L’ULTIMO UZEDA

L’ULTIMO DEGLI UZEDA

Di

Alphonse Doria

…un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo, tre specie di zampe, ed era ancora vivo.”

INTRODUZIONE

Sottolineature

In seguito mi soffermerò su ciò che mi ha colpito in particolare ed ho evidenziato nel libro. Gli argomenti trattati saranno tanti, a volte strariperò dal tema intrinseco del testo, ma sarà perché nell’approfondire si ritrova il significato globale dell’opera e il momento storico dove si evincono le conseguenze malefiche che la Sicilia e l’Italia tutta subisce ancora. Sarà motivo di argomentare su ciò che ha influito sull’Autore sia politicamente, culturalmente sia dal punto di vista scientifico, oltre che biografico. Il testo di riferimento è quello già riportato nelle pagine precedenti.

L’ILLUSIONE


“…e la notte, dicevano, certuni avean visto vagolarvi certe fiammelle: le anime dei soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro grandi fosse, tutti insieme…” 

PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 33


“Teresa coglimi i  gelsomini… (…) Ella scese in giardino. Dalle piante, tutte bagnate dalla pioggia recente, esalava un profumo intenso, acutissimo. Sorgeva la luna, tra nuvolette d’oro, (…)voleva coglierne ancora più, voleva seppellire la sorellina sotto la nevicata odorosa.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 59

I Miserabili! Però la parte filosofica di questo romanzo non la divertì molto.

 PARTE PRIMA CAPITOLO SESTO Pagina 65

“Le Siciliane non erano generalmente brune?…Siciliana? Ella viveva in Sicilia, ma era fiorentina!”

PARTE PRIMA CAPITOLO SESTO Pagina 69

“Soggetto della conversazione  erano naturalmente le navi ancorate nella rada; avendone letta la descrizione nella Gazzetta, ella stupì tutti con la precisione delle sue notizie; udendola poi interessarsi alla questione della flotta, e ragionare degli errori commessi nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrato di fresco, l’ammiraglio espresse la propria meraviglia per avere incontrato una signorina così a giorno di quegli argomenti.”


PARTE PRIMA CAPITOLO OTTAVO Pagina 85

“Era una cosa…” (Pagina 93) “Tutte la baciarono; ed ella non pensò più a nulla, nella dispersione di ogni volontà, col solo bisogno di assaporare il trionfo… Era dunque vile? Si lasciava vincere?… Qualcuno al pianoforte, cominciò un valzer di Chopin: la musica affrettò i battiti del suo cuore, tutti gli sguardi si rivolsero a lei quando Duffredi, salutata la zia, le si diresse incontro. Ella non vide, non pensò più nulla finché udì il giovane, fermatosi accanto a lei, dirle, sottovoce: (…) Ora non si torna indietro!… (Pagina 96) Ella non poteva nulla su lui!”

PARTE PRIMA CAPITOLO NONO Pagina 92

“A Milano provò un’altra impressione nuova: andò al teatro in platea, giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella giudicò straordinaria la piccola sala dei Filodrammatici, e non volle riconoscere che la Forza del destino udita al dal Verme era molto inferiore alle altre udite a Palermo. Si studiava di attribuire a tutte le cose qualità speciali; pensava con un senso di commiserazione alla Sicilia remota, alla piccola provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; compiangeva le amiche rimaste laggiù.”

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 103

“…la sua conversazione era attentissima, piena di ricordi del passato regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni del ’20 e del ’48. In cuor suo era rimasto fedele alla casa di Borbone, …”

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 110

“-E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d’Arlecchino! Com’è possibile unire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che non hanno niente di comune?

–Col tempo, col tempo! Abbiamo ora l’unità politica; verrà col tempo quella reale.

-Egli solleva il capo, rimpiangendo l’autonomia siciliana, la monarchia nazionale.

-Ma non sapete che siete una d’Altavilla?- soggiungeva, tra serio e sorridente.

-E non fummo usurpatori anche noi?- replicava ella sullo stesso tono. –Venimmo di Normandia a conquistare l’isola!”

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 111

“(…) se ella domandava loro che libri leggevano, si sentiva citare la storia di Santa Genoveffa!”

PARTE SECONDA CAPITOLO TERZO Pagina 122

“Che bella luna!”

Uno di quei contadini osservò:

“due gocce d’acqua sarebbero però una benedizione…”

“Sarà benissimo; ma queste sere sono incantevoli.”

“La questione è…”

“Volete dare retta a mia moglie?” interruppe Guglielmo. “Vi farà perdere la testa, con le sue romanticherie…”

Ella uscì nella terrazza; Sampieri la seguì.

“Quella gente, “ le disse, “non capisce nulla.”

Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi alla luna, e soggiunse:

“La poesia è la ragione della vita.”

Chinato un poco il capo, ella vide che egli divorava con lo sguardo la mano di lei. Sospirò allora e colse da un vaso un ramo di cedronella; l’odorò, morsicò le fogliuzze; e poi gli disse:

“Vi piace questo profumo?”

“Tanto!”

Gli dette il ramoscello della pianta odorosa; egli lo portò alla bocca…

Ebbene, si: fece questa cosa apposta, per civetteria, per provare il suo potere su quell’uomo, per gustare la soddisfazione di ammaliarlo, persuasa alla commedia dell’amore dalla stagione dolcissima, dalla solitudine della campagna, dalla trascuraggine del marito, dalla volgarità circostante. Questo era tanto grande!

PARTE SECONDA CAPITOLO TERZO Pagina 123

Per il nome da imporre alla creaturina vi furono lunghe discussioni. Se avesse avuta la figlia che desiderava, l’avrebbe chiamata Costanza, come la moglie di Errico VI, l’ultima d’Altavilla che cinse la corona regale; ma, preferendo e quasi pretendendo un maschio. Guglielmo si era ostinato a volerlo chiamare Drogone, il solo nome di famiglia perdutosi nel corso dei secoli. Ella non acconsentì: Drogone, Dragone, era quasi tutt’uno! Voleva chiamarlo Tangredi; lo zio marchese propose Ruggero, ma tutti finalmente s’accordarono sopra Roberto.

PARTE SECONDA CAPITOLO TERZO Pagina 123

E prese a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa gelosia di Arabi andati a male, dei Siciliani, narrando ciò che si faceva da per tutto.

PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 142

Una sera che ella manifestò il desiderio di assistere alle sedute della Camera, egli protestò:

“No! No! Non ci venga!”

“Perché?”

“perché quell’ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto ciò che è grazia, freschezza e serenità. Perché gli sguardi fatti a contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si debbono perdere il quel limbo triste!”

“Lei intanto ci vive.”

Egli tacque un poco; poi riprese, piano:

“Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.”

PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 145

“La signora Duffredi.”

“Dei Duffredi di Sicilia?

“Maestà, sì. Sono anzi i soli…”

“No, no; ce n’è altri, a Venezia. Non lo sapeva? E’ però un’altra famiglia. La loro discende da Casa d’Altavilla?”

“Si, Maestà.”

Con un sorriso, la Regina passò oltre, si fermò tra le dame che già conosceva.

“Che bell’abito!…” osservò piano la Mazzarini.

Ella non rispose, attenta a ciò che diceva, la sovrana. Il discorso, cominciato con le notizie d’Oriente, si aggirava intorno alla letteratura slava. Sua Maestà citò la leggenda di Marco Kraljevich; e, nominato il Karageorgevich, si volse improvvisamente a lei.

“Anche loro potrebbero vantar diritti sulle Due Sicilie!”

Tutte la guardarono. Ella rispose:

“Abbiamo soltanto i doveri di sudditi devoti!”

Guardarono attorno ella ora pensava d’essere stata sempre in quella sala, quasi non credeva di doverne andar via; e quando Sua Maestà si ritirò, le rimase un certo senso di rammarico come per un bel sogno svanito.

 PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 150

“ (…) Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!…

Au surplus, vous serez là pour me defendre!…

«Ne vous fiez pas !

“C’est-a-dire?”domandava ella, provocantemente.

(Pagina 170)

“Que je me farais brigand moi-meme, pour vous enlever…”

«Ah, quelle idee !… On pourrait en tirer un joli vaudeville !… »


PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169

“Qualche cosa di te fluttua tutt’intorno;”

PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 173

“…volevo essere te.”

PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 174

“I suoi occhi erano accerchiati di bistro.”

PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 175

“Utopie! Tu non sarai mai uguale al tuo portinaio!”

“Io vorrei che il mio portinaio fosse uguale a me!”

“Allora chi resterebbe a custodire l’entrata?”

Quelle dottrine gli facevano, secondo lei, un poco torto: ella voleva vederlo più autoritario, ammiratore della monarchia, pronto a dar la vita per il suo Re; invece egli sorrideva un poco quando udiva lei ammirare i Savoia.

“Che stirpe di prodi! Che gente leale e gagliarda! Voglio credere che tu non sei per i placidi tramonti?…”

“E se fossi?…”

Ella rispondeva ridendo, ma impetuosamente, a quel dubbio espresso ridendo:

“Non dovresti comparirmi più dinanzi!…” Poi, dalla minaccia passando alla seduzione, riprendeva: “No, tu faresti ciò che vuole l’Amor tuo: è vero? Non rinunzieresti alle tue idee, se io te ne pregassi?”

Allora egli scrollava il capo:

“Un’idea, insomma, vale quanto un’altra…”

E le confessava che, scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente, che quando udiva un contraddittore, pensava: “Insomma, anche lui ha ragione… se è sincero, se non pensa anche lui che ho ragione io!…” 

PARTE TERZA CAPITOLO TERZO Pagina 198

“Tutta la vita sociale è una commedia!… Bisogna sapervi recitare la propria parte…”

PARTE TERZA CAPITOLO TERZO Pagina 203

“Il mondo la giudicava trista, le faceva sentire il peso della sua condanna; ma Dio le leggeva nell’anima, l’udiva, la perdonava…”

PARTE TERZA CAPITOLO QUARTO Pagina 205

“Ella rammentava le sue scettiche opinioni sui sentimenti, sull’ideale, sull’inganno universale. In fondo al suo disprezzo di tutto c’era però l’esaltata opinione di se stesso…”

PARTE TERZA CAPITOLO QUARTO Pagina 211

Ed ora domandava tra sé che cos’era dunque l’amore, se esisteva, se non era anch’esso un inganno, il più funesto di tutti?…

PARTE TERZA CAPITOLO SESTO Pagina 223

Una pietra sepolcrale si chiudeva così su quel passato, qualche cosa crollava nell’anima di lei…

PARTE TERZA CAPITOLO SESTO Pagina 229

“Ci avete consultate? Ci avete ammesse a discutere con voi? Io rifiuto di riconoscere un regime imposto con la forza bruta! Leggete la storia: ci teneste come schiave, ci trattaste come cose! Ma allora eravate almeno conseguenti. Ora che vi siete degnati di riconoscerci un’anima, uno spirito, ora che noi abbiamo aperto gli occhi, badate…!”

PARTE TERZA CAPITOLO SETTIMO Pagina 233

“Le sue lacrime s’arrestarono, poiché ella sapeva adesso di mentire, non dicendo di avere voluto lei stessa ciò che era accaduto.”

PARTE TERZA CAPITOLO OTTAVO Pagina 253

“La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile; ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più stretto, ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria, i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti…”

PARTE TERZA CAPITOLO NONO Pagina 255

“(…) una vanità innocente:(…) -Sentite che odore di reseda!… E’ quella dei miei viali.-“

PARTE TERZA CAPITOLO NONO Pagina 259

“Il mare era formidabile, cingeva la riva di una corona di spuma; la luna correva impazzita fra le nuvole rotte, proiettava la sua luce scialba sulla cresta dei cavalloni, e l’orizzonte si perdeva in un buio fitto di nebbia…”

PARTE TERZA CAPITOLO NONO Pagina 262

“La sua storia era la storia d’ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando erano svanite.”

PARTE TERZA CAPITOLO NONO Pagina 263

I VICERE’

“(…) la signora donna Graziella, figlia di una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perciò di tutti i figlioli della morta;”

PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 274

“(…) che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito.”

PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 282

“”Un colpo al cerchio e un altro alla botte!” Esclamava don Casimiro accanto alla pila. “In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Giulente?…””

 PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 290

“Benissimo! –fece don Casimiro – La prosapia è illustre: discende difilato dall’anche d’Anchise. Il popolo piange: non vedete le lacrime?”

PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 291

“In un gruppo di pezzi grossi dove c’erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d’alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti!

-Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? E’ di quei ruffiani che per loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono con i morti di fame!-

Egli l’aveva principalmente col fratello duce che s’era fitto il capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando però che i rivoluzionari, con o senza l’aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la città portava ancora i segni della terribile repressione dell’aprile Qurantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati.

Il priore, tornato a sedere a canto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch’egli, a bassa voce, l’iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:

-Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?…-

PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 292

“Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l’esempio, restò ancora un poco a cicalare con le signore; poi se ne andò anche lui. Restò, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l’ultimo al convento.”

PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 296

“Perché l’uva?”

“Perché?… Perché pretendevano il consenso reale all’istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!… Il consenso reale!… Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice Civile che canta chiaro!” E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: “Potrà domandarsene l’istituzione (del maiorasco) da quegli individui i di cui nomi trovasi inscritti sia nel Libro d’oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell’attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta NO-BIL-TA’ nel Regno delle Due Sicilie…”

“Perché?” proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse

mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l’idea di una sciocchezza come quella del nipote, d’una ingenuità tanto balorda. “Per questo!” e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese: “Rovinati, spogliati, messi nel sacco!” gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi.

PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 304

“Ai Benedettini, infatti, c’era un regno da conquistare: l’Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno!”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 310

“ … faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva …”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 312

“S’ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima…”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 320

“… la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo.”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 323

“La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall’istituzione del fedecommesso, (…)”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 324

“ (…) ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando II. L’anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l’aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell’ufficio!”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 327

“Non era parsa mai donna, né di corpo né d’anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un’onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d’olio… A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori (…) o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l’anima per un baiocco , (…)”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 328

“Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «meglio porco che soldato», così neppure la nobiltà si dava alla milizia.”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 332

“Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d’antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s’era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell’esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell’ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 333

“ (…) consigliò prudenza, allegò il bene del paese, le insidie, i possibili pericoli, dando così un colpo al cerchio e un altro alla botte.”

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 334

“ – … Questo è il frutto dell’educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema… “

PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 334

«Bisogna studiare, invece!… L’uomo tanto più vale quanto più sa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati c’è don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!»

«Don Ferrante?» esclamò la zitellona. «Che fece don Ferrante?»

«Come, che fece? Tradusse Ovidio dal latino, commentò Plutarco, illustrò le antichità patrie: templi, monete, medaglie…»

«Aaah!… Aaah!…» Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva più, che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare.

«Aaah!… Aaah!…» continuava a ridere donna Ferdinanda. «Don Ferrante! Aaah!… Don Ferrante sai che fece?…» spiegò finalmente, rivolta al nipotino. «Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione di due tarì il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto i libri, don Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!… Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!…»

PARTE PRIMA CAPITOLO QUARTO Pagina 351

“«Questa è l’impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesi, capite?»”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUARTO Pagina 352

“L’anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia, del pazzo terrore che regnava nell’isola, dello scioglimento d’ogni civile consorzio, aveva espresso la propria soddisfazione per essere lontano dalla «selvaggia» terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero sicuramente capitato in tempo d’epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro la bambina per via.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 356

“Circa due secoli prima, nel 1669, le lave dell’Etna avevano coperto, da quelle parti, un villaggetto chiamato Massa Annunziata del quale, più tardi, s’eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugenio, che dal commercio dei cocci non ricavava molti guadagni, aveva concepito, pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo, il disegno d’iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e a Pompei, per discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 359

“ (…) La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia della rapina, e i suoi occhi furaci come quelli dell’antenato s’infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola, dei Viceré che avevano spogliato la Sicilia.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 368

“A furia di simili pensate, il Viceré venne però in uggia a tutto il mondo, tanto che il Parlamento mandò deputazioni in Spagna perché il sovrano lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio della zitellona —, ma lui più fino di loro, che fece? Offrì al Re un dono di trentamila scudi, e così restò al suo posto; per poco, però. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacché nessun altro aveva tanta potenza, tanta ricchezza e tanta nobiltà.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 370

“Nondimeno, per donna Clorinda e l’Agatina, che incontravano un nuovo amico ad ogni piè sospinto, tutto il Belvedere si mise in moto, finché trovarono loro due camerette terrene, un poco fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero una di quelle scatole a salottino da ricevere, e cominciò subito l’andirivieni di tutta la colonia cittadina messa in rivoluzione da quell’arrivo.”

PARTE PRIMA CAPITOLO QUINTO Pagina 371

“(…) la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier generale a Mieroslawski; (…)”

PARTE PRIMA CAPITOLO SESTO Pagina 377

“V’erano i liberali, quelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorio e ospitato la rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v’erano i borbonici, che i liberali chiamavano sorci.”

PARTE PRIMA CAPITOLO SESTO Pagina 384

“Era erpete quell’infermità (..)”

 PARTE PRIMA CAPITOLO SETTIMO Pagina 388

“ (…) sfilava la litania delle recriminazioni, comprendeva nel proprio disgusto tutta la Sicilia, tutto il Napolitano, l’intera razza meridionale.”

PARTE PRIMA CAPITOLO SETTIMO Pagina 405

«Leggere i giornali?… Leggere i vostri giornali?» Balbettava, pareva cercasse le parole. «Ma dei vostri giornali io mi netto il fondamento!… Ah, no? non volete capire?… Me ne netto il fondamento, così…» e fece il gesto.

PARTE PRIMA CAPITOLO OTTAVO Pagina 406

“Garino scrollava il capo: l’Intendente Fitalia non avrebbe potuto permettere che si

molestasse il duca d’Oragua,(…)”

PARTE PRIMA CAPITOLO OTTAVO Pagina 408

“-Siete voi che non volete capirla! Non vedete che adesso non è più come al Quarantotto?

-Eh? Ah? Oh? Non più? Di grazia, che c’è di nuovo?

-C’è di nuovo che il Piemonte è forte… che la Francia sottomano l’aiuta… che l’Inghilterra… che Garibaldi…

-Chi?… Quando?… La Francia? Bel servizio! Bell’aiuto!… Garibaldi? Chi è Garibaldi? Non lo conosco!…

Imparò a conoscerlo il 13 maggio, quando scoppiò come una bomba la notizia dello sbarco di Marsala. Ma, contro al suo solito, egli non gridò, non disse male parole: alzò le spalle affermando che al primo colpo di fucile dei napolitani i “filibustieri” si sarebbero dispersi: i Murat, i Bandiera, i Pisacane informavano.”

PARTE PRIMA CAPITOLO OTTAVO Pagina 414

“ (…)don Eugenio dimostrava, con la storia alla mano, che la Sicilia era una nazione e l’Italia un’altra (…)”

 PARTE PRIMA CAPITOLO OTTAVO Pagina 423

“Tutti sorrisero e il ghiaccio si ruppe. Smessi la dignità grave e il linguaggio fiorito dell’ambasceria, ognuno disse la sua, in dialetto, alla buona, per indurre il duca ad accettare.”

PARTE PRIMA CAPITOLO NONO Pagina 427

“A un tratto le levatrici impallidirono, vedendo disperse le speranze di ricchi regali: dall’alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di carne informe, una cosa innominabile, un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo, tre specie di zampe, ed era ancor vivo.”

PARTE PRIMA CAPITOLO NONO Pagina 434

“-Che cosa vuol dire deputato?

-Deputati,- spiegò il padre, -sono quelli che fanno le leggi nel Parlamento.

-Non le fa il Re?

-Il  Re  e  i  deputati  assieme.  Il  Re  può badare  a  tutto?  E  vedi  lo  zio  come  fa  onore  alla  famiglia? Quando  c’erano  i  Viceré,  i  nostri  erano  Viceré;  adesso che  abbiamo  il  Parlamento,  lo  zio  è deputato!…”

PARTE PRIMA CAPITOLO NONO Pagina 438

Pur  d’ammirare  i  forestieri,  Raimondo  quasi  disprezzava  la  nobiltà  della  sua casa

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 441

“Il codice sardo aveva sostituito, nel maggio 1861, quello napolitano, e giudici,
avvocati e litiganti ammattivano sulla nuova legge.”

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 441 

A poco alla volta, con la concordia e la pace, la prosperità pubblica e privata sarebbe stata raggiunta. Egli la faceva quasi toccar con mano, e le persone venute per sapere che ne era delle loro domande d’un posticino, o d’un sussidio, o d’una pensione, andavano via portandolo alle stelle come se avesse colmato loro le tasche, spargendo per la città la nuova della riconciliazione avvenuta tra il conte e sua moglie: opera e merito del duca, il quale aveva fatto il sacrificio di lasciar la capitale in un momento come quello per indurre il nipote alla  ragione.

PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 441

Come somigliava a Teresa sua, la figlia del principe! La stessa bellezza fine e bionda, la stessa grazia, la stessa dolcezza della voce e dello sguardo.

PARTE SECONDA CAPITOLO SECONDO Pagina 455

Suo fratello don Lorenzo portava a spasso, per la circostanza,  la cravatta verde di commendatore  che  l’amico  deputato  gli  aveva  fatto  concedere  dal  governo  di  Torino  insieme  con certi  grossi  appalti:  delle  poste,  dei  trasporti  militari.  Anche  una  buona  quantità  dei  postulanti spiccioli cominciavano a vedersi esauditi; l’onorevole aveva fatto accordare impieghi, sussidi, croci di San Maurizio ai patriotti del Quarantotto e del Sessanta, e riconoscere il diritto alla pensione dei vecchi  impiegati  della  rivoluzione  siciliana,  e  ammettere  nell’esercito  regolare  i  volontari garibaldini, e spingere la causa dei danneggiati dalle truppe borboniche i quali presentavano la nota del  loro  amor  di  patria;  talché  tutti  quei  suoi  clienti  soddisfatti  o  prossimi  ad  essere  soddisfatti  lo ascoltavano  come  un  oracolo,  superbi  d’averlo  amico  e  d’essere  ammessi  nella  casa  dei  Viceré,  di vedersi serviti dai camerieri con le livree fiammanti.

PARTE SECONDA CAPITOLO SECONDO Pagina 456-7

 

“ (…) dove più insistente si cammina a nome del principio utopista, si corre sicuro al naufragio.”

 PARTE SECONDA CAPITOLO TERZO Pagina 472

“ (…)quando bisognava conciliarsi le nuove autorità politiche senza tradire le «legittime», salvar capra e cavoli, servir Cristo e Mammone.”

PARTE SECONDA CAPITOLO QUARTO Pagina 488

“(…) grazie a lui, la prima ferrovia a cui s’era messo mano in Sicilia era quella da Catania a Messina, e il porto aveva numerosi approdi di piroscafi, e la città era stata dotata di numerose scuole, d’una ispezione forestale, d’un deposito di stalloni; e un istituto di credito, la Banca Meridionale, stava per sorgere; e il governo prometteva d’intraprendere una quantità d’opere pubbliche, di aiutare il municipio e la provincia; e i buoni liberali, i figli della rivoluzione, ottenevano a poco a poco quel che chiedevano: un posto, un sussidio, una croce.”

PARTE SECONDA CAPITOLO QUINTO Pagina 491

“gl’ “italiani”, untori quanto i borboni”

PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 505

“(…) come avevano fatto i Viceré al tempo della loro potenza.”

PARTE SECONDA CAPITOLO SETTIMO Pagina 527

“(…) poco disposti, articolo onore, a scherzare”

PARTE SECONDA_CAPITOLO_OTTAVO_Pagina_533

“Il Santo Padre dovrebbe pensarci a tempo, con le buone, e rammentarsi del Quarantotto; ché se allora non dava ascolto ai retrivi, oggi sarebbe il presidente rispettato della Confederazione italiana!”

Parte Seconda Capitolo Ottavo Pagina 542

“ in una funebre ipocondria”

PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 543

“ Signore onorandissimo,”

PARTE TERZA CAPITOLO PRIMO Pagina 552

“Egli era per la libertà; per la libertà «che è la più grande conquista dei nostri tempi»; della quale «non si può mai abusare», perché essa è «correttivo di se stessa». I vantaggi del libero regime erano infiniti, perché «come dice il celebre Adamo Smith nella sua grande opera…» e infatti «opina anche il grande Proudhon…» ma quantunque «il famoso Bastiat non ammetta», pure «la scuola inglese è del parere…» Lo stupore e il piacere erano propriamente grandi, tutt’intorno; (…) Salve d’applausi interrompevano tratto tratto quel discorso che tutti credevano improvvisato con tanta disinvoltura era detto; ma un vero trionfo successe all’argomentazione finale: la necessaria corrispondenza tra la libertà economica e la politica: «le più grandi garanzie di benessere e di felicità, le ragioni d’essere di questa giovane Italia, ricomposta ad unità di nazione libera e forte per virtù di popolo e Re!…»”

PARTE TERZA CAPITOLO SECONDO Pagina 572

“(…) tempi democratici (…)”

PARTE TERZA CAPITOLO TERZO Pagina 585

“(…) aver preso parte alle battaglie dell’indipendenza e dell’unità, aver pagato un tributo di sangue, era il massimo titolo per aspirare alle pubbliche cariche”.

PARTE TERZA CAPITOLO QUARTO Pagina 590

“Nel terzo centenario della canonizzazione della Beata Uzeda”.

PARTE TERZA CAPITOLO QUINTO Pagina 605

“Dava ragione perfino a quei pochi che rimpiangevano l’autonomia della Sicilia: -Diciamolo francamente tra noi: forse oggi staremmo meno peggio!”.

PARTE TERZA CAPITOLO SESTO Pagina 613

“una luce cruda illuminava adesso il suo pensiero”

PARTE TERZA CAPITOLO SETTIMO Pagina 628

“Senti, Consalvo: ognuno ha da rispondere a Dio delle proprie azioni. Io posso soffrire del tuo scetticismo, ma non vengo a rimproverartelo. Così vorrei che tu rispettassi le mie credenze e, se ti piace di chiamarle così, le mie superstizioni. Ti chiedo troppo?”

PARTE TERZA CAPITOLO OTTAVO Pagina 643

Io sono socialista. Dopo che ho studiato Proudhon, mi sono convinto che la proprietà è un furto. Se i miei antenati non avessero rubato, io dovrei guadagnarmi la vita col sudore della fronte

PARTE TERZA CAPITOLO NONO Pagina 650

L’IMPERIO

libertà ordinata e dignitosa pace

PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 687

“Alla Camera, durante la discussione del bilancio dei lavori pubblici, s’alzò la prima volta per fare una raccomandazione intorno alle ferrovie siciliane: non aveva prestabilito di chiedere di parlare, obbedì invece a un moto repentino ed impulsivo. Non più di cinque minuti di parola, dinanzi a una cinquantina di colleghi distratti e annoiati, ma conveniva cominciare comunque: e quel modo gli pareva il migliore.”

CAPITOLO SECONDO Pagina 706

“Io penso che il Paese è di un solo partito.”

CAPITOLO TERZO Pagina 719

“Poiché il pensiero è come il Pròteo della favola, che muta incessantemente  d’aspetto, o meglio, poiché non v’è un pensiero unico e fisso, ma una serie infinita di pensieri, incostanti, contradittorii, nessuno può con una parola definire esattamente un uomo; nessun uomo può definire esattamente sé stesso.”

CAPITOLO QUARTO Pagina 733

“Il cronista non sa la storia; ma se grande, troppo grande è l’ignoranza sua, gli rammenta che gli Aragonesi non si imposero con la forza bruta dell’armi ai fieri isolani…”

CAPITOLO QUINTO Pagina 747

“«Il Paese? Con la P grande? Voi ci credete ancora? Caro mio, se voi dite, chi è, dov’è, che cosa fa, dove si può trovare questo signor Paese ve ne sarò grato. Il Paese siamo io e voi, e l’usciere che sta in anticamera, e la signorina che ricopia lettere di là. Il Paese è tutti, il che vuol dire nessuno. E tanto valgono le nostre idee quanto quelle dei nostri avversarii.»

«Come? Ella crede che siano tutt’uno?»

«Ma sì! Io credo che tutti siamo d’accordo. Noi vogliamo conservare progredendo, gli altri vogliono progredire conservando: la differenza non mi pare un abisso. È quistione d’intendersi…»”

CAPITOLO SESTO Pagina 769

“solo un feroce egoismo poteva lodare la rassegnazione degli sciagurati, solo una maledetta paura poteva giudicare funesto che le coscienze si illuminassero”.

CAPITOLO SETTIMO Pagina 789

“Morire per tentar di redimere gli uomini era divino; per togliere loro ogni speranza, inumano”.

CAPITOLO OTTAVO Pagina 796

“Che bellezza!… Che incanto!…» esclamava, dinanzi al paesaggio grandioso. «Guardate Capri!… Guardate il Capo!… E quel piroscafo che se ne va in Sicilia!… È la strada della Sicilia, è vero?»

«Sì…»

«E questa scoscesa!… E questa spiaggia!… Si contano le casupole, i sassi, le rughe del mare!… Direte ancora che è di cartone?”.

CAPITOLO NONO Pagina 834

LA  LINGUA

La lingua dell’opera ha le caratteristiche dell’introspezione del personaggio ed è vero nella condizione precisa della sensazione descritta nell’espressione linguistica, ma assolutamente non riesco a vedere la lingua pensata siciliana e ancor meno  la sintassi.

LA LINGUA DEROBERTIANA

I VICERE’

La storia di Consalvo” di Faenza

DALLE PAROLE ALLE IMMAGINI

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Il parallelismo che intento fare tra il romanzo di De Roberto e il film, liberamente ispirato di  Roberto Faenza il quale ha scritto e diretto, è una indagine sui i pregiudizi politici, storici e sociali, (se vi sono) in quale forma e perché, dell’adattabilità del romanzo all’immagine. Pertanto non ritengo sufficiente il liberamente ispirato per potere concedere licenze al regista di deviazioni ideologiche di fondo.

Leggi tutto: I VICERE – “La storia di Consalvo” di Faenza

Bibliografia de L’ULTIMO UZEDA

DOCUMENTO INTEGRALE

L’ULTIMO UZEDA – integrale

PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA

Il contenuto di quest’opera è di esclusiva proprietà e creatività di Alphonse Doria di cui se ne assume la responsabilità. L’opera è protetta a norma di legge. Ogni riproduzione, anche parziale, è concessa in tutti i paesi del mondo, purché venga citata la fonte.

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