il patibolo. Sciascia non descrive, accenna, concettualizza questi posti, vi è solo buio e luce ben distinti. Il buio è il periodo storico di un Popolo assoggettato tramite alcuni che percepiscono dei privilegi a spese di tutti gli altri: nobili e clero. La luce è la Ragione che permette l’accesso all’azione, alla messa in scena della storia.

A questo punto si deve riflettere su cosa è il concetto di Storia per Leonardo Sciascia. A pagina 59, il lettore viene violentato mentalmente con un assioma netto, crudo: “La storia non esiste.”! Ma non è così, perché la storia esiste come esiste la ricerca e lo studio del passato. Poi è un fatto di coscienza ciò che viene trascritto, visto o non voluto vedere, del curatore, storico mestierante o appassionato. Insomma anche qui è una questione di ragione e sentimento. Cancellare le prove del già accaduto non significa condannare i protagonisti di quel passato, anzi promuoverli ad un nuovo apparire senza prove di contrasto, perché, appunto, sono state distrutte. Ciò che intendeva l’abate Vella nel romanzo è il concetto di storia come verità che non esiste, tanto così risponde al suo aiutante all’impostura frate Camilleri a pagina 59:

“(…) il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri (…)”.

Continua il Vella con la similitudine della “storia dell’albero e delle foglie”, dove le foglie sono gli uomini di ogni strato sociale e che un giorno voleranno via dall’albero e scompariranno, marciranno, anche l’albero scomparirà e lo storico non avrà mai l’orecchio così fine per ascoltare il gorgoglio degli stomaci per la loro fame subita. Il punto di domanda, che tantissime altre volte mi sono posto, è: lo “storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende” rinunzierebbe a ciò per il sentimento della verità? L’abate Vella questo chiede a frate Camilleri a pagina 59; 60:

Forse che lo star bene vi mette prurito alla coscienza?”.

Per chi è alla ricerca del passato, quando i documenti vengono distrutti, il compito diviene arduo. Come è quasi impossibile il ricostruire gli anni e gli eventi tragici delle stragi in Italia, perché documenti prima segretati, poi sono fatti sparire. Così il marchese Geraci, nel Capitolo III del libro, denunzia, con animo contemporaneo, quasi sembra Sciascia stesso a lamentarsi, la distruzione dell’archivio del Santo Tribunale dell’Inquisizione del viceré Caracciolo, “è un danno enorme, irreparabile”. A pagina 22:

bruciare così tre secoli, come niente; tre secoli che ci vuol altro che una fiammata per cancellarli; un patrimonio, una ricchezza che apparteneva a tutti”.

Così quella del Caracciolo, oltre a definirla una delle sue “caracciolate”, la chiamarono anche una “vastasata”. Prende le difese, il vero protagonista del racconto, l’avvocato Francesco Di Blasi:

Non è stata una vastasata: il marchese Caracciolo ha voluto dare a tutti il senso preciso, il preciso avvertimento che i tempi stanno per mutare; e che di un certo passato bisogna fare come della roba appestata: un rogo…”.

Questo pensiero, che Sciascia ha fatto esprimere al suo personaggio, non è assolutamente condividibile, perché il passato non si può distruggere in nessun modo, quello è stato e quello rimarrà con tutte le sue conseguenze, si può solo analizzare, e se si vuole, graziare o condannare. Il distruggere documenti, monumenti e mettere al rogo libri è quello spirito della rivoluzione che tradisce se stessa divenendo solo tirannia. Il corso del romanzo darà testimonianza della finezza intellettuale del Di Blasi, come lo è stato in vita, quindi il pensiero arrogante meno si ci addice, magari in forma figurata e con toni accesi ha espresso lo spirito che animò il Caracciolo in questa nefasta operazione.

Il 20 Maggio 1795 a Palermo al piano di Santa Teresa, oggi Piazza dell’Indipendenza, fu decapitato l’eroe della Nazione Sicilia, Francesco Paolo Di Blasi, nato a Palermo il 1753. Di Blasi era anche un grande intellettuale, scrittore, uno dei rari esempi di illuminista massone, repubblicano e indipendentista. E’ stato giudice della Gran corte pretoriana. Nipote degli abati benedettini e grandi uomini di cultura del tempo, Salvatore Maria e Giovanni Evangelista Di Blasi. Per le sue idee che diffondeva al popolo per la riscossa nel 1795 è stato arrestato, processato reo di congiura per l’istituzione di una repubblicana siciliana. E’ stato torturato con atrocità ma non svelò mai i nomi dei suoi fratelli di congiura. Una targa marmorea nel muro della caserma Garibaldi ricorda il suo fervente patriottismo siciliano. La congiura giacobina di Di Blasi è un primo esempio dell’interesse della massoneria siciliana per la politica indipendentista della Nazione Sicilia. Dopo questo fallimento pure il viceré di Sicilia Francesco D’Aquino, principe di Caramanico, gran maestro della Loggia palermitana, si suicidò, perché a quanto sembra era coinvolto nella congiura. A questo punto è giusto citare il romanzo storico di Leonardo Sciascia  Il consiglio d’Egitto (…) dove è appunto protagonista l’avvocato Di Blasi. La Sicilia del romanzo è solo metafora della Sicilia di oggi e nella storia di sempre, dove ogni verità è facile preda della menzogna. Questo accade, mi preme aggiungere, alle nazioni prive della loro sovranità, caduti in una forma qualsiasi di colonialismo. Quello che, infondo, ha voluto significare Sciascia. Francesco Paolo di Blasi lasciò tante opere significative per il Popolo Siciliano: “Sopra la egualità e diseguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità” (1778),  e “Sulla legislazione della Sicilia” (1790). Inoltre era promotore dell’Accademia della Lingua Siciliana di Palermo come “lingua nazionale[1].

Pur dando un quadro critico ed ironico del periodo storico il lettore non può sottrarsi di mettere a confronto la Sicilia di quell’epoca con quella di oggi. Quando a pagina 13 i personaggi criticavano le azioni intraprese dal Cracciolo contro alcuni nobili,  il poeta Meli esprime:

“-I nobili: il sale della terra di Sicilia(…).

-Potete ben dirlo – disse don Gaspare Palermo.

-Il privilegio, la libertà della Sicilia – incalzò don Vincenzo.

-Quale libertà? – domandò l’avvocato Di Blasi”.   

Viene spontaneo sostituire la casta dei nobili con la casta dei politicanti, che vantano di garantire l’Autonomia ed invece l’unico privilegio che hanno garantito è stato solo a loro favore svendendo il Popolo e la Sicilia, senza alcuna retorica. Basta sfogliare qualsiasi giornale e leggere con occhio attento per scoprire la fine dei pozzi petroliferi, il debito dovuto dello Stato italiano alla Sicilia, eccetera, per poi leggere anche tutti i privilegi che un deputato regionale ha e che non rinunzia con sfacciataggine sventolando lo Statuto.

-Quale Autonomia?- Si domanda il Di Blasi di oggi. Se ci fosse…

Un’altra riflessione sull’argomento la si trova a pagina 37 dove si legge che il viceré Caracciolo voleva che i nobili pagassero le tasse su i feudi “come i borghesi”, Di Blasi:

“-E non vi sembra logico (…) e più che logico giusto, che chi ha mezza salma paghi per mezza salma e chi ha mille salme paghi per mille?

-Logico, giusto? … Ma io dico che è mostruoso! I nostri diritti sono sacrosanti: giurati da tutti i re, da tutti i viceré … Voi che state occupandovi delle prammatiche dovreste saperlo … La libertà della Sicilia, santissimo Iddio!– Levò in alto le mani congiunte, a riconsacrarla.

-Lo so, infatti: e so delle usurpazioni, degli abusi… Ma, a parte quel che c’è da discutere sul privilegio, all’interno, per così dire, del privilegio stesso, resta da considerare il fatto che il privilegio in sé, cioè quella che voi chiamate la libertà della Sicilia, non si regge più: è una enorme usurpazione che ne contiene altre, infinite altre”.

In questo dibattito sul censimento del Caracciolo, oltre ad accentuare ancor più la metafora della Sicilia di oggi, vi è la precisa presa di coscienza che quella cosiddetta “libertà della Sicilia” è solo un insieme di privilegi ai nobili “oggi politicanti” per la fattiva colonizzazione, quindi presa d’atto dell’intellettuale di ieri (Di Blasi)  e di oggi l’azione  reale per l’indipendenza.

Il Di Blasi, da intellettuale, pur se la rivoluzione francese non aveva passato lo Stretto, con la sua cultura creò un ponte dove passò il concetto di “Patria”, come Nazione in senso romantico. Quindi non si chiude nella rassegnazione, ma opera per una autentica rivoluzione. Ecco il Di Blasi impegnato nell’Accademia degli Oretei per la lingua siciliana, e la sua passione lo porterà sul patibolo, promovendo una rivoluzione contro coloro che non avrebbero mollato i propri privilegi. A pagina 128 leggiamo in merito:

E di fatto, l’idea di far sorgere L’Accademia, di cui suo padre era stato un tempo promotore, era venuta a Di Blasi appunto in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana: e la morte del Cramanico, col conseguente andar  su  del Lopez, lo spingeva all’azione”.

La Storia gli nega l’attuazione di tale insurrezione perché un prete (parroco Pizzi, della chiesa di San Giacomo alla Marina di Palermo) non è stato fedele al suo Dio ed ha tradito il segreto della confessione  del giovane Giuseppe Teriaca.

Il merito dei sanculotti è stato quello di aprire ad idee che sovvertirono la storia ad un idea romantica di patria, di organizzazione sociale e non di territori delineati dal potere. Tutto ciò è stato assolutamente lontano dalla Sicilia tormentata da sempre dall’occupatore di turno.  Un contributo abbastanza pregevole è quello di Giuseppe Bentivegna[2]:

[3]“E’ certo che all’inizio degli anni ’90, con le notizie dei movimenti rivoluzionari europei, si radicalizza la lotta all’Illuminismo, la monarchia blocca i tiepidi movimenti di riforma e molti intellettuali legati all’assolutismo intellettuale si confondono dentro schemi inadeguati e si attestano su posizioni conservative. Ad esempio Domenico Crocenti, dell’Ordine dei predicatori, scrivendo nel 1792, attacca il giacobinismo, ritenendo una conseguenza dell’Illuminismo e della massoneria, un fenomeno che in Sicilia, tolta l’esperienza di Francesco Paolo Di Blasi, non sembra avere una consistente diffusione intellettuale e sociale. Sono gli anni in cui in Sicilia la stagione dell’Illuminismo dei Gregorio, degli Scinà e dei De Cosmi, volge al termine, sconfitta dalla crisi politica europea e dalla monarchia borbonica e che sostanzialmente non ha saputo guidare la Sicilia verso la modernizzazione capitalistica e borghese. Il blocco intellettuale della tradizione vincente nella lunga durata e il fallimento della  esperienza costituzionalista del 1812 lascia in eredità del nuovo secolo e dei nuovi ceti dirigenti il nodo irrisolto dell’abolizione della feudalità e del riassetto ‘democratico’ dello stato”

Quinti il giacobinismo in Sicilia non ha avuto modo di attecchire, questo motivo si deve anche perché l’esercito napoleonico salta la Sicilia, pertanto diviene solo un fenomeno di elite e non di popolo. I giacobini sempre più furono integrati nelle logge massoniche cambiando così il ruolo dell’attività della Massoneria da speculativa a politica. Benedetto Croce scrive: [4]“… gli ingegni napoletani … sul cadere del Settecento, primi in Italia, cioè fin dal 1792, … si misero in corrispondenza con le società patriottiche francesi, e i più giovani e ardenti riformarono le loro Logge massoniche in club giacobini…”

(…)

Anche l’Abate Vella (Consiglio d’Egitto) a suo modo attua la sua rivoluzione trascinando quel mondo falso dei viceré nella falsità storica, ma anche la sua fallisce. A mio avviso, Sciascia nel suo vero storico interpone la luce dei pensieri dei personaggi con le ombre del falso e paradossalmente vince il falso. (…) il romanzo storico del verismo siciliano è strutturato in una base “vera” storica dove i personaggi possono vivere e svilupparsi liberi nella fantasia dell’autore, insegnamento che risultò fortunato ne Il consiglio d’Egitto di Sciascia, così anche, per esempio, in 7 e Mezzo di Giuseppe Maggiore, come in maniera particolare ne I vecchi e i giovani di Pirandello. Questo per quanto riguarda il lato letterario. Per quello politico abbiamo potuto notare come la massoneria incominciava ad avere interesse nel progetto politico risorgimentale, riuscendo in una seconda fase a predominare l’azione[5].

Il Di Blasi non era un pazzo solitario, un Don Chisciotte contro i mulini a vento, semplicemente una lotta dura e pericolosa, soprattutto quando si vuole il popolo protagonista.

Il Di Blasi è un personaggio vero, ma entra in quella sicilitudine sciasciana, perché i personaggi se pur realmente esistiti vengono rimessi e quindi scelti dall’autore per rivivere nei loro scritti.

La sicilitudine di Sciascia, non è la sicilianetà degli altri scrittori è un sentimento di sconforto, che nasce dalla sicilianetà. Mentre la sicilianetà è un sentirsi senza identità, il non riconoscere il sistema, una forma di autismo politico, perciò l’esigenza di lasciare segreta la propria riserva, non territoriale, ma di pensiero. La sicilitudine è vivere questa sicilianetà soffrendone il disagio[6].

Il Consiglio d’Egitto è un romanzo storico, diverso dagli altri libri che sono  dei “gialli senza soluzione”, ma anche qui i personaggi fanno degli itinerari della mente, in una scrittura dove si percepisce il pessimismo storico degli eventi, per il lettore diviene spontaneo che alla fine questi personaggi non riusciranno il loro scopo. L’avvocato Di Blasi e “lo smorfiatore di sogni, numerista” abate Vella sono accomunati dal loro ineluttabile destino. Pur se l’abate Vella aveva vinto, il suo cammino mentale, non più la ragione, ma il sentimento, un sentimento nuovo, lo ha portato a confessare la sua impostura. Poteva benissimo, trarre i suoi vantaggi di quella storia e mettere punto, ma il fatto di portare ancora quella maschera era una costrizione che limitava il suo essere, il godere nel dire che quell’opera, se pur una impostura, era ad arte, tanto di avere imbrogliato tutti, il seguire la volontà dell’Autore, hanno spinto il personaggio a confessare ed essere un perdente. Di Blasi e il Vella accomunati nel loro fallimento perché vincere era solo una utopia. Si avverte che in fondo vale la pena la lotta, è una esile speranza che quei pochi “uomini per bene” tra tanti “malvagi” alla  fine c’è la faranno. Quindi pur se la Storia afferma il contrario, Sciascia non infonde rassegnazione ma speranza nel continuare ad appartenere a quei “uomini per bene”.

L’italiano utilizzato degli scrittori siciliani è una caratteristica comune, come una traduzione del loro pensare in siciliano e quindi diviene strano, con termini che solo forzandoli stanno al loro posto. Un italiano artificioso ma tale è che hanno reso grande  in tutto il mondo la letteratura italiana. Verga, Pirandello, De Roberto, Sciascia tutti criticati aspramente, rimproverati per il loro aspro italiano. In realtà sperimentatori di un nuovo uso della lingua italiana come strumento d’arte, come uno scultore adopera il martello e lo scalpello e il pittore il suo pennello. Aggiungo che in fine è un marchio di autenticità dello scrittore, il quale più vuole essere vero, autentico, più il loro pensiero si scontra con la lingua di adozione. Arrivando in fine ad adoperare dei solecismi, e ancor più delle insostituibili parole della lingua siciliana. Quest’ultima caratteristica ancor più marcata nella scrittura del Camilleri è divenuta, diciamolo pure, moda. Ma in Sciascia vi ancora una sottile differenza: il suo italiano è una lingua “ragionata”, creata con maestria dal suo ragionamento.  Per Sciascia la letteratura viene vista da intellettuale qual è, quindi non deve mai essere propaganda politica, pur se la letteratura può dimostrare l’innocenza e la colpevolezza del potere tramite un percorso d’indagine, lui riesce a mantenere quel distacco ironico, visto da alcuni come qualunquismo.

Sottolineature

Il libro inizia con l’epigrafe di Paul Louis Courier  scrittore francese (1772 – 1825), in lingua originale tratte da Lettres de France et d’Italie, si trova a Reggio Calabria e scrive appunto  “al termine di Italia”, continua in questa lettera “Tutta l’Italia è niente per me, se non conosco la Sicilia”. Ha il forte desiderio di visitare la Sicilia così conclude: “Voglio vedere la patria di Proserpine e conoscere un po’ il motivo per cui il diavolo ha preso donna in quel paese”. (“Je veux voir la patrie de Proserpine et savoir un peu pourquoi le diable a pris femme en ce pays-là.”).

Pagina 11: “Ibn Hamdis, poeta siciliano”

Ibn Hamdis al-‘Azdī al-Ṣīqillī nato a Siracusa nel 1056 e morto nel 1133, il più grande poeta siciliano di lingua araba. Ecco alcuni versi dedicati alla sua patria perduta (la Sicilia):

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato l’anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno….

Viva quella terra popolata e colta, vivano anche in lei le tracce e le rovine!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consumate le membra e le ossa dei miei avi.

Le sollecitudini della canizie bandiscono l’allegria della gioventù. Ahi! la canizie abbuia quand’essa risplende!

Nel fior della gioventù fui destinato a viver lungi [di casa mia] quando quella fosse declinata e scomparsa.

Conosci tu alcun conforto della gioventù? Perché chi sente il malore brama la medicina.

 

Pagina 13:

“Abdallah Mohaned ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli, (…) non conosceva il francese , non conosceva nemmeno il napoletano”.

Pagina 16

“la croce gerosolimitana” di Gerusalemme, uno dei più antichi simboli cristiani d’oriente.

Pagina 19

“Se la Sicilia fosse di fatto regno, come lo è di nome, avremmo operato di tutto per avere a Palermo come ambasciatore il nostro… Come si chiama?”

Quanta è siciliana questa frase, quanta è attuale!

In questa descrizione dell’abate Vella di Sciscia vi è molto delle pennellate essenziali pirandelliane, pagina 20:

“alto e robusto, lento e solenne nel passo, grave il volto olivastro, gli occhi assorti”.

Pagina 28:

“Veniva ora la parte più delicata del lavoro: la totale corruzione del testo, la trasformazione dei caratteri arabi in caratteri che lui aveva deciso di chiamare mauro-siculi e non era poi che il maltese, il dialetto di Malta, trascritto in alfabeto  arabo”.

Il mauro siculo è vera, è la lingua maltese ufficiale tutt’oggi. E’ l’arabo parlato nel X secolo che si estinse in Sicilia ma ha resistito fino ad oggi a Malta, ora sempre più contaminato da altre lingue, come l’inglese.  E’ veramente esistito anche l’abate Vella straordinario artista del falso, nato nel 1749 a Malta e deceduto nel 1814 a Mezzomonreale (Palermo).

Pagina 29:

“Ibrahim ben Aalbi l’ordine di invasione della Sicilia che invece era stato dato da Ziadattallah”.

L’abate Vella compie questo grossolano errore di attribuire al padre la missione del figlio, gli costò un richiamo del suo committente, ma lui costruì dei pezzi d’appoggio come medaglie e carteggi continuando così l’impostura imperturbabile. Riscontro si trova, dove sicuramente Sciascia trovò le sue fondi, su: Biblioteca italiana ossia giornale di letteratura scienze ed arti liberali, Agosto 1828 – PARTE I – Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII dell’abate Domenico Scinà, regio storiografo. Volume 3°, ed ultimo. – Palermo, 1827, tipografia reale di guerra, in 8°, di pag. 494. Articolo secondo ed ultimo (V. il primo nel tomo 50°, p.16). (pagina 148).

Pagina 33:

“(…) il veto a riscuotere i fiori di stola nera”

In realtà è la famosa “cutra” che i preti affittavano per coprire la cassa funebre e che dovevano pagare gli eredi e che Caracciolo appuntò vietò questa “tassa” e questo lucro ai preti.

Pagina 40:

“Santa Cristina”

Martire cristiana a tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312)  di famiglia ricca, viene infamata dal padre e torturata con mille supplizi, nella passio del IX secolo, di nessuna valenza storica, vi sono descritti proprio tutti. Le reliquie vengono trovate a Sepino (Campobasso), dove è rimasto solo il braccio le altre reliquie vengono traslate a Palermo nel 1154 (1166), dove è stata proclamata patrona della città, fin quando i palermitani volta faccia non scoprirono le reliquie di santa Rosalia nel XVII secolo.

Pagina 41:

“un grano al venerdì”

Il grano è il prezzo che pagava il nobile al siciliano che necessitava di assistenza, doveva umiliarsi a bussare alla sua porta e un suo servo porgeva una moneta di un grano. E’ rimasto un modo di dire a significare quanto può essere “irrisoria” la benevolenza di coloro che in realtà godono dei privilegi di una nazione a spese degli altri. Il valore attuale più o meno corrisponde ad un euro.

Pagina 43:

“(…) re Ruggero e i suoi baroni erano stati, nella conquista della Sicilia, come soci di una impresa commerciale, il re qualcosa di simile al presidente di una società; che i vassalli dovevano ai baroni la stessa obbedienza che al re; e così via;”.

Da evidenziare la forma espressiva molto tortuosa che adopera Sciascia, ma anche il concetto di guerra come “una impresa commerciale” è molto moderno e fa riflettere, e si ha il dovere di rifletterci su.

Pagina 44:

“(…) costituzionalismo siciliano (…)”

Pagina 45:

“(…) fisicamente antipatico: gracile ma con una faccia da uomo grasso, (…). Trasudava sicurezza, rigore, metodo, pedanteria. Insopportabile.”

Pagine 46:

“(…)tu non vuoi né mangiare né lasciar mangiare, sei un cane d’ortolano, un rognoso, impestato, arrabbiato cane d’ortolano”.

Questo modo di dire popolare proviene dalla favola di Esopo “Di un cane, ed un Ortolano”, narra che il cane dell’ortolano era caduto in un pozzo, e che per tirarlo fuori lui discese il fosso, ma la bestia si ci avventò contro e lo morsicò, pensando che lo volesse affogare. Tornò sopra dispiaciuto lamentandosi che lui lo voleva salvare ed in cambio gli fece male. Quindi la favola sentenzia contro gli ingrati e non riconoscenti.

Pagina 49:

“La banda che suonava in placo, dava voce al sentimento dell’ora.”

Pagina 53:

“(…) in quel momento a Palermo si poteva esprimere senza rischio qualsiasi idea, ma al pensare. “I pensieri che attingono alle idee sono come tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (…) il sentimento come elemento dell’uguaglianza, come elemento della rivoluzione …”

Quante volte nel libro ritroviamo la parola “sentimento”, eppure diciamo che è stato un elogio di Sciascia a quell’esile illuminismo siciliano. Cos’è mai la ragione senza sentimento?

Pagina 54:

“(…) la nostra  plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla (…) sapete  che Diderot è morto?”.

Pagina 58

“Astenersi dalle cose diaboliche è facile; il difficile è astenersi da quelle che Dio stesso ha fatto e che, per suo amore, ci chiede di non toccare. (…) lodiamo la donna in quanto bellezza, in quanto armonia; la esaltiamo come genitrice… (…) Della fede, nell’oscurità della sua mente, del suo cuore, baluginavano cocci di superstizione”.

Pagina 62:

“Francoise Boucher: boucher, boucherie, vucciria. Vucciria“.

“un uomo che si sveste ha qualcosa di ridicolo”.

Pagina 71:

“pasquinate”

Le pasquinate nei romanzi di Gabriel García Márquez.

Pagina 72:

“Quel che era riuscito a fare, stretto in tale condizione, poneva nella storia di Sicilia le premesse di una possibile rivoluzione.”

“(…) i gangli paralizzati della vita siciliana”.

“uno Stato ordinato, giusto, civile si sostituisse al privilegio e all’anarchia baronale, al privilegio ecclesiastico”.

“sembra un cucco”.

Pagina 74:

“Come si può essere Siciliani?”

Pagina 91:

“(…) si guardarono per un momento negli occhi, negli occhi dell’altro ciascuno lesse la misura di sé”.

Pagina 95:

“biscotti al sesamo”

Biscotti regina (‘nciminati): kg.3 farina grano tenero, Kg. 1,050 zucchero, Kg. 1,050 strutto animale, g. 15 armonico, aroma di limone, giallo colorante, latte 0,800 l.. Si prepara sesamo s’impasta con acqua e si avvolge l’impasto dei biscotti. 

 

Pagina 100:

“una di quelle feroci e numerose comitive che nel territorio non mancavano e di cui gli sbirri di tanto in tanto, dimostrativamente e senza sortirne alcun successo, si occupavano”.

Pagina 109:

“la malerba dei libri”.

Pagina 117:

“Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità…”.

Pagina 118:

“siete così abituati, voi avvocati, a mutare menzogna e verità, a dare all’una le vesti dell’altra, che ad un certo punto non le distinguete più… Come il Serpotta, che impreziosiva di vesti le baldracche e ne ritraeva immagini delle Virtù.”

Giacomo Serpotta (Palermo, 1656 – 1732), ritenuto il più grande tra gli stuccatori. La famiglia Procopio è stata la più grande tra gli stuccatori di tutta Europa. Il capostipite fu Gaspare (1634-1670), ha avuto due figli Giuseppe (1653-1719) il quale non ha avuto figli e appunto Giacomo ha avuto un figlio naturale Procopio  il quale non hanno avuto un rapporto molto buono tanto che alla fine ha diseredato il figlio. I Serpotta con un materiale, diciamo umile, come lo stucco hanno saputo realizzare “capolavori di decorazione plastica in cui echi classicheggianti e rococò si fondono in un linguaggio leggiadro ed elegante”(Palermo web).

Pagina 119:

“La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita. (…) E crediamo che la verità era prima della storia, e che la storia è menzogna. Invece è la storia che riscatta l’uomo dalla menzogna, lo porta alla verità: gli individui, i popoli…”

Il rapporto conflittuale qui è di più con la verità che con la storia. Il pensiero siciliano stesso è basato sul sofismo di Gorgia inteso come la verità creata dalle parole, dalla forza del ragionamento e del discorso. Mentre la storia può essere strumento di riscatto politico quando ha la forza della verità. Mentre può divenire strumento di colonizzazione con la menzogna.

Pagina 122:

“E il bagno era una piccola morte: il suo essere vi si scioglieva, il corpo diventava una spuma di sensazioni. Deliziosamente avvertiva di peccare. (…) Se proprio non potete fare a meno di immergervi nudi nell’acqua, diceva il padre della Chiesa, non toccate però il vostro corpo mentre state a mollo”.

Pagina 126:

“ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice”.

“La crisi, diceva il principe (Trabia), ha come causa l’ignoranza dei contadini…”

Pagina 127:

“Il diritto  del contadino ad essere uomo… Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo… Una campagna ben coltivata è immagine della ragione: presuppone in colui che la lavora l’effettiva partecipazione alla ragione universale, al diritto…”.

Il bravo capitalista questo lo sa, ma preferisce schiavizzare solo per il male per il male e godere così di più.

Pagina 128:

“(…)Accademia siciliana degli Orotei(…) Di Blasi (…) in funzione degli scopi politici che segretamente perseguiva: di dare, attraverso la poesia in dialetto e la ricerca di una più integrale dialettalità, un senso concreto e democratico alla sicilianità, alla nazionalità siciliana di cui i più  avevano astratto culto; e al tempo stesso svolgere cautamente un lavoro di comunicazione e propagazione di idee, di proselitismo. Un lungo travaglio aveva portato Di Blasi a vagheggiare una repubblica siciliana”.

Pagina 129:

“(…) per tentare di abbattere con la violenza il vecchio ordine”.

“l’esercito della Francia rivoluzionaria come speranza di un pronto e fraterno aiuto alla futura repubblica siciliana”.

Pagina 130:

“il popolo invocava Madonna e santi a tener lontani i francesi come già i turchi (…) Di Blasi stava tendando una rivolta  giacobina (…). Non un tumulto sarebbe scoppiato il 5 aprile, ma una rivoluzione mossa da una grande idea; e non solo nella città di Palermo, ma anche nella campagna”.

“gli esempi lontani dello Squarcialupo e del D’alesi”

Gian Luca Squarcialupo è stato il promotore della rivolta nella città di Palermo il 23 e 24 luglio 1517 contro l’occupatore di turno rappresentato da Ettore Pignatelli luogotenente generale spagnolo. Questa rivolta di popolo ha avuto una contro reazione dei nobili siciliani, quindi siciliano contro siciliano. La rivolta fu acquetata e Squarcialupo venne ucciso l’8 settembre 1517 nella chiesa dell’Annunziata. Anche Squarcialupo voleva una repubblica siciliana.

Giuseppe D’alesi, detto il Masaniello siciliano nato a Polizzi Generosa nel 1612, artigiano (battiloro) trasferitosi a Palermo molto giovane, bravo nell’utilizzo delle armi e di fisico prestante. Già nel maggio 1647 seguì Nino La Pelosa in una rivolta, fu un insuccesso e fu arrestato, riuscì ad evadere ed fuggire a Napoli dove ha conosciuto Tommaso Aniello (Masaniello). Tornò a Palermo dove organizzò una rivolta che fu tradita ma nonostante riuscì a fare liberare gli arrestati e continuare la lotta. Risparmiò di accanirsi contro i nobili, ma non appena riuscì a togliere la pesante gabella ai contadini, i nobili lo attaccarono appoggiati anche da alcune maestranze. Riuscirono a catturare D’Alesi e ucciderlo il 22 agosto 1647.

Pagina 137:

“Le nostre mamme che hanno presentimento di tutto, che sanno tutto: e non fanno che complicare le cose”.

“il destino, il dolore e la morte cui la sua vita è stata sempre legata”.

Pagina 138, 139:

“-I libri, i tuoi libri- si disse Di Blasi (…) Ed ecco Diderot, cinque volumi, Londra 1773-. Allungò il piede verso la pila più vicina, a farla crollare. Il Damiani (…) si allarmò, insorse di diffidenza; e ordinò agli sbirri di sfogliare pagina per pagina i libri che Di Blasi aveva fatto cadere. –Imbecille- pensò Di Blasi –e non capisci che sto cominciando a morire?-“.

Pagina 142:

“l’ispirazione a confessare la sua colpa è venuta direttamente da Gesù (…) Questa era una finezza propagandistica di monsignore Lopez; ché aveva gran paura il popolo si sollevasse, e perciò aveva inventato una favola che ne colpisse il sentimento”.

Pagina 143:

“un cuore nero”.

Pagina 144:

“Senza l’intervento della Provvidenza a quest’ora le idee giocherebbero a bocce con le nostre teste. (…) un’idea delle idee. (…) le idee vengono quando le rendite se ne vanno.  (…) Le idee per cui scorre tanto inchiostro non sono poi tanto lontane da quelle dei ladri di passo… Solo che il ladro di passo non ha idea di avere delle idee(…) Se avesse idea che le azioni che commette vengono fuori da un’idea, e che di una tale idea si fa apologia nei libri, e che una nazione intera, una grande nazione come la Francia, si è messa a farne pratica… Ebbene: che differenza ci sarebbe tra il brigante Testalonga e l’avvocato Di Blasi?

-Nessuna: l’uno e l’altro tiravano per il mio – disse il marchese Geraci.

Pagina 146:

“Nella tortura l’uomo perde la nozione del proprio corpo (…). Il tuo corpo non ha più niente di umano: è un albero di sangue… Bisognerebbe farla provare ai teologi, ché finalmente capiscano che la tortura è contro Dio, che devasta l’immagine di Dio che è nell’uomo…”

Pagina 147:

“-Non accecarmi la mente- pregò: diceva alla buia natura del sangue, dell’albero, della pietra; al buio di Dio”.

Pagina 159:

“il dolore e il lutto sono solitudine”

Il sentimento  della morte.

Pagina 159:

“Davvero puoi ancora pensare all’anima, se la tortura ti ha dimostrato che il suo corpo è tutto?”. (Pagina 168) L’anima non ha pensieri. (Pagina 169) –Le vastasate dei vivi… O il niente che è niente.

Tra ragione e sentimento, pagina 164:

L’abate Vella “Inseguiva i fatti della vita, il passato e il presente, a cavarne sentimenti e significati come un tempo dai sogni degli altri estraeva i numeri del lotto (…) per la ruota di Dio o per la ruota della ragione… (Pagina 173) come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”.

Pagina 172:

“le orecchie gli vibrarono”.

Pagina 182:

“Ricordo il giorno di primavera in cui a Monreale avevano accompagnato quel Goethe: un uomo che si commuoveva su un coccio di Selinunte, su una moneta di Siracusa; ed era rimasto impassibile, quasi infastidito, a Monreale.”

Il boia, pagina 183:

“Si chiamava Calogero Gagliano, era un capraio di Girgenti (…)

–Vuscenza mi perdoni.

-Pensa alla tua libertà.

(…)Pregava il suo Dio, il Dio delle capre e del malocchio, che gli desse mano ferma a recidere la corda, che la mannaia cadesse bene. Fu esaudito.”!

 

[1] Almanaccu Sicilianu – Maju di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.  – Aprile 2016

[2] Padre Giuseppe Bentivegna, gesuita e patrologo di fama internazionale, insegna Teologia all’Istituto di Scienze umane e religiose presso l’Ignatianum di Messina. È autore di numerosi testi tradotti anche in Paesi di lingua francese e inglese. Collabora alla rivista La Civiltà Cattolica. Fa parte del Rinnovamento dal 1976

[3] Dal riformismo muratoriano alle filosofie del Risorgimento: contributi alla storia intellettuale della Sicilia Di Giuseppe Bentivegna Pubblicato da Guida Editori, 1999 Pagina 135 e 136

[4] STORIA DEL REGNO DI NAPOLI B.CROCE 1944 LATERZA -Bari

[5] L’ULTIMO DEGLI UZEDA

[6] Almanaccu Sicilianu – Marzu di Alphonse Doria, stampato in Italia presso Thefactory per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – Febbraio 2016

IL CACCIATORE DI FARFALLE Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

7 Mag

IL CACCIATORE DI FARFALLE

Riflessioni di lettura su Viaggio in India di Hermann Hesse

Di

Alphonse Doria

Viaggio in India di Hermann Hesse, Sugar editore & C., Milano, gennaio 1973, lire 1.800, mi è stato portato da uno dei miei figli, forse Federico. Il fatto sta che era lì che giaceva, anno dopo anno. E’ l’ennesima opera che leggo di questo grandissimo Autore, premio Nobel per la letteratura 1946. A casa ho sempre avuto una copia in più di Siddhartha da fare dono a qualche giovane visitatore per iniziarlo alla buona lettura.

Come ogni intellettuale Hesse anticipa, percepisce l’animo della storia. In questo  libro di viaggio, prima edizione Berlino 1913, vi è una prima testimonianza del declino  dell’uomo europeo, che sarà sempre più deviato dalle forti  ideologie tecniche, con la perdita di quel sentimento scaturito dalla genuinità atavica della propria natura di essere. Quando si ci mette in cammino si è sempre mossi da una ricerca. L’oggetto di questa ricerca potrà essere materiale o spirituale. E l’uno contenere l’altro. L’oggetto del viaggio di Hesse è stato quello di ritrovare la spiritualità percepita e mitizzata dai ricordi dell’infanzia, che non trova in Occidente. Ma alcune immagini gli rimarranno dentro e daranno il loro frutto. L’opera Siddhartha è la testimonianza che l’Autore ha trovato quel Mondo perduto.

Bisogna fare della propria vita un viaggio, dove ogni immagine è un seme che nel tempo germoglia nel giardino che ognuno dentro ha.

In futuro negli anni ’60, il disagio della perdita di sentimento, si allargherà in tutto l’Occidente.  E molti giovani si illuderanno di intraprendere la ricerca affidandosi a gli effetti dei stupefacenti. E’ un modo di prendere delle scorciatoie risultate terribilmente sbagliate, dei veri dirupi dove perdersi, invece di trovarsi. Altri intrapresero il cammino segnato da Hesse verso l’India. L’India come l’intende l’Autore, più che luogo geografico, zona/dimensione/spirito/origine. Così, se pur il titolo parla d’India in realtà lui ha visitato i territori dell’Indonesia. Così scrive a pagina 44:

“(…), partivamo per l’Asia, che non era parte del mondo, ma un posto ben preciso e pur tuttavia misterioso tra l’India e la Cina. Da lì avevano avuto origine i popoli, le loro dottrine e le loro religioni; lì erano le radici di ogni saggezza, l’oscura sorgente di ogni vita umana, le immagini degli dei e le tavole delle leggi. (…) pensavo al drago d’oro, al nobile albero bo, al serpente sacro. (Nota: Fico che avendo protetto con la sua ombra le lunghe meditazioni di Buddha, divenne sacro con il nome di “albero della chiaroveggenza”, bodbirukkba, o più brevemente, albero bo. Pagina 45 …) ero in partenza per l’Asia, per vedere l’albero sacro e il serpente, per ritornare alla sorgente della vita, dalla quale tutto aveva avuto origine, e che rappresenta l’eterna unità dei fenomeni”.

Pagina 49: “Mi sentivo amato dal padre e dalla madre, guidato dal guru, purificato dal Buddha, redento dal Salvatore; qualunque cosa  ora mi fosse accaduta, mi avrebbe lasciato completamente indifferente. (…) rumoreggiava l’eternità e profondamente, nella notte della sacra ombra, risplendeva dorata l’antichissima porta del tempio”.

Ogni Terra ha il suo Spirito che condivide con gli abitatori tanto da farne un Popolo e insieme Nazione. A volte questi popoli vengono colonizzati da altri prepotenti e arroganti così il Popolo Malese, ecco che scrive Hesse in una semplicità sconvolgente la disgraziata colonizzazione malese, pagina 59:

“Questi poveri malesi, non potranno mai diventare come fanno invece gli europei, i cinesi e i giapponesi, padroni o imprenditori di questi lavori, ma saranno sempre costretti ad eseguirli come taglialegna, uomini da fatica e segatori, e ciò che essi guadagnano, lo restituiscono, quasi tutto, ai commercianti stranieri, in birra, tabacco, catene per orologi e cappelli per la domenica”..

Farfalle catturate da Hesse

Lo Scrittore ha un altro motivo che lo spinge a viaggiare, ed è quello di catturare farfalle per la sua collezione. Dal mio punto di vista, non sono solo le farfalle insetti che cerca e cattura, ma tutti quei momenti particolari, quelle immagini che scaturiscono sentimento. Quegli attimi dove si incrociano il Cielo verso la Terra e la Terra verso il Cielo in una spinta da ambo le parti. Due triangoli che si incrociano come le ali di una farfalla. Ed è proprio in questo incrocio che avviene la metamorfosi dell’uomo vecchio che muore e dell’uomo nuovo che nasce. Come la crisalide di una farfalla pronta a morire per rinascere splendente a nuova vita.

Emblematico l’episodio del capitolo Vita di società dove in un circolo di europei Hesse vide una farfalla grande quanto una mano dai colori stupendi e decise di catturarla per la sua collezione prima di ritornare in albergo. Ma arrivato il momento, ecco cosa succede, pagina 64:

“La gigantesca farfalla attratta più volte dalla luce si era ormai bruciata le ali”

Perché le belle occasioni si prendono al volo. Ma lui è un abile predatore e la farfalla non è solo l’insetto che sorvolava quell’ambiente, è anche un immagine, un sentimento, un momento, così continua:

“Presi a cercarla e la trovai sul pavimento priva di vita. Quando la sollevai, il suo corpo, già in parte rosicchiato brulicava di quelle minuscole e grige formiche nane, che qui si ritrovano nello zucchero, nelle scarpe, nelle calze, nella scatola di sigarette e nel letto, e sulla cui selvaggia avidità di preda si impara presto a scrollare le spalle, come sulla crudeltà dei cinesi, sulla falsità dei giapponesi, sulla mania di rubare dei malesi e su altri piccoli e grandi mali dell’Oriente”.

Vi è solo una differenza che vorrei aggiungere, che la crudeltà animale è innocente, mentre quella umana è sgradevole e dolosa. Nell’Autore non sussiste pregiudizio razziale, almeno credo. Nell’episodio del capitolo Notte sul ponte narra della piccola malese ingioiellata che l’osserva. Hesse descrive il più terribile, forse vero pregiudizio sull’occidentale, sull’uomo bianco, che ha schiavizzato e distrutto migliaia di nazioni in nome della religione e del progresso, con una crudeltà infame e terribile, pagina 69:

“(…) mi osservava attentamente, con i suoi occhi belli e calmi e con interesse reale, quasi potesse spiare nel sonno che razza di animale è l’uomo bianco. (…) i begli occhi curiosi di una cavalla o di un vitello”.

Quegli occhi sono intellettivi e intelligenti, eppure innocenti, come quelli di un animale.

Ecco di seguito altre delle tante farfalle che ha catturato Hesse e che mi hanno colpito particolarmente.

Hesse, spettatore di uno spettacolo teatrale, analizza questi attori nella loro essenza, notando intanto quanto possono essere vulnerabili ed ingenui nel loro sentimento, pagina 16:

“(…) i poveri malesi mi apparvero come cari e deboli bambini, senza possibilità di salvezza, in balìa dei  più malefici influssi europei. Recitavano e cantavano con superficiale abilità, con aggressività napoletana, talvolta improvvisando, al suono di un moderno armonico.”

Sembra che stia descrivendo una anticipazione di Bollywood. Anche perché se sono malefici gli influssi europei immaginiamoci come sono quelli americani…

Pagina 20, 21: “L’intenso traffico delle strade (Singapore) ricorda molto da vicino quello delle città italiane; e pur tuttavia assolutamente privo del folle rumore con il quale in Italia ogni fiammiferaio propaganda la sua mercanzia”.

Pagina 24: “La piccola gracile fanciulla ha un dolce viso infantile, (…), ma i suoi occhi sono abili e freddi; è forse il viso cinese più disperato e scaltro di tutta Singapore”.

Queste altre immagini rappresentano il paesaggio, l’uomo e la natura si incontrano nella storia, ma ecco cosa avviene quanto la storia di un popolo viene deviata.

Pagina 35: “Il clima distrugge con grande rapidità ogni lavoro umano, per cui le abitazioni non sono ispirate a criteri di durata e stabilità, ma soltanto a una esigenza momentanea di ombra e di riparo dalla pioggia”.

Pagine 37: “(…) le costruzioni sono colorate, per lo più di un violento colore turchino, che nella forte luce dei tropici, risulta fresco e nobile”.

Pagina 38: “(…) guardando da un bosco di palme, bello e silenzioso, o da un vicolo di un grazioso e lontano paese della Malesia oppure da una strada cinese blu scura, discreta nella sua uniformità, una chiesa, che, eretta, su uno spazio isolato, in stile gotico inglese, irrazionale e assurdo, dichiara apertamente l’impotenza culturale dell’Occidente (…). Una casa malese, appena (pagina 39) terminata, dopo tre mesi, sarà perfettamente integrata nel paesaggio, come se fosse stata costruita da cinquantenni; invece un palazzo residenziale olandese, una chiesa inglese o un edificio scolastico cattolico di stile francese non potranno mai rallegrare il nostro sguardo, fintanto che non avranno posto termine alle loro esistenza carica di colpe e non avranno restituito alla natura le singole parti di cui sono composte”.

Pagina 50: “(…) lo stanco chiarore delle stelle”.

Pagina 62: “Multatuli (NOTA: Pseudonimo dello scrittore olandese Eduard Douwes Dekker. (…) Egli prese decisamente le difese degli indigeni che venivano sfruttati senza riguardo, ma venutosi a trovare in contrasto con i suoi superiori per questo atteggiamento, ritornò in Europa)”.

La farfalla più bella e suggestiva Hesse la cattura tra sogno e realtà a pagina 74:

“Ero un bambino che stava per piangere, cullato da una madre, che mi cantava una antica nenia in malese; stavo per aprire gli occhi, pesanti come il piombo, per guardarla, quando riconobbi il volto millenario della foresta vergine, che china sopra di me mi parlava in un sussurro. Ero proprio nel cuore della natura; (…) lì marciscono e muoiono i popoli, e dal mucchio delle loro carogne risorge rapidamente un’altra  razza umana, esuberante e invulnerabile”.

Cosa dire di questa icona potentissima? La vergine madre che tiene in braccio il bambino, sintesi del sentimento religioso. Di fronte alla ciclicità di Madre Natura quale confronto può tenere l’arroganza del misero uomo, o di un popolo, o di tutto il genere umano? Lo stesso genere umano che non riconosce la grande fortuna e il grande amore che questo pianeta ha per le proprie creature. E allora la ricerca di Hesse continua allargando lo sguardo in posti lontani, immensi orizzonti, pagina 76:

“(…) osservare con stupore l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile, al quale facevano riscontro l’incomprensibile e l’irrazionale dentro di me. (…) non con il desiderio di chiarire queste cose, ma soltanto con l’esigenza di essere presente e di non perdere neppure uno degli straordinari attimi, nei quali la grande voce mi avrebbe parlato e nei quali io, e con me, la mia vita e la mia sensibilità sarebbero svanite e avrebbero perso di valore, poiché sarebbe stato soltanto un insignificante tono armonico rispetto al profondo tuono e all’aurora più profondo silenzio dell’incomprensibile avvenimento. (…) e rabbrividire per una profonda angoscia mortale”.

Leggere queste righe di prosa mi è sembrato di riscontrare la sublime poesia di Leopardi L’infinito. Mi viene spontaneo che questa Anima Mundi è percepibile al di là del tempo, basta lo spirito pronto al sentimento, poi la strada ognuno scelga la propria: l’arte, la religione, la sapienza, l’amore o ciò che vuole.

Pagina 85: “Qui le persone che litigano sono rare e non si vedono mai ubriachi, e di fronte a ciò il viaggiatore che viene dall’Occidente si vergogna di provarne stupore”.

Pagina 91: “(…) ma si prova uno stupore maggiore sentendo che, qui, secondo un’antica leggenda di Palembang, sarebbe sepolto Alessandro Magno”.

Pagina 95: “ In Europa non abbiamo nessuna idea di come possa essere scura la notte ai tropici”.

Pagina 96: “(…)una gabbia di scimmie vive”.

Pagina 100: “Un piacere atavico e un sentimento patriottico, che con mia grande delusione, non avevo mai provato di fronte al tipico paesaggio tropicale, lo sentii quella volta osservando questa gente così naturale, primitiva e spensierata; questi, infatti, vivono qui in India, in maniera ancora più bella e seria che, per esempio, in Italia, dove normalmente siamo abituati a cercare la “innocenza del Sud””.

Pagina 104: “Noi siamo giunti lontano ed è bello, che per noi, piccola e insignificante parte dell’umanità, non siano più necessari né il crocifisso sanguinante e neppure il liscio e sorridente Buddha. Noi vogliamo superare questi e altri dèi per imparare a farne a meno. Ma sarebbe bello, se un giorno i nostri figli, che sono cresciuti senza dèi ritrovassero il coraggio, la letizia e lo slancio degli animi, per erigere  monumenti e simboli alla loro interiorità, così luminosi, grandi e inequivocabili”.

Pagina 108: “I sacerdoti indicavano gli antichi libri del tempio, sontuosamente rilegati in argento e i cui testi sacri, scritti in sanscrito e pali, presumibilmente non riuscivano più a leggere, e ciò che essi, in cambio di pochi soldi, scrivevano su foglie di palme non era un bel verso o un nome, bensì la data del giorno e la denominazione della località, una insipida e meschina quietanza. (…) Il buddismo di Ceylon (…) non è nient’altro che una delle solite forme, commoventi e dolorosamente grottesche, nelle quali l’inconsolabile dolore dell’uomo si evidenzia per la sua mancanza di spirito e di forza”.

Pagina 119: “Tutti hanno gli stessi occhi belli e supplichevoli e un residuo di selvaggia innocenza e di mancanza di senso di responsabilità in un’anima estremamente sensibile”.

Pagina 120: “Hanno tutti, dal ricco proprietario edile fino al misero coolie paria, una religione. La loro religione è povera, corrotta, esteriore, imbarbarita, ma è potente e onnipresente come il sole e l’aria, essa è flusso vitale e atmosfera magica ed è l’unica cosa per la quale noi invidiamo seriamente questi poveri popoli sottomessi. (…) la consapevolezza di trarre forza da una fonte magia ed inesauribile, che noi nord-europei, nella nostra intellettualistica e individualistica cultura, proviamo solo raramente, per esempio ascoltando la musica di Bach, viene sentito ogni giorno dal maomettano, che nell’angolo più lontano del mondo esegue pregando le sue genuflessioni e dal buddista nel freddo atrio del suo tempio. E se noi, europei non riguadagneremo questo sentimento in una forma superiore, non avremo più diritto all’Oriente. Gli inglesi, che, nel loro sentimento nazionalista e nella gelosa cura della propria razza, possiedono una specie di religione sostitutiva, sono infatti anche gli unici occidentali, che hanno saputo ottenere qui un potere effettivo e un certo peso culturale”.

Conclusioni

Possiamo intuire che in questo viaggio in “India”  ha trovato l’occidentale/europeo  ormai in declino, perché ha perso il suo sentimento della magia, quello atavico e quindi se lo vuole ritrovare deve ritornare alle origini, dove tutto ha avuto inizio.

Sembra preannunciare sentimenti devianti che nasceranno appena dopo come il nazismo nel 1920. Il sentimento di nazione è ben diverso  da una religione. La quale prima viene suscitata con la propaganda e poi viene imposta.

Ormai il cambiamento è vicino, nonostante le ideologie tecniche, nazionalsocialismo, comunismo e democrazia elettorale, nonostante, la chiamata a quel sentimento spirituale delle apparizione mariane, l’uomo occidentale è ancora disperso senza sentimento per la propria Terra, senza sentimento per il proprio interiore, non avvertendo più quel sentimento della magia dei cieli sopra e dove ne è immerso avviandosi sempre più ad una inevitabile catastrofe esistenziale. I figli dei fiori, gli Happy hanno cercato l’Oriente, dentro di loro, portando un filo di speranza nell’Occidente, solo per poco, perché questa speranza in parte diventa facilmente spazzatura e in parte muore come religione.  Gli uomini delle certezze, sono coloro che credono di essere felici dentro un’ampolla di vetro opaco. Mentre il pensiero debole relativista lascia l’uomo europeo in balìa di tutte le trappole capitalistiche.

FANTASTICHERIE – Novelle

29 Apr

Vi invito alla lettura della mia ultima pubblicazione

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/327956/fantasticherie/

 

 

 

 

      Nove novelle dove è in scena la fantasia senza camicia di forza. Al limite dell’immaginabile. Accadde. Chi potrà mai immaginare un essere minuscolo invisibile proveniente da un altro universo parallelo penetra nel nostro ed incomincia a divorare galassie cambiando le regole della fisica? Citrullus lanatus. Scoprirete che si potrà essere convinti che chi ha creato questo Mondo è stato solo per burla. Oppure di potere vivere una  Giornata kafkiana ad Agrigento. Possibile che tutti i cornuti vanno a finire all’Inferno? Il diavolo è un povero cornuto. La paura di Camilleri & La profezia di Fifì. Penso che molti hanno tentato di scimmiottare un episodio di Montalbano, così anch’io. L’ardimentoso amore del maestro Giuseppe Addamo. Lo sguardo di Venere ha colpito ancora ed a farne le spese è stato il giovane Peppuccio di Favara.  Non volare alto. L’immagine diventa carne e prende vita lasciando sconcertati tutti coloro che vedono, ciò che vogliono vedere. Profumatamente. Tra sogno, realtà ed ipocrisia sociale. Carmelo Rosano. A volte la storia, scritta dai vincitori, presenta tante ombre, solo vivendo con passione quel tempo si può distinguere le ombre dalle sottili verità.

 

FANTASTICHERIE – NOVELLE

29 Apr

 

Vi invito alla lettura della mia ultima pubblicazione

SINOSSI

 

      Nove novelle dove è in scena la fantasia senza camicia di forza. Al limite dell’immaginabile. Accadde. Chi potrà mai immaginare un essere minuscolo invisibile proveniente da un altro universo parallelo penetra nel nostro ed incomincia a divorare galassie cambiando le regole della fisica? Citrullus lanatus. Scoprirete che si potrà essere convinti che chi ha creato questo Mondo è stato solo per burla. Oppure di potere vivere una  Giornata kafkiana ad Agrigento. Possibile che tutti i cornuti vanno a finire all’Inferno? Il diavolo è un povero cornuto. La paura di Camilleri & La profezia di Fifì. Penso che molti hanno tentato di scimmiottare un episodio di Montalbano, così anch’io. L’ardimentoso amore del maestro Giuseppe Addamo. Lo sguardo di Venere ha colpito ancora ed a farne le spese è stato il giovane Peppuccio di Favara.  Non volare alto. L’immagine diventa carne e prende vita lasciando sconcertati tutti coloro che vedono, ciò che vogliono vedere. Profumatamente. Tra sogno, realtà ed ipocrisia sociale. Carmelo Rosano. A volte la storia, scritta dai vincitori, presenta tante ombre, solo vivendo con passione quel tempo si può distinguere le ombre dalle sottili verità.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/327956/fantasticherie/

 

UN PARADISO PER TUTTI Riflessioni di lettura su Viaggio in Paradiso di Mark Twain

13 Apr

UN PARADISO PER TUTTI

Riflessioni di lettura su

Viaggio in Paradiso di Mark Twain

di

Alphonse Doria

Il titolo originale of this libro E  Visita del capitano Stormfield al cielo prima edizione 1909, quindi POSSIAMO dire Parola di marinaio. Libro che ho pagato, se non ricordo male, 1 € Perché un gadget del quotidiano Repubblica, Gruppo Editoriale L’Espresso SpA anno 2011, la Traduzione e Di Maria Celletti Marzano e l’Introduzione di Michele Serra. Peccato! This Introduzione Che etichetta la letteratura dando substantially dei Parametri di Parte, Appartenenza politica rovinando, Cio che in Realta e l’Arte: il superamento delle etichette e delle meschinità partitiche di Tutti i Tempi e di Tutti i Luoghi. This aldilà Non E assolutamente democratico E costituito da Una rigidissima Monarchia (Il Regno dei Cieli) e solista il Merito acquisito nella vita crea il Grado sociale. Il Merito VIENE measured in Relazione alla potenzialita. Venite insegna Il Vangelo di Marco nell’episodio dell’Offerta della vedova povera dei due spiccioli E che in Realta erano Tutti i Suoi averi. Quindi E grande l’atto della povera vedova. MENTRE (pagina 92) i Quindici Dollari Offerti da Andrew, il Che nonostante erano Una piccolezza in confronto Ai Suoi averi, vagliato il Che era il sordido Più uomo bianco per lui Quella veniva considerata in Paradiso Una grande rinuncia Più della vita di diecimila anime nobili! Quindi this Paradiso ha un metro di misura racconto da concedere l’ingresso veramente alla stragrande Maggioranza delle “persone”. In Quanto DOPO morti si Rimane PERSONE (pagina 25). La persona VIENE valutata per Cio che Realmente E Nelle proprie potenzialita. For example Il Più Grande Generale di Tutti i Tempi e di Tutti I Pianeti Che Non ha Avuto in vita possibilita di espletare la SUA arte Perché veniva Continuamente riformato causa ALCUNI Difetti Fisici in this Paradiso VIENE acclamato al Suo passaggio e Cesare, Napoleone al Suo confronto Sono solo degli aiutanti di campo. Così grandissimi Profeti Che nella vita erano solista degli Anonimi barristi, ciabattai. E’ forse this Il Concetto di democrazia americana? Il sogno dell’oppresso di potersi riscattare. Non vieni Il Vangelo insegna nel Discorso della montagna di Matteo: Beati Gli Afflitti, Perché Saranno Consolati. Ma Come Il mito di Superman Che vive in ognuno di Che non ha quella forza di reagire alle angherie Quotidiane della Società Così basta all’imbranato e beffeggiato Clarke Kent togliersi Gli occhiali per divenire il Più forte con Super Poteri. Così Il Povero barista Che Si sente un grande profeta ma la vita, Il Sistema non Gli dalla possibilita di ESPRIMERSI, in this aldilà trovera il riscatto della giusta considerazione.

Nell’introduzione si legge della amicizia con il grande scienziato Nikola Tesla che secondo il mio punto di vista ha influenzato e non poco la stesura of this romanzo. Di Viaggiatori nell’aldilà ve ne Sono un bizzeffe illustri e meno, Religiosi e letterati, di Tutti i Tempi, ma il Capitano Stormfield E singolare Perché scomoda la Scienza per il Suo racconto, Quella scienza Che Ancora non has been del tutto svelata. E’ un Paradiso fisico pur se con distanze astronomiche, Anche con la Presenza delle Rocce (pagina 55). Ad Un certo punto VIENE da Pensare Che il Capitano Abbia Visitato Visitato Il Paradiso di Giordano Bruno. Proprio per this Motivo la Chiesa ha abbrustolito IL FILOSOFO. Perché AVEVA asserito Che l’universo, il Mondo, era pieno di galassie, sistemi solari e Pianeti Simili al nostro. La Chiesa, vieni ha Fatto sempre da Pietro in poi, ha visto Le cose Con gli occhi Umani e il metro Umano e non Quello divino, Così si e posto il Problema se in QUESTI mondi fosse Stata possibile, e In quale maniera, la Missione del Salvatore? Quindi e Stato meglio bruciare IL FILOSOFO che dare Risposta Una.

Ognuno ha il Paradiso Che Si Merita, ed appunto in this di Twain e presente in maniera massiccia la burocrazia Con gli acciacchi ei Difetti Terreni, forse Sarà Stato per this che Serra lo ha Definito  Uno dei padri della letteratura Democratica una pagina 7. La maggior parte dell’elettorato democratico Sono Dipendenti Pubblici. Nel mio aldilà Tutti i burocrati Vanno a finire all’Inferno Direttamente e nessuno VIENE risparmiato né per pietà e neanche per misericordia. Hanno Già tanto in vita …

La chiave di lettura of this Opera e l’umorismo, quindi non bisogna cercare Nozioni né teologici né Politici. For example nel racconto non vi e la differenziazione Tra creatura angelica e persona beata, tanto Che Si Può Essere nominati Angeli, MENTRE in teologia l’angelo Non E Umano ma creatura spirituale. Come a pagina 55 su l’uso delle ali, spiegato dall’anziano angelo Sandy, E grande letteratura umoristica when in fine concludere Che le ali Sono soltanto un Aggeggio da parata. E sempre per la fisicità of this Paradiso continua a pagina 58 Che le ali Non Sono Strumento di Trasporto, Per tutta la DISTANZA astronomica per giungere alla Verruca (Terra). Una meta strada le ali sarebbero fuori combattimento, si staccherebbero perfino le piume nascenti e l’ossatura apparirebbe nuda venire Il Telaio di un aquilone prima dell’applicazione della carta.

This Paradiso molto fisico con Patriarchi, Profeti, Arcangeli (di cinque metri! Con tanto di spadone), angeli e beati E L’esagerazione dell’aldiquà Fatto di finti Desideri propinati dal capitalismo E che da solo DOPO Essere STATI raggiunti ci si accorge di Quanto fossero vani

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CINQUANTA E PIU’ SFUMATURE DI IDIOZIE

24 Mar

 

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CINQUANTA E PIU’ SFUMATURE DI IDIOZIE

Riflessioni di lettura su Cinquanta sfumature di Grigio di E L James

DI

Alphonse Doria

Mi vergogno un po’ a confessare che ho letto questo libro, non per l’argomento che tratta, ma per la sua stupidità. E siccome prima di argomentare su tale testo il dovere è conoscerlo, così in una di quelle tante offerte dei Club di libri mi è stato proposto ad un prezzo convenientissimo, a meno di 3 euro spedizione compresa, l’ho acquistato e messo in biblioteca, ora è venuto il suo turno.

Non mi meraviglio più di tanto del suo successo planetario, ma di tutte quelle recensioni di nomi e testate giornalistiche con esagerato entusiasmo.

Cinquanta sfumature di Grigio di E L James Arnoldo Mondadori Editore – Milano 2012.

Sarò molto breve. L’idea del contratto tra Christian Grey ed Anastasia mi ha fatto molto ridere, perché in primo luogo mi ha ricordato il fortunato protagonista della serie tv The Big Bang Theory, Dr. Sheldon Lee Cooper, che appunto per ogni relazione ha pronto un contratto da fare firmare, anche per la sua fidanzata. Secondo luogo, un contratto del genere in mano sbagliate sarebbe stata un arma micidiale per la reputazione di uomo d’affari e per la sua azienda, entrando nel Mondo del libro e volendo ragionare con il suo metro.

Anastasia è poco credibile, scusatemi ma non ho trovato altre metafore, una cagna in calore pronta ad ogni palpito di ciglia. In realtà il fascino principale del psicopatico Christian sono solo i suoi soldi. Vorrei vedere l’Anastasia davanti un signor Grey venditore di panini e panelle tutta la sua eccitazione e la sua disposizione a farsi sculacciare…

L’argomento sesso è stato trattato, dal mio punto di vista, in maniera poco educativa e piacevole. Capisco che forse il lettore di riferimento è la donna, ma personalmente non ho trovato nemmeno un rigo interessante. Primo punto, la differenza che si pone tra il “fottere” e il “fare l’amore” è che nel primo il partner cerca il suo godimento non curandosi dell’altro, mentre quando si fa all’amore si tiene soprattutto al godimento del partner. Quindi l’autrice ha fatto un po’ di confusione perché il protagonista visto che era molto attento al godimento di Anastasia faceva all’amore e non viceversa.  A pagina 113 Christian dice ad Anastasia: “(…) io non faccio l’amore; io fotto”. Il rapporto tra dominatore  e sottomessa in quanto gioco sessuale non doveva estendersi al di là del sesso, invece basta che la sottomessa alza gli occhi o risponde in maniera poco garbata per guadagnarsi all’istante sculacciate e in fine anche cinghiate. Mi è sembrato uno di quei rapporti maschilisti e offensivi alla dignità delle persone. Questo libro l’ho trovato offensivo verso la donna e verso il sesso. Il suo successo? il mondo ha tante cose brutte che piacciono alla gente.

UN OTTIMO COMPAGNO DI VIAGGIO

29 Gen

UN OTTIMO COMPAGNO DI VIAGGIO

Di

Alphonse Doria

Dall’11 al 25 gennaio sono stato in vacanza e quindi per valore della sorte l’ultimo libro rimasto dei tanti che mi portai quando partii per la Germania è stato: 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato di Daniela Gambino  Newton Compton Editori, Ariccia – Roma 2015 costo 5.90 € copertina rigida. In copertina recita: “La magia di una terra attraverso i suoi personaggi e le sue leggende”. E’ stato un ottimo compagno di viaggio. Daniela Gambino con la sua freschezza affabulatrice, come il bisnonno, è riuscita a rappresentare la Sicilia ammaliante nelle sue mille sfaccettature. Certo si leggono tanti primati che il Popolo Siciliano annovera a se, ma è altrettanto vero che ogni Popolo della Terra ha i suoi primati ed è giusto che ne sia orgoglioso. Questo orgoglio dimostra l’attaccamento alla propria identità di Popolo. E i Siciliani siamo Popolo, siamo Nazione, pur se il nostro Stato politico non ci consente di autodeterminarci.

L’Autrice come primo Capitolo mette il mito di Scilla e Cariddi, sembra proprio il libro del viaggio del Siciliano e quindi si stacca dalla sua Terra con tutte le paure e le ansie che un viaggio ha nel suo insito. Mi ha colpito al Cap.3 il puparo del 421 a.C.. A Cap.8 sorprendente scoprire l’invenzione del cannolo. E Cap.9 il senso della morte dei Siciliani, personalmente lo intento come il sentimento della Morte, con la tradizione del 2 novembre. A Cap.11 si legge della fata Morgana trasferitasi in Sicilia. Ed a Cap.12 si scopre che la parola “caramella” e i suoi derivati proviene dalla “cannameli” della Sicilia dove veniva chiamata in questo modo la canna da zucchero importata dagli Arabi nell’827 e dalla Sicilia Colombo la portò nel Sud America dove ha subito dei cambiamenti e divenne la risorsa per quei Popoli, ma soprattutto dei loro colonizzatori e schiavisti. Cap.24 “la santa a l’addritta” santa Estochia è stata la modella per l’Annunciata di Antonello da Messina. Una Madonna con un libro davanti è stata una modernità esemplare. La bellezza di questa donna è sorprendente e così narrano per la santa i biografi. Cap.40 Il primo pazzo di Sicilia: il barone Pisani che realizza La Real casa dei matti, mettendo le proprie risorse e la propria vita a servizio dei malati mentali. Si! è stato sicuramente un pazzo: pazzo d’Amore. Cap.42 si legge dell’esilio volontario a Parigi di Michele  Amari indipendentista rivoluzionario siciliano contro i Borboni che grazie al sostegno ed alla solidarietà, tutta siciliana, è riuscito a continuare gli studi su gli Arabi lasciandoci uno strumento culturale eccezionale. Cap.43 mi informa delle favole siciliane ricercate e scritte dalla svizzera Laura Von Gonzebach, opera che devo leggere a più presto. Cap.47 la storia di Petronio Russo, una grande occasione mancata per la Sicilia con l’invenzione dell’auto, per mancanza di finanziatori. Ho dovuto riflettere su una frase scritta a pagina: “In molti lo osteggiarono perfino da morto, opponendosi all’idea di dedicargli una targa ricordo. Forse perché davanti a tanta intelligenza e freschezza di spirito avvertivano, più forte e insopportabile, la loro mediocrità”. Questo uno dei grandi problemi del sistema politico, quello che risultano vincenti i mediocri, mentre pergli altri resta solo accodarsi alla maggioranza.

Cap.49 Giuseppe Pitrè “avvertiva l’inadeguatezza dello stato unitario (…)” (pagina 139) La scrittrice si chiede: “ Fu solo amore per le tradizioni? O un modo per riconoscere ai bisogni del popolo, alle sue icone, la giusta dignità?”.

Cap.57 veniamo a conoscenza della fantastica storia del cinema siciliano. Lo spettacolo, in tutte le forme, da millenni è stato sempre la passione dei Siciliani. Ovunque vi è un Siciliano, nel suo esprimersi a parole e gesti vi è teatro. Ovunque in Terra di Sicilia vi sono teatri in pietra, pupari e anche cinema, drammaturghi che hanno rivoluzionato il teatro (Pirandello). Così come Giovanni Rapazzo fu l’inventore nel 1921 della pellicola a impressione contemporanea di immagini e suoni. Mentre Cap.67 si legge la storia della PANARIA film l’avanguardia della cinematografia tutta siciliana. Uno dei suoi più noti film “Vulcano”, poi straordinarie le riprese subacquee proprio all’avanguardia. Come la Panarea è stata propulsore di sviluppo anche economico mettendo alla luce ed al turismo internazionale un paradiso terrestre come le Isole Eolie. La Panarea è stata la prima in Europa a girare un film in technicolor: “La carrozza d’oro”, considerato uno dei capolavori della cinematografia mondiale. Scoprire a Cap.73 che la voce del computer di Odissea 2001 Hal è siciliana, dell’attore palermitano Gianfranco Bellini. E a Cap.76 che il volto caratteristico del cinema americano di molte pellicole come Ghost dove era il fantasma della metropolitana che spiegò al protagonista come passare i muri e Star trek è di un originario di Polizzi Generosa, dove dopo il successo si venne a ritirare fino all’ultimo dei suoi giorni,            l’attore Vincent Schiavelli. Cap. 78 la storia del film “Matar es mi destino” quando nel 1970 un funzionario  del Banco di Sicilia diventa produttore di questo documentario. Cap.97 il grande regista del cinema americano Frank Capra è nato a Bisacquino  nel 1897.

Cap.61 Daniela Gambino descrive la famosa “punciuta” con una spina di arancio amaro e la santuzza che brucia in mano durante il giuramento, l’effetto che suscita a chi viene “combinato”. Sembra in ogni modo un rito satanico. Così testimonia il pentito Grigoli: “Ho visto subito che la gente mi guardava in un altro modo. Mi rispettavano quasi per un miracolo divino”. Costui è stato l’assassino di un santo: don Giuseppe Puglisi.

Cap.66. Meravigliosa ho trovato la storia sulla rivolta delle gelsominaie. Cap.70 come la Lapa sostituì il carretto siciliano ed entrò nel costume del Popolo Siciliano. Quindi è facile incontrare una Lapa agghindata come un carretto siciliano e nelle sponde magari disegnate gesta di Orlando e Rolando. Cap.82 il toro di Wall Street è opera voluta e realizzata dal siciliano Arturo Di Modica, solo la dea Fortuna ha voluto che restasse in quella piazza. A Cap.87 scopro che “u pallunaru” del 2 maggio a Siculiana si chiamava Petru Sazizza ed è morto nella strada statale tra Palermo ed Agrigento. Ricordo come era bello vedere alzare verso il cielo, il testone del soldato e tante altre fantasie aerostatiche inventate dal Sazizza. Cap.88 la storia che fa incavolare non solo gli Inglesi ma anche gli Italiani, che Shakespeare in realtà è il siciliano Michelangelo Florio Crollalanza. In merito sto rileggendo tutte le opere del grande drammaturgo e le sorprese sono tante, come ad esempio nel Racconto d’inverno, dove si mette in scena il dramma delle corna del Re di Sicilia Leonte. A lettura completa presenterò un resoconto personale su questo oggetto di discussione. Il libro cui regala tantissime altre sorprendenti storie di questa Terra di Sicilia così meravigliosa.